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CRISI FINANZIARIA/ Prosperetti: lo Stato è un pessimo banchiere, si limiti a gestire l’emergenza

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Professor Prosperetti, la Ue è finalmente riuscita a fare un’operazione concertata per limitare gli effetti negativi della crisi sul sistema del credito. E i mercati hanno dato segnali molto positivi.

 

 

Per salvare un sistema bancario contaminato in così larga misura dalla follia finanziaria di questi anni, i governi hanno stanziato – secondo le stime del Financial Times di ieri – 1,8 trilioni di euro. Questi soldi servono a salvare le banche e quindi la stabilità del sistema, e per questo le borse fanno bene a giorire: “Armageddon” è stato evitato. Il problema è che qualcuno dovrà pagarne il conto e gli unici a farlo saranno i contribuenti. Questa manovra di salvataggio è indispensabile, d’accordo. Ma avrà un effetto depressivo sull’economia europea e americana che durerà molto a lungo.

 

Dal G7 di sabato scorso ad oggi, con le misure concertate dal vertice dell’Eurozona e la risposta positiva delle borse, abbiamo assistito ad una “lezione” della Ue agli Usa?

 

Ci sono tante lezioni utili per tutti. Primo, i governanti dei paesi europei, dopo una prima fase in cui ognuno pensava che il contagio si sarebbe fermato fuori dalla sua frontiera, si sono resi conto che o facevano qualcosa insieme o sarebbe andato a fondo il sistema bancario europeo. Credo che sia stata una svolta positiva, in un quadro in cui prevalgono purtroppo gli egoismi e l’orizzonte temporale della settimana ventura.

 

Si è arrivati ad una strategia basata sulle ricapitalizzazioni delle banche.

 

Appunto. La seconda lezione è che l’unico modo di intervenire era entrare nel capitale delle banche. Prima gli Usa hanno inventato un piano assurdo nella sua formulazione iniziale in cui lo Stato diceva: con 700 miliardi compro quello che voglio al prezzo che voglio. Al di là della concentrazione di potere in una sola struttura, o i titoli “tossici” venivano comprati al loro vero valore – irrisorio – e allora il fondo avrebbe scatenato riduzioni di patrimonio in tutto il sistema Usa (perché c’è una regola mark to market: chi ha un pezzo di carta con su scritto mille euro, se viene scambiato a cento deve deprezzarlo da mille a cento). Oppure, se lo Stato avesse comprato i tossici a valori molto superiori, avrebbe messo un carico colossale sulle spalle dei contribuenti: se compro ferro e lo pago come oro, quando lo rivendo mi danno il prezzo del ferro. È una strada che non toccava il punto fondamentale: l’azzeramento della fiducia nelle banche, perché il loro patrimonio si riteneva essere evaporato.

 

Ecco dunque la scelta di ricapitalizzare.

 

Per risolvere il dubbio l’unico modo era mettere i soldi nelle banche e l’unico che poteva farlo, avendo i soldi necessari, era lo Stato. È la soluzione dell’Ue. L’altro fattore che complica il problema Usa, diversamente da quanto abbiamo in Europa, sono i mutui subprime. In America, come negli altri paesi, quando c’è un’insolvenza il giudice ha la facoltà di imporre un rescheduling del debito: invece di pagarti in 10 anni, ti pago in 25, e anziché darti l’8%, ti do il 5%. Un giudice americano può intervenire così nell’insolvenza di un’impresa, ma non può fare altrettanto su un’insolvenza che interessa un mutuo fondiario. È una regola a cui le banche americane si sono sempre opposte.

 

Una parte della destra repubblicana ha scelto i cittadini contro i banchieri e ha difeso ad oltranza le leggi del mercato.

 

Ma è una destra ideologizzata che non vede la realtà, perché se nessuno avesse fatto nulla non ci sarebbe più il mercato. Questi signori hanno dimenticato che dopo la lezione numero uno di economia, in cui si spiega che il mercato è la migliore soluzione possibile, c’è la lezione numero due, dove si spiega che ogni tanto il mercato non funziona e quindi deve intervenire lo Stato. Credo che l’Europa – per tornare alla sua domanda – abbia scelto una strada giusta, e gli Usa ci stiano venendo dietro.

 

Lo Stato entrerà nel capitale delle banche. Quanto durerà l’emergenza?

 

Lo Stato deve entrare fino a quando la fiducia nelle banche è stata ristabilita e sono stati ripuliti i rifiuti tossici che sono nel sistema. In un settore già destabilizzato possono esserci scosse di assestamento che, in un clima di fiducia lesa, devono consigliare una presenza pubblica per un arco di tempo ragionevole. Poi, quando la situazione si sarà risollevata, lo Stato dovrà vendere, perché è un pessimo banchiere. Ma non potrà non rimanere nelle banche almeno qualche anno.

 

L’eccessiva finanziarizzazione ha portato negli Usa alla crisi in cui ci troviamo. Come favorire una finanza più collegata all’economia reale?

 

Non credo che sia ragionevole tirare una linea di demarcazione manichea tra finanza cattiva ed economia reale buona. Tutte le innovazioni hi-tech che ci circondano sono state create con il capitale di rischio. L’innovazione finanziaria ha portato grandissimi benefici. Se Steve Jobs fosse andato in banca a chiedere un prestito per dare vita ad Apple, probabilmente gli sarebbe stato detto di no perché non aveva garanzie. Invece ha inventato uno schema di prodotto e trovato dei capitalisti avventurosi che si sono finanziati in maniera sofisticata e ora abbiamo tutti l’Ipod in tasca. Senza questi meccanismi finanziari l’economia reale sarebbe andato molto più lentamente.

 

Vale anche per il nostro sistema bancario?

 

Esso è stato molto più lento degli altri ad abbracciare l’innovazione finanziaria. Questo ha avuto dei palesi svantaggi: volendo fare la Apple in Italia, saremmo dovuti andare senz’altro da intermediari non bancari. Le banche italiane sono molto “prudenti”. Naturalmente l’altro lato della medaglia è che quando si verificano crisi come questa, banche come le nostre sono più stabili. Alla fine è un problema di leva finanziaria, ossia del rapporto tra quanto la banca trattiene sui depositi che raccoglie e quanto presta. Non c’è un solo sistema bancario europeo, ma ce ne sono due: una serie di banche, di grandi dimensioni, che si sono americanizzate, e il settore tradizionale, senza dare a questo termine una connotazione negativa, che fa più o meno quello che faceva dieci anni fa.

 

Questo ha avuto ripercussioni sullo sviluppo?

 

O Deutsche Bank andava nella stessa direzione delle banche americane, o veniva fatta fuori dai mercati globali. Certo in Germania le banche locali, le Sparkassen, sono rimaste quelle che erano. Se negli anni del boom avessimo avuto una finanza innovativa, l’Europa sarebbe cresciuta molto più rapidamente. Adesso avere banche tradizionali ci dà garanzie che non avremmo.

 

Cosa dovremo fare per alleviare le conseguenze negative sull’economia reale della crisi finanziaria? Tremonti per esempio, nonostante l’emergenza, ha ribadito che l’obiettivo rimane quello del pareggio di bilancio nel 2011 con un deficit al 2,5% del Pil…

 

Intanto credo che tutte le previsioni macro siano carta straccia. Il governo americano ha dichiarato al congresso che la ricchezza pensionistica degli americani si è ridotta di 2 trilioni di dollari. Gli americani hanno le pensioni pagate non dallo Stato ma da fondi pensione. Che investono in borsa, e che senz’altro hanno investito nei titoli di Lehman Brothers… L’enorme riduzione della ricchezza pensionistica deprimerà i consumi. E se rallentano gli Usa ci sarà una forte riduzione delle esportazioni. Che cosa fare? Se avessimo meno debito la ricetta sarebbe facile: spendere. Il problema è che siamo indebitati e con le uscite che avrà lo Stato per entrare nel capitale delle banche il debito aumenterà ulteriormente. Realismo vuole che siano mollati i ratios di Maastricht. Poi ridurrei le tasse ma taglierei la spesa pubblica.

 

La sfiducia e l’ombrello dello Stato metteranno in pericolo la cultura del rischio?

 

Non credo, i nostri imprenditori hanno visto ben altro. Temo invece che il nuovo clima abbia un effetto di assuefazione sui politici, mentre di tutto abbiamo bisogno meno che di un aumento del peso della politica nella nostra vita economica e sociale. L’Italia è un paese in cui la politica pesa troppo e questo è certamente un freno allo sviluppo del paese.

 

Quale sarà il nuovo assetto globale dopo questa crisi?

 

L’America entra in una fase di eclissi profonda. La reazione post 11 settembre, con la guerra in Iraq e Afghanistan, ha già indebolito la leadership americana, ora è caduto l’ultimo baluardo. Credo che si apra il secolo dell’Asia, a meno che i paesi asiatici non implodano per motivi interni. Gli americani risparmiano lo 0% del loro reddito mentre i cinesi, che non hanno pensioni non hanno assistenza sanitaria e hanno famiglie estese, risparmiano il 20% del loro reddito. Se c’è un rallentamento gli Usa soffrono, ma la Cina ha una quantità interna di consumi e di risparmi tale che la rende non indenne, ma in grado di tollerare rallentamenti e di fare politiche espansive che i paesi occidentali si sognano. E ha un debito trascurabile. È il crepuscolo americano.

 

 

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