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FINANZA/ Il mito dell’Islanda finisce con un altro default

Nonostante l’immagine che ne è stata data in passato, la realtà dell’Islanda resta drammatica, come quella di Cipro e Grecia. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

La bandiera dell'IslandaLa bandiera dell'Islanda

Dunque, dopo aver rimesso a posto qualche tessera del mosaico riguardante le banche italiane, oggi vediamo di sfatare qualche mito e dare qualche notizia di quelle che i giornali ignorano, tanto per garantire un minimo di prospettiva alla discussione sulla crisi ancora in atto. Partiamo dalla Grecia, le cui banche - vi ricordo - nell’estate del 2010 furono giudicate assolutamente sanissime dagli stress test dell’Eba. L’Europa e il Fondo monetario internazionale hanno già fornito 50 miliardi di euro al governo di Atene per salvare il comparto bancario attraverso l’Hfsf, il fondo apposito creato dalle autorità elleniche. Bene, quest’ultimo ha già speso 38 miliardi di euro - il 75% del totale - per mantenere artificialmente in vita le quattro banche principali del Paese e per gestire il fallimento di otto istituti più piccoli.

A cosa è servito tutto ciò? A niente, per il semplice fatto che un quarto di tutti i prestiti in essere da parte di quelle banche sono già oggi da contabilizzare come sofferenze e il dato cresce sempre di più (e ricordate che i criteri per le banche greche non sono stringenti come quelli per le banche italiane, quindi in prospettiva lo stato di salute è ancora peggiore), stante l’ingresso nel sesto anno di recessione (la Grecia ha già bruciato un quarto della sua ricchezza) e l’aumento drammatico del tasso di disoccupazione.

Che fare quindi oggi? Per il Fmi, soggetto che insieme all’Ue ha messo a disposizione in totale 240 miliardi di euro per evitare ad Atene una bancarotta disordinata, «il salvataggio del sistema bancario greco è stato largamente completato, ma gli istituti potrebbe avere ancora bisogno di ulteriore capitale per far fronte alle sofferenze in crescita». Insomma, punto e a capo. E a metà agosto il governo deve pagare cedole e interessi per 2,2 miliardi di titoli di Stato: vedremo se ci saranno soldi in cassa ed, eventualmente, quanti ne resteranno per tirare a campare fino al voto politico in Germania.

E Cipro, la sorella gemella di Atene, anch’essa presa per la collottola quando stava per sprofondare ufficialmente in default? A dispetto di quanto promesso dalle autorità di Nicosia, i controlli sui capitali sono ancora oggi in atto e il governo ha deciso che l’haircut che dovranno subire i detentori di conti non assicurati - ovvero sopra i 100mila euro - salirà dal 37,5% al 47,5%, una mannaiata pari al dimezzamento dei propri averi. Il perché di questa decisione così drastica ci arriva dalla stessa Banca centrale di Cipro, la quale due giorni fa ha confermato come il totale dei depositi negli istituti dell’Isola sia oggi al livello del 2007 e stia decrescendo al ritmo più veloce di sempre. Ovvero, visto che i controlli di capitale non servono a nulla, tocca alzare sempre di più la quota di soldi da “sequestrare” ai correntisti che non sono riusciti a sfuggire per arrivare alla cifra di bail-in stabilita in sede di salvataggio con Ue e Fmi. I quali, infatti, hanno detto chiaro che Cipro deve partecipare all’operazione per circa 5 miliardi, altrimenti anche i fondi derivanti da altre entità diverranno a rischio.


COMMENTI
03/08/2013 - Domanda (ingenua o anche stupida, veda Bottarelli) (Giuseppe Crippa)

Ma cosa aspetta l’Islanda a chiedere di entrare nell’Euro?