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Economia e Finanza

MERCATI/ La logica dell'anti-globalizzazione può avere solo giustificazioni politiche, ma non economiche

Secondo Andrea Giuricin la vera causa del gap economico internazionale non sarebbe la malgiudicata "globalizzazione a debito", bensì gli errori degli istituti di credito

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Negli ultimi venti giorni la crisi del sistema finanziario ha scavalcato anche la “Manica” e lasciato da parte l’eccezione “l’isola felice” europea. Il Ministro dell’Economia, intervistato al TG1 meno di un mese fa il 16 settembre dal direttore Gianni Riotta, additava la globalizzazione come causa dei recenti crac del sistema finanziario.

La caduta degli indici di Borsa, il piano Paulson, il salvataggio di Fannie, Freddie e AIG e il fallimento di Lehman Brothers hanno profondamente segnato la fine di questa estate e l’inizio di questo autunno.

È la fine dell’economia di mercato come finora l’abbiamo intesa? È colpa della globalizzazione come è stato affermato?

Alla prima questione lascio rispondere tramite un’intervista pubblicata sullo stesso ilsussidiario.net lo scorso 6 ottobre dell’economista William Niskanen.

Alla seconda domanda è giusto analizzare la storia della globalizzazione e gli effetti di questa sull’economia mondiale, con dati e senza pregiudizi e preconcetti.

È indubbio che oggi la crisi di fiducia sembra aver bloccato completamente il prestito di denaro tra le diverse banche e il tasso EuriBor a tre mesi ha superato il 5,3 per cento. L’impatto sull’economia reale sembra imminente tanto che il Fondo monetario internazionale prevede un congelamento delle principali economie per gli ultimi mesi del 2008 e tutto il prossimo anno..

La “globalizzazione a debito”, questa l’affermazione di Giulio Tremonti, è la causa dunque dei recenti accadimenti?

Questo punto di vista è ampiamente discutibile. È vero sì che il sistema americano conosce un forte squilibrio della bilancia commerciale verso i paesi dell’Asia, ma è anche vero che i prodotti asiatici hanno mantenuto un’inflazione molto bassa per oltre un decennio.

La globalizzazione ha permesso un’intensificazione degli scambi economici permettendo uno sviluppo economico non solo nei paesi sviluppati, ma anche dei paesi in via di sviluppo, mentre la crisi del credito deriva anche da un tasso d’indebitamento troppo elevato delle famiglie americane.

La tesi del Ministro è quella secondo la quale i paesi in via di sviluppo, entrando nel mercato, provocano un aumento dei prezzi, come quello registrato da petrolio o beni primari.

L’incremento ha provocato una stretta monetaria che di fatto ha mostrato la mancanza di controlli nella concessione del credito. La globalizzazione ha dunque permesso di evidenziare indirettamente, gli errori di certi istituti di credito che non hanno saputo gestire bene il periodo nel quale il costo del denaro era molto basso, se non nullo con tassi d’interesse reali negativi.

La crisi dunque non è colpa della globalizzazione bensì della gestione di certi istituti di credito; i salvataggi “statali” effettuati dal Governo americano, a carico dei contribuenti, di fatto hanno dato un indirizzo sbagliato, anche se difficilmente poteva essere fatto altrimenti. Le banche o gli istituti finanziari si sono visti “salvare” dai soldi pubblici e non sono stati responsabilizzati degli errori commessi. L’intervento statale è un segnale molto negativo che può essere la causa della continuazione della crisi del sistema bancario.

L’ondata anti-globalizzazione, cavalcata da Giulio Tremonti, è logica da un punto di vista politico, in quanto rende possibile una giustificazione esterna per l’aumento dei prezzi, ma non è logica da un punto di vista economico. Il Ministro dell’Economia si dimostra quindi un ottimo politico.

Questa nuova ondata di anti-globalizzazione sembra non essere solo italiana, ma arriva direttamente da Oltre Atlantico.

Infatti, per svolgere il suo argomento, Tremonti prende ad esempio le affermazioni di Barack Obama, che a suo parere vuole reintrodurre un certo protezionismo per l’economia americana, rivedendo l’accordo con Messico e Canada (NAFTA - North Atlantic Free Trade Agreement).

È giusto sottolineare che John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha ricordato al candidato democratico che un trattato si rivede con l’accordo di tutti i firmatari e che Canada e Messico non sono il problema degli Stati Uniti.

Il protezionismo non ha mai portato nella storia a degli esiti piacevoli.

Cercherò meglio di esemplificare la visione liberista e protezionistica con due esempi.

L’accordo Multifibre, siglato ormai più di 12 anni fa, prevedeva l’eliminazione di dazi e quote per i prodotti tessili. Questo accordo ha portato ad una diminuzione dei prezzi dei prodotti tessili nelle nostre economie ed ha permesso a molti paesi “sottosviluppati” di creare un’industria tessile con un forte incremento dell’occupazione, in particolar modo femminile. Antecedentemente all’arrivo dell’industria tessile, gli uomini e le donne non vivevano in modo idilliaco nelle campagne coltivando il proprio pezzettino di terra, ma morivano di fame.

Nelle economie sviluppate, la progressiva eliminazione delle barriere, ha permesso lo sviluppo della moda low cost, con la relativa diminuzione dell’inflazione in questi settori merceologici.

L’accordo Multifibre del 1995, prevedeva 10 anni di transizione, affinché le economie “sviluppate” potessero prepararsi alla concorrenza di prodotti tessili a basso costo. Molte economie, tra le quali quella inglese, tedesca e olandese, hanno saputo riqualificare i lavoratori del tessile e puntare su prodotti più tecnologicamente avanzati. In Italia, sia il centro-sinistra che il centro-destra, non hanno saputo prevedere i cambiamenti, ma li hanno subiti, arrivando nel 2005 a chiedere la reintroduzione di quote, cioè il protezionismo.

Le economie europee non possono puntare su prodotti a basso valore aggiunto, ma dovrebbero cercare di vendere, anche alle nuove economie emergenti, nuovi prodotti, creati grazie all’innovazione di processo e di prodotto.

Il secondo esempio riguarda la mancanza di concorrenza e il protezionismo: nell’ultimo anno, l’aumento dei prezzi agricoli ha “creato” inflazione. Normalmente l’aumento dei prezzi è il segnale di uno scompenso tra offerta e domanda in un mercato concorrenziale. Il mercato appena citato, conosce invece un protezionismo e una carenza di concorrenza notevole.

Il protezionismo americano ed europeo sui prodotti agricoli è una causa non poco importante di questo aumento dei prezzi. In particolare in Europa, la PAC (Politica Agricola Comune) distorce la concorrenza di prodotti agricoli dei paesi meno sviluppati, tramite sussidi per circa 40 miliardi di euro l’anno, oltretutto imponendo delle quote sulle produzioni.

Questa politica comune non solo contribuisce all’aumento dei prezzi, ma fa concorrenza sleale a quei paesi “sottosviluppati” che impiegano circa il 90 per cento della manodopera nel settore primario.

Diverse affermazioni sono errate e la visione protezionista che deriva dal libro “La paura e la speranza” parte da delle basi economiche culturali quantomeno discutibili:

  • “Il processo di globalizzazione è un processo nuovo”;

Questa affermazione è totalmente sbagliata. Gli economisti ritengono che la globalizzazione abbia avuto circa quattro fasi; la prima è quella compresa tra il 1870 e il 1914, dove è presente una forte crescita del flusso di capitali, dei flussi migratori e il raddoppio del commercio internazionale. Questa prima ondata di globalizzazione è spinta dallo sviluppo tecnologico che riduce i costi di trasporto e da politiche di liberalizzazione commerciale. Una seconda fase, il crollo della globalizzazione, nel periodo tra le due guerre, dove a causa del protezionismo (che Tremonti tanto invoca) e dell’autarchia i livelli di flussi di capitali, commercio internazionale tornarono ai livelli del 1870. Nella terza fase, compresa tra il 1950 e il 1980, spinta dalla riduzione dei costi di comunicazione, il livello di commercio internazionale sul prodotto interno lordo mondiale torna al picco del 1913. L’ultima fase della globalizzazione, quella odierna è sospinta dal motore del commercio internazionale e caratterizzata dalla progressiva integrazione dei mercati di capitali e dal progresso tecnologico.

  • La crisi degli ultimi anni;

Gli ultimi anni non sono stati di crisi, bensì uno dei periodi di maggiore espansione economica mondiale dal secondo dopoguerra.

Il seguente grafico mette in evidenza l’andamento di tre variabili significative a livello globale quali il Prodotto Interno Lordo, il commercio internazionale e l’inflazione.

Negli ultimi cinque anni l’economia mondiale è cresciuta ad un ritmo annuo vicino al 5 per cento, trainata dal commercio internazionale che è aumentato di circa l’8 per cento all’anno a livello globale. L’inflazione nell’ultimo decennio si è mantenuta a livello globale inferiore al 5 per cento, molti punti percentuali in meno rispetto agli anni Ottanta ed inizio anni Novanta.

L’effetto traino del commercio internazionale in questa ultima fase della globalizzazione si comprende meglio dal successivo grafico che mette in relazione l’andamento del commercio internazionale e la crescita del prodotto interno lordo.

Si evidenzia che il commercio internazionale nei periodi di espansione economica cresce più velocemente del PIL, mentre nei periodi di rallentamento dell’economia si ha una decelerazione degli scambi internazionali. Spiegazioni più approfondite possono essere trovate nell’ottimo libro di Giuseppe Schlitzer “Il fondo monetario internazionale”.

  • Cina, India e autoconsumo

Riprendendo l’analisi anticipata nel discorso dell’accordo Multifibre, non si può credere che Cina e India mantengano miliardi di persone al livello di autoconsumo.

Lo sviluppo economico in questi due paesi cosi diversi, è avvenuto in seguito all’apertura dei mercati e alla liberalizzazione dell’economia attuata da Deng Xiao Ping in Cina ad inizio degli anni Ottanta e Singh in India ad inizio anni Novanta. Questa apertura ha permesso a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà e soprattutto dal modello di autoconsumo che è tanto tragico in termini di vite umane. Rimangono tuttavia dei grandi squilibri interni alle due grandi economie ri-emergenti che sono un grave rischio per la stabilità interna dei due nuovi colossi e di conseguenza anche un grave rischio mondiale.

  • La “Grande Europa"

La visione eurocentrica di Tremonti è quanto meno discutibile, per non dire tragica. L’Europa non è stata il centro economico culturale fino ad oggi, ma solamente negli ultimi due secoli e mezzo. Antecedentemente, la maggior parte del PIL mondiale era prodotto dalla Cina, che per molti secoli è stata la vera potenza economica-culturale mondiale. Il declino cinese e l’espansione europea sono avvenuti quando i cinesi si sono chiusi al protezionismo e i secondi si sono aperti al commercio internazionale

Il basso tasso d’inflazione, il basso costo del denaro e la maggiore facilità di accedere ai mutui hanno gonfiato il mercato immobiliare. Cosa centra con la globalizzazione?

La visione protezionistica e la paura della globalizzazione molto presente oggi in Italia, in definitiva è un grave rischio sia per le economie “sviluppate”, ma soprattutto per quelle economie in via di sviluppo e quelle “sottosviluppate”.

Le cause del fallimento di diverse banche commerciali e i salvataggi di Freddie e Fannie e di altre istituzioni finanziarie non sono dunque da ricercare nella globalizzazione, ma in gestioni degli istituti di credito poco responsabilizzate. L’intervento statale non aiuta certamente la responsabilizzazione della gestione dell’impresa, come dimostra chiaramente anche il caso Alitalia.

Chi vuole salvare Alitalia, nazionalizzandola e guardando al salvataggio “Paulsoniano”, dimentica l’esempio americano circa le compagnie aeree; negli Stati Uniti d’America sono stati lasciare fallire vettori importanti. È ben diverso oltretutto il sistema finanziario da quello del trasporto aereo, a meno che non si inventi un effetto “moltiplicatore” nel trasportare i passeggeri.

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