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RECESSIONE/ Fortis: il debito privato è il fattore "invisibile" che sta minando l'economia reale Usa

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Professor Fortis, l’ultimo bollettino di Bankitalia non è confortante: il Pil è in calo, la spesa delle famiglie si è contratta dello 0,3% e la produzione industriale ha perso un punto percentuale circa a settembre. Sono le prime avvisaglie della recessione che ci attende?

 

Innanzitutto la nostra economia non è l’unica ad affrontare un periodo di stagnazione. Le previsioni di Confindustria e Bankitalia sono state più realiste del re, non credo che lo siano altrettanto quelle che sono state fatte per altre economie. Ho l’impressione che la crisi economica sarà fatalmente più forte in economie come quella dell’Inghilterra e degli Usa, dove il settore finanziario e l’intermediazione immobiliare sono molto più sviluppate che non in Italia.

 

La crisi finanziaria sta portando le economie del mondo occidentale verso la recessione?

 

Siamo nel mezzo di una crisi grave come quella del ‘29, originata per altro da cause completamente diverse: la bolla non è di tipo azionario ma dovuta ad un eccesso di debito, non pubblico ma privato, quindi meno “visibile”. Oppure si è fatto finta di non vederlo, proprio mentre l’attenzione di tutti era concentrata nel contenere il debito pubblico. Mentre in Europa gli Stati erano più virtuosi, nel mondo anglosassone il debito privato ha fatto saltare ogni equilibrio economico finanziario, con ricadute pesantissime sull’economia reale.

 

Tremonti, da Bruxelles, ha detto che se l'emergenza finanziaria “é ormai sotto controllo” dopo gli interventi degli Stati Uniti e dell'Europa, “l'andamento negativo dei mercati ora riflette la paura per i dati dell'economia reale”.

 

L’Italia si trova a dover creare forme di sostegno della propria economia non perché questa sia poco competitiva, ma perché paghiamo le conseguenze di una crisi di cui non siamo responsabili.

La vera arena in cui si misura la competitività è il commercio internazionale e non la crescita del Pil. Esso per la maggior parte è fatto di attività economiche che con la competitività hanno a che fare in misura relativa: si può dire certo che i servizi pubblici in Italia sono scarsamente efficienti, ma questo non cambia la nostra capacità di competere con la Cina, la Germania o il Giappone. I dati diffusi oggi dall’Istat relativi ad agosto registrano un forte calo del nostro export perché non c’è nessuno che compra: non è un calo che dipende dalla nostra capacità di esportare, ma dal fatto che tutti hanno smesso di comprare non solo i nostri prodotti, ma anche quelli degli altri paesi.

 

Qual è la sua interpretazione dello stato attuale della nostra economia?

 

Ebbene, nonostante un calo molto forte ad agosto il surplus manifatturiero italiano negli ultimi 12 mesi si attesta sopra i 61 miliardi di euro. Sono 10 miliardi in più del surplus realizzato nel 2007. ciò vuol dire che nell’annus horribilis dell’economia mondiale, nonostante i dati di agosto, ci ritroviamo con un surplus formidabile; il che dimostra che abbiamo tutto tranne che un problema di competitività. La nostra sfortuna è che mentre in Europa eravamo tra i paesi più competitivi, insieme alla Germania, ci siamo trovati nel mezzo di una recessione mondiale. Abbiamo per giunta contenuto il debito pubblico. Le famiglie italiane, che sono risparmiatrici, si sono forse indebitate, ma senza raggiungere nemmeno lontanamente i livelli di debito delle famiglie Usa.

 

E nemmeno le nostre banche hanno fatto un uso spregiudicato della leva finanziaria…

 

Nessuno probabilmente è in grado di prevedere in che misura potranno emergere effetti negativi legati al contagio di titoli tossici sparpagliati nel mondo. Però il nostro settore dell’intermediazione finanziaria, banche e assicurazioni, ha obbligazioni e prestiti che dal lato delle passività non superano l’85% del Pil, mentre in Inghilterra siamo al 220, 230% del Pil. Mi sembra un dato di per sé eloquente.

 

I dati relativi all’economia Usa hanno preoccupato i mercati europei. La produzione a settembre é scesa del 2,8%, il peggior risultato dal 1974.

 

Gli Stati Uniti sono in crisi. È una caso estremo perché mai nella storia degli Usa il debito delle famiglie e delle banche era arrivato in rapporto al Pil, che rimane sempre un parametro di riferimento significativo, ai livelli che registriamo adesso. Nel ‘29 l’indebitamento del sistema Usa era bassissimo rispetto a oggi perché non c’era né un problema di debito pubblico rilevante né di debito del sistema finanziario e nemmeno di debito delle famiglie. Mentre ora l’indebitamento delle famiglie per mutui ipotecari è l’80% del Pil, e un altro 20-25% viene da debiti per credito al consumo. La prossima frontiera del disastro americano potrebbe proprio essere quella delle carte di credito. Mentre l’indebitamento del settore finanziario è il 120% del Pil.

 

Come far fronte al costo del credito per le nostre imprese?

 

In questo scenario, l’Italia ha continuato ad avere il problema del debito pubblico, ma non ha distrutto il resto dei suoi fondamentali. Il panico che si è creato in questi giorni con la caduta delle borse ha prodotto effetti devastanti sulla fiducia dei consumatori, ora il vero rischio è non pagare ulteriormente queste colpe non nostre. In che modo? Evitando che il credit crunch possa determinare una morsa implacabile per le nostre imprese, soprattutto le Pmi. E facendo di tutto per sostenere la domanda interna.

 

Come interpretare il calo della nostra produzione industriale?

 

È come se le nostre fabbriche fossero “divise” in due: un reparto che produceva per l’estero a ritmi elevatissimi, e un altro reparto – quello destinato al mercato interno – che produceva a ritmi ridotti, perché la domanda interna era ed è fiacca. Se guardiamo la media dell’industria manifatturiera italiana, vediamo che la metà viene esportata e la metà viene venduta sul mercato interno. Per intenderci, se il nostro principale mercato estero è la Germania, il nostro mercato interno vale 4, 5 volte la Germania.

 

L’Italia, insieme a Germania e Francia, è tra i paesi europei in cui la manifattura ha ancora una funzione portante nell’economia reale…

 

Così come c’è stata la follia dei mutui subprime, molti paesi hanno accarezzato la follia dei “manufatti” subprime: l’idea di molti paesi avanzati di delegare in toto la produzione manifatturiera a paesi arretrati per potersi dedicare ad attività, potremmo dire, a più alto “quoziente intellettivo”: quella di far esplodere il debito privato con strumenti di finanza sofisticata. Il mondo anglosassone ha teorizzato che i manufatti andassero fatti fare dai paesi emergenti e che i paesi avanzati dovessero fare solamente attività finanziaria e servizi avanzati. C’è stata una corsa scriteriata alla delocalizzazione di attività produttive.

 

Ma come la mettiamo con i costi di manodopera?

 

Si è tranquillamente permesso alla Cina di competere con l’Occidente in condizioni asimmetriche. Lo yuan cinese artificialmente ancorato al dollaro, più tutte le asimmetrie commerciali e i dumping. Nell’Ue c’è stato un vero e proprio scontro ideologico. Il commissario britannico Peter Mandelson – il quale per fortuna nostra è tornato in Inghilterra a fare altro – ha sempre osteggiato le richieste dell’Italia di avere misure che rendessero meno opaca l’origine dei prodotti: il marchio d’origine lo aveva proposto Urso, poi la Bonino, poi lo ha riproposto Urso, ma per i veti inglesi non c’è mai stato nulla da fare. Questi veti oggi dovrebbero essere ripensati.

 

Berlusconi ha detto di voler tutelare le aziende italiane da Opa ostili. Che ne pensa?

 

È un provvedimento realista. Abbiamo visto fondi di paesi in gran parte non democratici dotarsi di queste straordinarie risorse e girare allegramente per il mondo a fare acquisti di aziende più o meno strategiche. In un momento come questo, in cui i corsi azionari di aziende buone e solide non riflettono il valore dell’azienda, il rischio che questi fondi sovrani possano interferire nel controllo di aziende e gruppi è un dato di fatto. Giustamente il problema è stato posto all’attenzione dell’Europa e credo che abbiano fatto bene Berlusconi e Tremonti a sottolineare questo rischio.

 

L’Italia, in una crisi che dopo aver sconvolto la finanza mondiale ora attacca l’economia reale, sembrava godere di una situazione relativamente privilegiata. Da Bruxelles ieri sera Berlusconi ha detto che gli aiuti di Stato sono ora “un imperativo categorico”.

 

Nonostante tutto stiamo meglio di altri. Gli Stati Uniti nonostante un leggero miglioramento dovuto alla debolezza del dollaro negli ultimi mesi che ha favorito le esportazioni, oltre al problema del debito delle famiglie e del debito delle banche hanno il problema del deficit estero, problema che l’Europa non ha, perché ci sono ancora paesi come la Germania e l’Italia che producono beni e non devono indebitarsi con l’estero per comprarli come fanno l’Inghilterra, gli Usa, la Spagna. C’è un intero modello che si pensava virtuoso, mentre si è rivelato di enorme fragilità, insostenibile nel lungo periodo. E forse rivaluteremo anche la nostra modesta crescita vicina allo zero dell’Italia: è meglio avere un’azienda che per alcuni anni sta ferma ma non crolla dal punto di vista patrimoniale, che fare acquisizioni smodate, facendo crescere l’economia in maniera artificiale per poi mettere mano al suo commissariamento. L’Islanda insegna.

 

 

 



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