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UE/ Perché dire no a un “fondo” europeo per risolvere la crisi

Pubblicazione:venerdì 10 ottobre 2008

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Pensare al domani dopo giorni in cui tutte le Borse mondiali sono precipitate e la crisi finanziaria non sembra assestarsi può sembrare inutile. Soprattutto in Europa, dove a fronte di una situazione economica asfittica i governi sembrano incapaci di coordinare una risposta comune. Eppure la razionalità, che deve sempre informare la nostra analisi, non ci porta ad una conclusione necessariamente tragica, a patto che siano rispettate una serie di condizioni importanti. Ecco una lista di priorità.

 

Innanzitutto, fermare l’orso impazzito. Quando alcune aziende in Borsa alle attuali quotazioni capitalizzano valori comparabili agli attivi liquidi iscritti a bilancio, probabilmente stiamo assistendo a qualcosa di simile a una bolla speculativa negativa, in cui aspettative al ribasso dei prezzi portano tutti a cercare di vendere il prima possibile per minimizzare le perdite, col tipico risultato dell’aspettativa che si auto-realizza, facendo crollare gli indici. Il segnale del taglio di mezzo punto dei tassi di interesse da parte di tutte le banche centrali mondiali deciso mercoledì va letto esclusivamente in questo senso.

 

La speranza è che questo segnale possa riportare se non altro un minimo di razionalità sul mercato, che consenta poi di ripartire dai fondamentali dell’economia. A ben guardare, la FED, con tassi nominali all’1,5% e tassi reali negativi vicini al 4% data l’inflazione USA, è adesso in una posizione non facile, avendo tagliato troppo e troppo presto nel tentare di arginare i problemi, ma di questo ci si occuperà una volta passata la fase critica.

 

In secondo luogo, appunto, tornare a guardare i fondamentali. Le previsioni di Eurostat appena uscite ci dicono che, nell’anno calcolato rispetto al secondo trimestre 2007, il Pil della zona euro è cresciuto dell’1,4% e quello dell’UE-27 dell’1,7% dopo una crescita rispettivamente del 2,1% e del 2,3% nel primo trimestre. Dunque una fase di rallentamento economico che sfiora la recessione, come previsto, non un crollo. E i dati futuri dovranno tenere conto del raffreddamento del prezzo del petrolio, che sicuramente ha “limato” qualche decimale di punto di crescita nei primi sei mesi dell’anno.

 

In questo contesto, quello che deve preoccupare, e che deve essere assolutamente evitato, non sono allora i fondamentali per sé, ma la possibilità della “fase due”, ossia del contagio della crisi dal sistema finanziario a quello delle imprese, attraverso una stretta del credito e, più in generale, degli strumenti di raccolta del capitale di rischio, il vero “motore” del sistema capitalistico.

A questo riguardo la BCE ci informa nell’ultimo bollettino mensile che il credito al settore privato a partire da agosto ha bruscamente iniziato a contrarsi. Questo è il cuore del problema nei prossimi mesi.

 

Da qui la terza priorità: un’azione dei governi che impedisca l’emergere di questo canale di trasmissione della crisi. Molto è stato detto in questi giorni sulla supposta incapacità dei governi, soprattutto europei, di trovare risposte coordinate al problema, o di trovarne di non adeguate, come nel caso americano. Ma i governi nella fase critica attuale non possono fare molto, se non garantire, come stanno facendo, la solvibilità del sistema bancario.

 

Non ha senso in questo ambito un piano “europeo”: innanzitutto, governi diversi hanno problemi diversi in termini di solvibilità del loro sistema finanziario. Gli assets “tossici” in Europa sono distribuiti in maniera eterogenea tra paesi e tra investitori: ve ne sono probabilmente in misura maggiore nelle banche italiane e francesi e meno nelle banche tedesche, ma in Germania fondi pensione e assicurazioni sono probabilmente più esposti al problema. In aggiunta, in Europa non esistono gli stessi standard contabili per le società quotate, in quanto lo standard IAS è stato adottato solo per i bilanci consolidati di queste ultime (e niente si dice per le società non quotate).

 

Dunque è impossibile pensare di creare un “fondo” europeo: da quali operatori si dovrebbero comprare gli assets, non potendo limitare l’operazione al sistema bancario? E quali standard contabili, giocoforza omogenei, si dovrebbero adottare? Il problema nella sua fase critica non è risolvibile con un approccio centralizzato, e dunque bene ha fatto il vertice di Parigi ha limitarsi allo stretto coordinamento (questo sì) delle operazioni di salvataggio.

Piuttosto, quello che occorre centralizzare è la governance della “fase due”, metodologicamente distinta, ma temporalmente concomitante alla stabilizzazione del sistema.

 

Tutti i governi in misura diversa stanno intervenendo a sostegno del sistema, e data la situazione complessivamente favorevole del risparmio pubblico e privato per Eurolandia, hanno le risorse per farlo (per intenderci, la somma di debito pubblico e privato negli Stati Uniti corrisponde al 350% del PIL, in Europa siamo intorno alla metà di questo valore). Tuttavia, una volta stabilizzata la situazione occorrerà fare in modo che la nuova liquidità immessa venga veicolata almeno in parte al mondo delle imprese attraverso la ripresa della normale attività di intermediazione.

 

Questo earmarking dei fondi a favore dei beneficiari finali (le imprese, soprattutto quelle medio-piccole, che più rischiano di essere negativamente colpite dalla stretta creditizia) deve essere un impegno comune di tutti i governi che, a diverso titolo, stanno diventando “azionisti” del sistema creditizio. Ciò vale in particolare per l’Italia, dove il governo ha varato misure di sostegno per le banche. Infatti, per usare un paragone meccanico, la mancanza di olio (liquidità) nel motore (le banche) sta facendo saltare la scatola del cambio, che non trasmette più energia alle ruote (le imprese). In questa situazione, che senso ha chiedere l’immissione di olio nel motore senza risolvere il problema meccanico?

 

 

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