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SPOILER/ Lo studio: film e libri si gustano di più sapendo il finale

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Un amico dispettoso, un commento udito involontariamente all’uscita del cinema, una recensione di cui, erroneamente si è letta la fine: non si contano le situazioni in cui - chi volesse gustarsi un film - rischia di incappare nel peggiore incubo a cui, in questi casi, si può andare incontro. Ovvero conoscere in anticipo il finale del film. Non a caso, nella maggior parte degli articoli online, laddove chi scrive intenda raccontare per intero la sinossi della pellicola, spesso accompagna la parte precedente il finale con un avvertimento chiaramente distinguibile: “Attenzione: spoiler”, dall'inglese "To spoil", "rovinare". Un’accortezza per evitare di attirare su di sé le ire dell’ignaro lettore che, inconsapevole  di quanto sta per leggere, potrebbe infuriarsi nel vedersi rovinato il film. Ire che si accrescono in misura proporzionale rispetto a quanto si è amanti dei film.

Stesso discorso vale per i libri. Quantomeno per quelli che implichino lo svolgersi di una trama. Conoscerne in anticipo la conclusione guasta il piacere di immedesimarsi nella narrazione fino a diventare un tutt’uno con i protagonisti. I quali, non a caso, ignorano il destino che li attende e quale epilogo avranno le proprie gesta. Tanto varrebbe, quindi, lasciare il tomo per un altro di cui la sorpresa non si è ancora rovinata.

Sapere come va a finire, in sostanza, priva della gratificazione e dell’eccitazione prodotta dall’imprevisto, che se è noto non è più tale. Si direbbe una legge appartenente alla stessa natura umana. O forse no? In realtà, la psicologia smonta una teoria che, nella prassi, sembrava ormai una regola assodata. Pare, infatti, che, secondo un recente studio, gli spoiler non siano così nefasti come il senso comune suggerirebbe.  

Anzi. In certi casi, per alcune persone, risulterebbero un elemento che contribuisce ad elevare la qualità della lettura di un libro o della visione di una film, aumentandone la soddisfazione. Nicholas Cristenfeld, professore di psicologia sociale della University of California, e Jonathan Leavitt, candidato PhD in psicologia, lo hanno dimostrato empiricamente.



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