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MERCATI/ Alla base della crisi finanziaria un problema di “fiducia”. E lo Stato non è la soluzione…

Pubblicazione:martedì 21 ottobre 2008

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Nelle ultime settimane si sono susseguite analisi, più o meno approfondite, sulle cause della crisi finanziaria e sui possibili rimedi. Per la prima volta i temi della finanza stanno interessando non solo gli addetti ai lavori, anzi c'è una forte sete di conoscenza da parte di un pubblico sempre più vasto. Un dato senz'altro positivo perché se ci sono argomenti di solito affidati solo alle burocrazie e non sottoposti alla verifica di un dibattito politico aperto, sono proprio quelli attinenti alle regole che governano l’economia.

 

Le norme in uso il più delle volte sono infatti figlie di decisioni europee o di accordi internazionali calati dall'alto: basti solo pensare alla modifica quasi totale del libro V del codice civile, alle regole per la redazione dei bilanci delle società, a Basilea 2, ai principi contabili, e si potrebbero aggiungere un'infinità di altri esempi.

 

In realtà si parla di economia, anche nei talk show più seguiti, ma sempre in termini generici e mai con cognizione dei fatti che nella pratica quotidiana toccano la vita di persone e imprese. Quindi la questione della democrazia e il ruolo dell’informazione costituiscono un primo problema di cui bisognerà tener conto in futuro.

 

Altri due aspetti mi paiono importanti per la loro rilevanza dal punto di vista di un giudizio culturale: il primo riguarda l’intervento dello Stato in economia, il secondo l’importanza della fiducia per un corretto funzionamento del mercato.

 

La partecipazione dello Stato, oggi, nel capitale delle banche credo sia stata un bene, ma solo per il fatto che la scelta è stata dettata dalla logica del male minore. Si è trattato di puro e opportuno pragmatismo al di là di quelle che sono state le singole e specifiche responsabilità. Per tale ragione non salvare Lehman Brothers è stato un errore: si stima infatti che il danno così causato sia di gran lunga maggiore di quanto sarebbe costato il suo salvataggio.

 

Ci siamo comunque trovati di fronte al fallimento di una realtà che solo nominalmente poteva essere definita mercato. Quello vero è fatto da soggetti che in totale libertà si scambiano beni e servizi dentro un quadro di regole soprattutto sotto il profilo della trasparenza dal lato dell’offerta. Ciò implica la creazione di condizioni di adeguata consapevolezza per l’acquirente senza l’utopia dell’eliminazione del rischio da più parti oggi irresponsabilmente invocata.

 

È solo il caso di sottolineare che l’intervento dello Stato, che offre la possibilità di un risparmio garantito, genera debito pubblico e riduce di molto le chance di crescita. La storia docet. Vedo infatti il rischio concreto che possa farsi largo un pensiero che, speculando su fallimenti dovuti all’inadeguatezza di regole e controlli, e rincorrendo una facile demagogia sulle tutele sociali, finisca con lo scoraggiare una sana cultura imprenditoriale aprendo una breccia pericolosa.

 

Perciò è opportuno che lo Stato torni al più presto a fare il regolatore, possibilmente non in modo invasivo: è bene ricordare che la crisi attuale è scoppiata mentre erano pienamente vigenti le regole di Basilea 2 e dopo l’introduzione dei nuovi principi contabili, entrambi giustificati dalla necessità di maggiore trasparenza e di una più esatta misura dei dati riportati nei bilanci. Per gli operatori finanziari sono stati tra l'altro anni di costosi investimenti e di inutile burocratizzazione delle loro attività.

 

Per ciò che riguarda invece la fiducia, quanto è accaduto ha mostrato in modo inequivocabile che non la può dare né lo Stato né qualsiasi altra autorità, neppure stimolandola attraverso l'iniezione di ingenti somme di denaro. È la materia prima del mercato, anche in presenza di forti garanzie contrattuali. Appartiene alla società che la costruisce negli anni. E proprio la necessità di favorire un clima di fiducia è una delle questioni irrisolte aperte dal processo di globalizzazione, benché non venga mai messa in evidenza dagli esperti come problema. Su questo aspetto occorrerà riflettere e lavorare molto recuperando il significato di produrre beni e servizi come espressione del desiderio di concorrere, attraverso il proprio genio e il proprio talento, alla costruzione della storia. Relegando il profitto a semplice misuratore di efficienza in una libera e leale competizione. Basta pensare cosa ha voluto dire la moda per il nostro Paese.

 

Proviamo solo a immaginare un mondo che non avvertisse più la necessità di guadagnarsi la fiducia dell'altro, quindi senza avventure imprenditoriali. Una società con tanti titoli di Stato in portafoglio e posti garantiti, nell’illusione di aver così eliminato alla radice ogni presupposto di ingiustizia. Pensiamoci bene, con le scelte di oggi potremmo gettare i semi di una simile amara prospettiva.



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COMMENTI
21/10/2008 - Vade retro Stato (Greco Gaetano)

Mi pare che in questi giorni "per evitare di ripetere gli errori del passato" si pretenda che lo Stato regali immani risorse sottratte ai cittadini affidandole senza controllo alle scelte di quegli stessi amministratori che si sono dimostrati palesemente incapaci. Insomma lo Stato sbaglia per principio, mentre il privato opera bene per principio anche quando brucia migliaia di miliardi e porta l'intero sistema sull'orlo del fallimento. Direi che è giunta l'ora di dire la verità: negli ultimi decenni abbiamo fatto tutto ciò che questi illustri economisti sostenevano. Abbiamo privatizzato imprese pubbliche che producevano profitti regalandole a lobbies di affaristi senza scrupoli che le hanno dissolte. Abbiamo regalato le banche pubbliche a presuntuosi manager che privatizzano i profitti e pretendono di pubblicizzare le perdite. Frattanto e come sempre le imprese battono cassa al momento del bisogno per poi sput.are sul piatto dove lautamente mangiano. La fiducia nel mercato, nelle ideologie liberiste e nel laissez faire ha dimostrato per l'ennesima volta (in questo caso si che la storia docet)che l'egoismo ed il miraggio del profitto a tutti i costi producono immani danni e tragedie, oltre che il benessere di pochi. Lobbies interessate hanno spinto la privatizzazione e riduzione dei controlli, i conflitti di interesse tra controllati e controllanti, la ridicolizzazione dei reati e delle pene, la riduzione della sicurezza sul lavoro. Vergognatevi del vostro liberismo

 
21/10/2008 - la fiducia nei mercati (paolo careri)

Senza voler entrare in dialettica con l'autorevole Autore dell'articolo, credo che nessuno di coloro che hanno deciso gli interventi pubblici per sostenere le imprese bancarie in difficoltà abbia mai teorizzato come modello economico ideale quello in cui è lo Stato che interviene ad evitare i fallimenti delle imprese private. La "fiducia" tanto desiderata dagli operatori del mercato ha però quale principale nemico i fallimenti del mercato, per evitare i quali i governi sono intervenuti. Credo che una posizione fondamentalista sul punto, cioè ritenere che il mercato si sarebbe "curato" da sè, se non altro risulti irrealistica al momento. Non a caso l'articolo si apre apprezzando gli interventi, sebbene quale male minore. Meno convincente il richiamo alla "fiducia", o se non altro poco efficace se lasciato come proposito per il futuro. La fiducia la si dà a qualcuno e non al sistema. Sono d'accordo che lo Stato dovrà ritornare a fare il regolatore, ma mi permetto di sottolineare che non sarà una opzione di sistema a ricostruire quella trama di fiducia persa per colpa di una informazione scorretta. Il lavoro da fare è molto, su ogni promotore, su ogni dirigente di impresa finanziaria, su ogni imprenditore che si apre al mercato e, naturalmente, su ogni investitore. La fiducia nei mercati è solo una illusione se non si basa sulla fiducia alle persone che li costituiscono. Il male non è nè lo Sato nè il mercato, ma piuttosto l'assenza di un loro orientamento al bene di tutti.

 
21/10/2008 - No, però se paga, anzi paghiamo... (Giuseppe Soli)

Nell’affrontare i temi e nelle soluzioni offerte insieme alla sete di conoscenza colgo tanta emotività. Ma se esiste la possibilità che prenda piede ‘l’utopia dell’eliminazione del rischio’ forse non è perché in fondo il mercato vero non è ‘fatto da soggetti che in totale libertà si scambiano beni e servizi in un quadro di regole soprattutto sotto il profilo della trasparenza dal lato dell’offerta’?. Certo, non arrivando a fine mese, trovandosi in cassa integrazione, vedendo spese e mutui aumentare la gente ha sete di sapere. Siccome il miglior modo per affrontare il futuro è partire dal presente, sarebbe però meglio che operatori finanziari e mondo dell’informazione (mi pare si conoscano bene...) assumessero una posizione propositiva subito. Ruolo statale e fiducia sono due aspetti cruciali. Con due postille: -lo Stato faccia il regolatore ma sia anche autorevole e credibile: individui se ci sono e di chi sono le responsabilità visto che ha (abbiamo) sborsato diversi soldini. Infatti, la sana cultura imprenditoriale non è tanto scoraggiata dal rischio reale che possa farsi largo un pensiero demagogico, ma da quello che mastodontiche entità finanziarie hanno potuto fare fino al punto di ‘drogare’ interi settori come quello dell’edilizia lasciando cocci e debiti da pagare allo Stato (quindi anche agli imprenditori). -la fiducia nel mercato non viene dallo Stato. E’ ora che le banche comincino a guadagnarsela da sole. Ciao e complimenti al Sussidiario, Giuseppe.