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ATTENTATI OSLO/ Quel bambino di 11 anni risparmiato da Breivik

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Che Breivik sia uno spietato assassino è fuori discussione. Non basta l’incapacità di intendere e di volere a giustificare il duplice massacro di venerdì scorso. Quando, dopo aver fatto esplodere un’autobomba nel pieno cento di Oslo si è recato sull’isola di Utoya, dov’era in corso il raduno dei giovani laburisti; lì, a quel punto, ha iniziato a sparare. Lo ha fatto incessantemente, indisturbato, per un’ora e mezza. Il flop completo delle forze dell’ordine, l’incapacità di prevedere il suo piano, di comprendere la situazione, e di fermarlo gli ha dato tutto il tempo necessario a compiere la più efferata carneficina dalla Seconda Guerra Mondiale. Ha ucciso a sangue freddo 68 persone (in un primo tempo si pensava 85).  76 morti, quindi, complessivamente, considerando le 7 persone morte nell’esplosione e quella deceduta in seguito alle ferite. Una tragedia annunciata. Letteralmente. Nel senso che ne aveva dato ampio annuncio su internet.

IL LIBRO CONFESSIONE - Circolava da tempo un memoriale di 1500 pagine in cui esponeva al mondo la sua “dottrina”. Breivik era convinto di essere un cavaliere in lotta con le forze del male: i marxisti, gli islamici, i multiculturalisti, il partito laburista, i governanti norvegesi, ma anche il Vaticano, colpevole di alimentate il lassismo nei confronti dell’islam. Si era detto convinto che il terrorismo fosse l’unica modo per risvegliare le coscienze dei popoli contro questi nemici.  



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