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SCIENZA/ Cervello: tra uomo e donna nessuna differenza

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Esistono sostanziali diversità tra il cervello maschile e quello femminile? Molti luoghi comuni sembrerebbero confermare quest’idea, secondo cui le donne sono più chiacchierone e socievoli, gli uomini più matematici e competitivi: attitudini e personalità risulterebbero perciò strettamente legate a strutture mentali inamovibili.
I progressi della ricerca sembrano però dimostrare il contrario: il cervello, grazie alle sue formidabili proprietà di "plasticità", fabbrica di continuo nuovi circuiti di neuroni in funzione dell'apprendimento e delle esperienze vissute. Dunque, le strategie e i modi di pensare che parrebbero distinguere i maschi dalle femmine non dipendono dal cervello. A confermarlo è Catherine Vidal, direttore di ricerca del centro Pasteur di Parigi: «Sì. Sono diversi. Non perché neuroni e zone cerebrali sono distinti in base al sesso, ma in quanto ogni cervello è diverso da qualsiasi altro e altrettanto diversamente lavora». E, continua Vidal, «Volume, forma e modi di funzionare variano talmente tra individui dello stesso sesso che è impossibile distinguere quali siano i tratti caratteristici di un cervello maschile e di uno femminile».

Già negli anni passati i ricercatori, misurando e analizzando crani e cortecce in formalina e studiando i meccanismi cerebrali, hanno individuato aree che entrerebbero in funzione in modo diverso secondo il sesso. Tuttavia le ricerche presentano un punto debole: si sono basate su campioni limitati. Come mette in evidenza la neurobiologa, che alle differenze cerebrali ha dedicato più libri, tra cui Il sesso del cervello (edito da Dedalo), «molte argomentazioni biologiche sono state superate dalla risonanza magnetica e da altre tecniche di imaging, che ricostruiscono sia l’anatomia cerebrale sia l’attività dei neuroni in persone vive». Risultato dei nuovi studi è che le rappresentazioni del cervello come un mosaico con zone specializzate e immutabili è superato. Anzi dagli esperimenti di risonanza magnetica emerge che le donne, abituate a dividersi su più fronti e fare più cose contemporaneamente, sono più brave degli uomini ad attivare entrambi gli emisferi, grazie al corpo calloso.

 

Dunque crolla la teoria dei due cervelli, emotivo e razionale, e i relativi corsi per esercitare di più una parte o l’altra, un vero e proprio business della psicologia. Dura la denuncia, a proposito della teoria del doppio emisfero, di Vidal: «La lateralizzazione, la teoria dell’emisfero destro per lui e sinistro per lei, vecchia di quarant’anni, è stata scientificamente smontata da almeno venti, solo che i giornali non lo dicono». I due emisferi sono infatti in continua comunicazione e ogni funzione non è mai localizzata in una sola regione. Un esempio per tutti è costituito dal linguaggio: esso non attiva solo l’area di Broca, nell’emisfero sinistro, ma pure una dozzina di altre zone ripartite tra destra e sinistra.  
Ragazzi e ragazze, educati diversamente, possono mostrare divergenze nel funzionamento cerebrale, ma le differenze non sono necessariamente presenti a partire dalla nascita, né destinate a permanere per tutta la vita. Così, ad esempio, studi sul calcolo matematico mentale hanno messo in rilievo come ogni individuo, maschio o femmina, ha una propria strategia per attivare i neuroni e organizzare il ragionamento.

 

Non esiste quindi una predisposizione genetica rispetto alle capacità matematiche o altro. Il neonato nasce con 100 miliardi di neuroni che però smettono di moltiplicarsi e solo il 10 per cento sono connessi tra loro. Le differenze tra gli individui in realtà sono determinate dall’ambiente: è il cervello che con le sue capacità “plastiche” riesce a modellarsi in funzione dell’apprendimento e delle esperienze vissute. «Quel 90 per cento di connessioni - dice la scienziata – tra i neuroni, le sinapsi, che mancano alla nascita si costruiscono in funzione degli stimoli che arrivano dal mondo esterno. Ecco perché nessun cervello assomigli all’altro dal punto di vista anatomico, ma pure da quello del funzionamento».

La plasticità cerebrale, più accentuata da piccoli, è in azione anche negli adulti, perché nel riformarsi continuo delle sinapsi l’esperienza ha un ruolo fondamentale. «Lo dimostra il cervello dei musicisti. Tra i pianisti la corteccia cerebrale si ispessisce nelle zone che intervengono nella motricità, nell’ascolto e nella visione», afferma la ricercatrice francese. Ma il fenomeno della plasticità presenta un altro aspetto interessante: a un’interruzione dell’allenamento, corrisponde un assottigliamento della corteccia. Segno che il fenomeno è reversibile.



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