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MERCATI/ La situazione impone regole straordinarie. Lo Stato? Attenzione, con politiche solo cautelative rischiamo di rimanere indietro

Pubblicazione:giovedì 23 ottobre 2008

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L’arguto articolo di Graziano Tarantini suggerisce alcune riflessioni in chiave comparata europea sulla governance del sistema economico e finanziario dei prossimi anni. Alla luce della crisi finanziaria, e delle risposte date, il sistema dovrà tenere in realtà conto di due nuovi fattori. Da un lato la inevitabile accelerazione normativa che sta portando in poco tempo ad un cambiamento importante nelle regole contabili e alla flessibilità nell’uso delle norme di concorrenza (aiuti di Stato) e delle norme fiscali (il patto di stabilità); dall’altro, oggetto dell’intervento di Tarantini, un sistema economico nel quale la presenza dello Stato nell’economia rischia di essere ben più alta di quanto non sia stata negli ultimi anni.

Sul primo punto, l’accelerazione normativa non è necessariamente negativa, specialmente se messa nel contesto dell’eccezionalità della fase che stiamo vivendo. Tempi straordinari richiedono infatti regole straordinarie. A questo riguardo, le istituzioni europee hanno avallato una parziale riforma delle norme contabili per il settore bancario. In particolare, le banche sono state autorizzate ad abbandonare temporaneamente il modello di valutazione dell’attivo “mark to market”, ossia al valore di mercato (valutazione che il mercato non è al momento in grado di fare in maniera fair), a favore di norme contabili che contabilizzano gli attivi sulla base dei modelli di valutazione delle banche dei rischi di inadempimento. Questo consente di non diluire ulteriormente il valore dell’attivo, e di arginare la caduta dei coefficienti patrimoniali del sistema.

Chiaramente, un cambio di regole mentre la partita è in corso è molto rischioso (pensiamo agli effetti sulle trimestrali, valutate con due regole contabili diverse, pre- e post-crisi). Occorrerà allora che la Commissione europea da un lato, e gli organismi di vigilanza nazionali dall’altro, monitorino costantemente e con estrema attenzione l’evoluzione della situazione, al fine di assicurare attraverso un approccio coordinato nell’applicazione delle regole un level playing field tra tutti gli attori sul mercato europeo.

Per quanto attiene all’intervento statale, esso è stato implementato in primis con la garanzia prestata dallo Stato alle operazioni di finanziamento interbancario fino a tutto il 2009, una decisione presa dal vertice straordinario dell’Eurogruppo che ha consentito di rianimare il sistema finanziario, un malato che lo scorso venerdì 10 ottobre era tecnicamente in arresto cardiaco. Quello che sta capitando in questi giorni a livello europeo è tuttavia che, superata la fase critica, si tende ad utilizzare lo Stato anche nella fase terapeutica, attraverso il suo ingresso diretto nel capitale delle banche. Questo ha già avuto luogo in Olanda, Regno Unito, Francia, e a breve avrà verosimilmente luogo in Germania. In Italia, il settore bancario rifiuta invece tale offerta, prevista dal decreto del governo solo in condizioni di difficoltà finanziaria. Tale asimmetria costituisce a nostro avviso un’arma a doppio taglio.

Da un lato, è tecnicamente vero che i coefficienti delle nostre banche sono sopra i valori minimi consigliati da Basilea 2, ma è anche vero che guardando in prospettiva alle banche europee dopo l’intervento dei diversi Stati, la media di questi coefficienti probabilmente salirà, rischiando di svantaggiare le nostre banche rispetto ai principali concorrenti europei. Rifiutare azioni di ricapitalizzazione a priori è dunque una strategia miope rispetto all’evoluzione del contesto competitivo attuale. Lo è anche nei confronti del settore delle imprese, in quanto lo stesso Eurogruppo ha dichiarato che, in deroga alle norme sugli aiuti di Stato, i governi potranno imporre delle condizioni ai beneficiari dei dispositivi di garanzia, tra cui l’impegno di finanziamento dell’economia reale. A maggior ragione se entrano direttamente nel capitale delle banche. Se il governo italiano e le banche non trovano un punto di equilibrio su tale questione, il sistema-paese rischia dunque di trovarsi con banche poco competitive sul piano internazionale, e con un sistema del credito alle imprese più restrittivo rispetto alla media europea.

Certo, dall’altro lato, occorre assolutamente evitare di buttare via con questa operazione i positivi risultati ottenuti in Europa con la progressiva disintermediazione statale e relativa privatizzazione del sistema bancario. Basti pensare a questo proposito come il sistema bancario italiano è cambiato nel giro degli ultimi 20 anni. L’impatto della ricapitalizzazione fatta a spese dei contribuenti non deve dunque farci perdere di vista l’obiettivo di ristabilire al più presto le condizioni normali di funzionamento di una libera economia di mercato. Altrimenti, i cittadini pagherebbero due volte (con la capitalizzazione statale, e con la perdita di efficienza che rischia di derivarne) per lo stesso intervento.

È allora essenziale che i governi, che nell’emergenza sono riusciti ad organizzare una ben coordinata entry strategy nel settore bancario europeo, siano pronti ad organizzare un’egualmente efficiente exit strategy una volta realizzato l’obiettivo di un effettivo recupero di una situazione patrimoniale sana nelle banche ricapitalizzate. Così facendo sarà anche possibile dare un migliore assetto alla governance europea in materia economica, annosa questione che solo una crisi così drammatica è riuscita a sbloccare.

 



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