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Economia e Finanza

MERCATI/ Giannino: lasciar troppo spazio all’intervento dello Stato vuol dire diminuire la libertà degli uomini

Prosegue il dibattito de ilsussidiario.net sul problema culturale della fiducia alla base della crisi finanziaria e sull’intervento dello Stato aperto ieri dall’articolo di Graziano Tarantini. Oggi il direttore di Libero Mercato Oscar Giannino descrive come l’azione dei Governi può facilmente trasformarsi in un pericolo per tutti i cittadini

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È nelle grandi crisi, che occorre porsi i grandi interrogativi. Nelle grandi crisi infatti si mettono in atto risposte in tempi obbligatoriamente rapidi, se non concitati. E si compiono balzi anche radicali, rispetto ai paradigmi precedentemente rispettati in maniera sin troppo ortodossa.

 

Nessuno può dirsi certo delle conseguenze ultime che scaturiranno dalle terapie d’emergenza per affrontare le emorragie banco-finanziarie, perché tutti intanto pensano che la cosa essenziale è arrestare il rischio di dissanguamento. Ma terapie che a breve ottengano anche l’arresto del peggio, ma gettino insieme i semi di una successiva paralisi lenta e progressiva dell’organismo salvato, sono comunque terapie sulle quali interrogarsi seriamente.

Io credo che Graziano Tarantini abbia profondamente ragione, nel richiamare noi tutti a una riflessione profonda, intorno al rischio che lo Stato da invocato salvatore dell’oggi divenga poi - come quasi sempre è stato - nemico del meglio e del bene, avverso a chi sa e vuole fare in quanto persona, in teoria garante di solidarietà ed eguaglianza, in realtà arido livellatore secondo ideologie di questa o quella scuola di perfettismo strutturalista. Non mi fa molta differenza, che sia socialismo, comunismo o tecnocrazia di enarchi laico-illuministi innamorati dell’Aufklarung: in tutti i diversi casi, sappiamo già bene dalla storia che cosa se ne debba desumere, dal loro sostituirsi alla libera interazione dell’uomo come entità collettiva di minoranze organizzate e autoselezionate in nome del presunto “bene comune” .

Il disastro regalatoci dalla finanza ad alta leva finanziaria e bassa congruità patrimoniale delle cinque grandi banche d’investimento americane ha almeno tre conseguenze che a mio giudizio non bisogna esitare a definire “epocali”. Finisce un intero modello di intermediazione finanziaria: un’idea di crescita vorticosa costruita questa volta non più sul rapido crescere dei consumi sostenuti dal debito pubblico come da noi, ma da quello privato, trasformato in alta redditività del capitale con prodotti finanziari sintetici e tecniche di collateralizzazione sempre più in spregio ai fondamentali, per i quali occorre un rapporto prudenziale tra propri asset patrimoniali, impieghi intermediati e rischi di controparte.

Finisce un intero equilibrio geopolitico, basato su una crescita indebitata americana da una parte, e sull’interesse della Cina a reggerne gli squilibri comprandone asset denominati in dollari per miglia di miliardi di dollari, pur di guadagnare in tempi rapidi nuovi e sicuri mercati per le sue merci a basso prezzo.

Finisce, altresì, un’intera concezione del “rischio” alla base dello sconto del capitale come di tutti i fattori che concorrono alla produzione. State attenti a quest’ultimo punto, perché chi dice che un conto è la finanza e un altro la produzione dice solo parzialmente la verità. L’imprenditore è colui che arbitra mezzi definiti per fini prefissi, ma lo fa scontando il rischio separandolo dall’incertezza. Il “rischio” è categoria decisiva per ogni attività economica, ed esso è SOLO finanziariamente definito non da oggi, ma da sempre. Poiché si tratta di ridefinire modalità di valutazione condivisa del rischio per intere classi di impieghi e prodotti finanziari, la conseguenza degli Ias o di una Basilea3 non riguarda solo banchieri e finanzieri, ma CHIUNQUE abbia in mente di esercitare QUALUNQUE attività d’impresa.

Il disastro attuale è che l’aver affermato “nessuna banca può fallire” evoca inevitabilmente un paradiso senza inferno o un governo senza opposizione. Un mercato senza fallimento è esattamente analogo. È una prospettiva autocratica, è la terra ideale per uno Stato che torni a risentirsi “dio”.

Non significa affatto, per chi la pensa come noi, dire no a tutto ciò che solo lo Stato può fare oggi, per ridare agibilità alla liquidità interbancaria e per evitare alle imprese le conseguenze disastrose della stretta creditizia. Ma significa aver ben chiaro in testa, che tutto ciò deve avvenire senza - o nel minor grado possibile - che lo Stato torni a essere e a sentirsi “padrone” . Padrone delle banche e delle imprese, significa essere padrone della vita degli uomini, delle loro possibilità di tradurre in atti e fatti concreti le loro aspirazioni.

Saper dire la giusta misura di “grazie no”, in queste prossime settimane e mesi, sarà il netto discrimine tra politici che abbiano a cuore l’uomo, e altri che contrabbandano per lotta alla paura il proprio desiderio di potenza su altri uomini.

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COMMENTI
23/10/2008 - non dico no a tutto (oscar fulvio giannino)

Devo dire che sono assai più d'accordo di quanto crediate con le osservazioni che sinora ho letto. Di fronte alla trappola della liquidità e alla restrizione di credito, è lo Stato a dover intervenire. Ma i problemi riguardano: le modalità con cui farlo, per evitare presenze permanenti; la distinzione netta tra settore finanziario linfa del sistema, dagli altri che più che comprensibilmente invocano interventi altrettanto energici, ma che trarrebbero più giovamento dmeno fisco che da più Stato; i criteri con cui la politica determina di volta in volta quali strumenti attivare e quando. I modelli che sono adottati dai diversi Paesi europei in queste settimane sono in realtà i più diversi. Penso per esempio anch'io che sbaglino alcune primarie le banche italiane, che stanno respingendo la proposta di ricapitalizzazione e che - temo - finiranno invece per doverla accettare quando sarà peggio. Ma per fortuna che Tremonti a quanto pare frena sugli aiuti all'auto e agli elettrodomestici, perché uno Stato che torni a dare una mano solo a "pochi amici" come vedete è un'eventualità ben presente, nel nostro Paese. E' sia a quell'eventualità che a quella di un ritorno allo Stato cura palingenetica di ogni guaio, che dico no, non certo a interventi necessari e ben modulati.

 
22/10/2008 - Chi controlla il controllore? (Maurizio Rampinelli)

Certo, lo stato non è il bene! Ma quando spende i soldi dei cittadini per non far affossare le banche che dello stato non sono va bene a tutti salvo poi che a continuare a governare quelle banche siano gli stessi "manager" che "non è mai colpa loro"! Insomma... certo, hanno ragione Graziano Tarantini e Oscar Giannino e tanti altri (magari più interessati di loro) a dire che lo stato non è un buon manager o imprenditore (Alitalia docet), ma perchè assieme allo stato non si chiede di farsi da parte anche al management di quelle banche che hanno fatto un po' male i conti? E' troppo facile, dopo che lo stato ha salvato situazioni "difficili" che siano sempre "lor signori" che quelle stesse situazioni hanno contribuito a creare, a risalire sulla plancia di comando (sempre Alitalia docet: quanti manager che hanno non solo contribuito ad affossare Alitalia hanno preso buonuscite da capogiro invece che pedate nel "di dietro" e oggi mangari sono ancora a dirigere altre "imprese" statali e non)! Insomma: chi controlla i controllori, siano essi stato o manager?? Chi risponde a questa domanda e mi dice come fare a non mettere le mani nelle tasche degli italiani per togliere le castagne dal fuoco e far ritornare le tutto come se niente fosse accaduto??

 
22/10/2008 - d'accordo con Gualandi (michele maioli)

Son d'accordo con quanto scrive Gualandi. Sembra che lo stato sia lo spauracchio che arriva come arriva un genitore troppo tardi a fermare i bambini che col gioco si sono cacciati in brutti guai. Nessuno parla del "giusto mezzo". Lo stato è necessario per una convivenza civile e si deve basare su leggi non solo naturali, ma anche su quelle positive (non passare col rosso, ad esempio). Queste regoleci devono essere, soprattutto quando i bambini sono capricciosi e in malafede, come i grandi finanzieri attuali, che hanno creato strumenti economici devastanti (da processo d Norimberga, per le conseguenze, e non mi si venga a dire che esagero). Quindi, Giannino, non mi sembra proprio che il rischio adesso sia quello di un intervento troppo forte dello stato, anche perchè tardivo. Il gioco è fatto. Stiamo allungando la vita ad un moribondo.

 
22/10/2008 - ..e lasciarglelo troppo poco aumenta? (Andrea Gualandi)

Mi pare un po' sopra le righe e anche anacronistico tutto questo sbracciarsi per lo spauracchio del ritorno al dirigigismo statale in economia. Non si denunciava forse, a destra e a manca, fino a pochi giorni orsono, la debolezza della politica nelle grandi manovre economiche? Non era lo stesso Tremonti ad avere scritto quanto fosse deleterio quello che lui ha chiamato il mercatismo? Allora preferisco che a tenere il timone, con la possibilità di far danni in questo campo, sia un politico; magari, se ci si lascia ancora questo "vezzo" che è il voto, il prossimo giro non verrà eletto. Per quanto ancora lo Stato dovrà "ridare agibilità alla liquidità interbancaria" cioè soldi e favori, ai signori della finanza e delle banche (so che ci sono anche persone degne e onorevoli in questi settori, io sto parlando degli altri, che non sono pochi)? Cordialmente.

 
22/10/2008 - Il lavoro serio e la finanza paradisiaca (PAOLA CORRADI)

Non posso essere completamente d'accordo, con il contenuto di questo articolo, infatti ritengo che sia diverso il termine "controllare" che "sentirsi padrone". Un minimo di controllo da parte dello Stato è comunque un deterrente per atti e azioni illecite o comunque spavalde. Le nostre aspirazioni non possono ledere le altrui e purtroppo oggi scontiamo tutti una finanza globale leggera e con ambizioni paradisiache per pochi eletti. Il "grazie no" del politico dovrà quindi essere un diniego al potere esercitabile ma un "grazie si" alla possibilità di esercitare un controllo lecito per tutelare uomini e imprese che lavorano seriamente.