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TATUAGGI/ Dai re ai carcerati, una moda che non passa mai... di moda

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Nonostante il tatuaggio sia oggi una moda in continua e fortissima espansione, continua a essere malvista o vista come una sorta di devianza. Verrebbe da dire: porta in sé un tatuaggio indelebile. Gran parte di questa visione negativa riguardo la pratica del tatuaggio nella società occidentale deriva dalla nostra comune discendenza greca e romana. Gli antichi greci e gli antichi romani, infatti, consideravano “pratica barbara” il tatuaggio, per il semplice motivo che i cosiddetti barbari ne facevano ampio uso. Non solo: il tatuaggio veniva imposto agli schiavi, ai prigionieri e ai fuggiaschi come segno distintivo di quello che essi erano. I greci in particolare usavano tatuare la parola “stigma”, originariamente “serpente” ma che poi divenne di uso comune come segno di vergogna. I romani usavano il tatuaggio anche per differenziare gli appartenenti a una guarnigione militare rispetto a un’altra.

Il fatto che ancora oggi il tatuaggio sia, nella nostra società, emblema dei carcerati e dei soldati deriva proprio dalle usanze di romani e greci. In ogni caso, il tatuaggio ha sempre rappresentato un simbolo di appartenenza, e benché oggi sia di uso di massa, così è stato vissuto da chi lo ha reso tale, ad esempio i fan della musica rock. Tatuarsi il nome della propria band preferita era inteso come simbolo di appartenenza a una specifica classe di persone, una gang, una banda. Pochi sanno che la reintroduzione dell’uso del tatuaggio nella società occidentale la si deve ai monarchi e ai nobili della seconda metà dell’Ottocento. Furono gli esploratori naturalmente a imbattersi in popolazioni che facevano largo uso del tatuaggio. In particolare a Thaiti, dove Cook nel 1769 descrisse per la prima volta questa usanza e per la prima volta usò la parola “tattoo”, tatuaggio.

 

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