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Economia e Finanza

CRISI BORSE/ Cisnetto: da liberale convinto chiedo che il mercato si faccia “aiutare” dallo Stato

Dopo il nuovo crollo dei mercati la situazione in Europa vive la contraddizione di una maggior solidità del sistema creditizio rispetto agli Stati Uniti ma di una depressione del mercato azionario in parte riflessa e in parte frutto di una crisi che dura ormai da lungo tempo. In questa conversazione con ilsussidiario.net il noto giornalista economico traccia il quadro della situazione e delinea le prospettive per il nostro Paese.VOTA IL SONDAGGIO.

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Cisnetto, come mai le borse che nei giorni scorsi avevano mostrato decisi segni di ripresa oggi sono di nuovo crollate? Come mai secondo lei c'è stata questa iniziale ripresa? Era solo un fuoco di paglia?

Si tratta di capire se la reazione positiva è il portato delle decisioni assunte negli ultimi giorni oppure se è l’esito di tutte le decisioni politiche che si sono succedute in modo convulso nell’ultimo mese ma che non hanno dato risultati apprezzabili. Al di là delle soluzioni tecniche, i mercati avevano bisogno di sapere se la politica avesse in pugno la situazione e potesse intervenire per contenere la crisi.

L’Europa si trova ora in una posizione di forza rispetto agli Usa?

Prossimamente conterà chi sostiene il Pil mondiale. Usa e Europa avranno conseguenze recessive per la scarsa liquidità bancaria che avrà riflesso sull’economia reale: in Usa perché va in crisi l’abitudine dei consumi a debito delle famiglie, in Europa a causa dell’innalzamento del merito di credito per le imprese. Sono Cina, India e Brasile a dare la possibilità al Pil mondiale di chiudere con un avanzo del 3%. Sul piano geopolitico, oltre che economico, questo merito se lo rivendicheranno.

Torniamo in Italia. Quale sarà l’impatto sull’economia reale?

Distinguerei tra la finanza pubblica e l’andamento dell’economia reale. Ora il focus si sposta dal deficit al debito. Se c’è un portato epocale evidente di questa crisi è che né finita la stagione del debito eccessivo. È finita per le famiglie americane, che finora hanno consumato a debito, è finita per le imprese, che hanno avuto un accesso troppo facile al credito, è finita per le banche che hanno avuto una leva per cui a fronte di un dollaro di capitale ne prestavano 25. Quarto soggetto indebitato, gli Stati. Ora, noi abbiamo il terzo debito del mondo ma non siamo la terza economia del mondo. Risale al febbraio del ‘92 la nostra firma al trattato di Maastricht, in cui ci assumemmo l’onere di abbassare il rapporto debito/Pil dall’allora 108% a sotto il 60. Si disse allora che si intendeva per “tempo congruo” da un minimo di dieci a un massimo di venti anni. Ne sono passati sedici, ma siamo scesi dal 108 di allora al 104 di oggi. Quindi il tema all’ordine del giorno sulla finanza pubblica, sarà il rientro del debito.

E lo stato di salute della nostra economia?

Sul versante dell’economia reale mi sembra che il problema preesista all’aggravarsi della situazione dovuta alla crisi; nel corso di 15 anni abbiamo accumulato un ritardo nella crescita di un punto all’anno di Pil rispetto alla media europea e di 2,3 punti annui rispetto agli Usa, per un gap totale di 35 punti. E questo, purtroppo, a prescindere dalla crisi internazionale, perché è un rallentamento dovuto ai nostri problemi strutturali. Temo, purtroppo, che la crisi possa diventare un alibi.

Lo Stato si prepara a entrare nelle banche. Cosa fare per evitare errori e involuzioni?

Una premessa: è vero che le banche commerciali hanno regole più stringenti delle banche d’affari Usa, ma la concezione della leva finanziaria lunga l’abbiamo accarezzata anche in Europa – se non altro perché chi non aveva questa concezione del rischio e dell’uso della leva finanziaria veniva indicato come arretrato. Detto questo, con Ugo La Malfa direi che occorrerebbe essere liberali senza essere liberisti… tradotto: ci vuole più mercato, inteso come luogo regolato in cui c’è un po’ meno di finanza creativa, ma anche più responsabilità da parte della politica nel dare linee di indirizzo.

La finanza creativa è la grande sconfitta.

La finanza e il debito sono cose utili ma se diventano patologici rappresentano un problema. Non bisogna cancellare la finanza, pensando di farla sparire, perché è stata un fattore importante di sviluppo. La globalizzazione che non è solo globalizzazione della finanza ma del sistema economico nel suo insieme. Senza i paesi asiatici avremmo oggi una recessione mondiale di dimensioni catastrofiche. È chiaro che in questo momento c’è un effetto pendolo che ci porta verso meccanismi di restrizione che dovranno essere superati una volta usciti dalla crisi. Personalmente non ho mai idolatrato né la finanza fine a se stessa, né il mercato come fattore ideologico, ma non ho mai pensato che si potesse fare a meno della politica.

Qual è il suo compito in una fase come questa?

È la capacità e la responsabilità dei governi di dare indirizzi strategici nella politica economica e industriale. Le scelte di politica economica di un paese non possono essere semplicemente la risultante di quello che fanno gli attori sul mercato. La politica ha il ruolo della rappresentanza in ultima istanza della volontà comune e per questo deve assumersi la responsabilità di dare delle indicazioni. Di nuovo, senza voler mettere tutto sotto l’ombrello di Stato, naturalmente.

Che è un rischio soprattutto italiano…

Sì, ma abbiamo anche pagato caro il rischio che il mercato potesse fare tutto da solo. È quello che io ho chiamato, con una punta di polemica nei confronti del mio amico Giavazzi, il “giavazzismo”. È un filone culturale che ha perso la partita, esattamente come l’hanno persa gli statalisti che volevano nazionalizzare tutto. La strada giusta è di tipo pragmatico: occorre tutelare la libertà di mercato in modo responsabile, mentre la politica non deve fare intromissioni ma dare indirizzi strategici.

Torniamo al dibattito Stato-mercato?

Condivido la polemica antimercatista di Tremonti, senza condividerne però l’idea che la globalizzazione sia cattiva. È un’impostazione che con i liberisti “scolastici” alla Giavazzi ha in comune un approccio non pragmatico. Mi pare invece che la storia si incarichi di dire che le forzature, nell’una o nell’altra direzione, sono sbagliate: lo si vede quando un paese come gli Stati Uniti deve correre ai ripari nazionalizzando le banche. La forza delle cose è più grande della forza delle ideologie.

Le banche devono cambiare? Le investment bank americane che sono sopravvissute si sono dovute trasformare in banche commerciali. E le nostre?

È normale che le banche prestino più soldi di quelli che hanno in cassa: fa parte delle regole del gioco. In qualunque momento storico, se i correntisti si presentassero tutti insieme agli sportelli della banca più solida del mondo a chiedere la restituzione dei risparmi, essa fallirebbe. Il problema è l’entità della leva e su che cosa la leva è costruita. Deve avere vincoli logici e giuridici, e la raccolta deve essere fortemente o prevalentemente orientata alla raccolta del risparmio e non di derivazione esclusiva di attività finanziaria tra soggetti finanziari. Detto questo, dal canto nostro possiamo senz’altro aver ecceduto in prudenza e provincialismo, penalizzando lo sviluppo: se da questa storia, quando sarà finita, ne usciremo meglio sarà perché avremo perso meno. In questo momento occorre ridefinire un modello di business, se è vero che non possiamo più avere un’economia a debito ed un eccesso di finanziarizzazione. Si parla tanto di regole. Ridefiniamole, ma solo dopo aver riformato il modello di business.

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