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Economia e Finanza

CRISI/ L'Ue rinuncia al fair value. Quali rischi corre il sistema produttivo?

La decisione della Ce e dello Iasb (International Accounting Standard Board) di consentire la valutazione dei titoli per la negoziazione al costo anziché al fair value, può rivelarsi, come spiega ALBERTO CANCLINI, un'arma a doppio taglio. Se consente di reagire alle turbolenze finanziarie, lascia tuttavia spazio ai manager di diluire le perdite nel tempo e toglie trasparenza alle banche

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Lo IASB (International Accounting Standard Board) e la Commissione Europea reagiscono alla turbolenza dei mercati finanziari, rinunciando ad uno dei capisaldi dell’informativa societaria: il fair value.
Il fair value è uno dei criteri di valutazione base su cui si fondano sia i principi contabili internazionali (IAS/IFRS), sia quelli americani (FAS). Secondo tale principio contabile, le attività e le passività finanziarie sono valutate, in presenza di mercati attivi con quotazioni e scambi giornalieri significativi (mark to market), in base al valore di mercato. In assenza di tali condizioni, il fair value è determinato utilizzando come riferimento il prezzo di mercato osservato su strumenti finanziari similari, ovvero ricorrendo a tecniche di valutazione (mark to model).
È di pochi giorni fa la decisione congiunta dello standard setter internazionale e dell’Unione Europea, di approvare un emendamento al principio contabile  Ias 39 (cfr. regolamento 1004/08) in tema di valutazione degli strumenti finanziari. Il provvedimento in parola consente, in rare circostanze (lo stesso IASB in un comunicato stampa ha dichiarato che la crisi dei mercati finanziari mondiali manifestatasi nel terzo trimestre di quest’anno, è un valido esempio di tali “rare circostanze”), di riclassificare i titoli detenuti per la negoziazione valutati al fair value con rilevazione di utili e perdite a conto economico, alla più “rassicurante” categoria dei finanziamenti e crediti, valutati al costo ammortizzato. Convenzionalmente, il passaggio da una categoria all’altra avverrà al valore di mercato di tali attività al 1° luglio 2008.
Esemplificando, un titolo con un valore di mercato al 30 giugno  pari a 100 che ha subito pesanti perdite nel terzo trimestre (quotazione al 30 settembre pari a 60), può essere valutato nella trimestrale al costo, convenzionalmente  determinato dal valore di mercato del titolo al 1 luglio, ipotizziamo pari a 98. Nell’esempio citato la società evita di rilevare perdite in bilancio per un importo pari a 38 (dato dalla differenza tra il costo di 98 e il valore di mercato al 30 settembre pari a 60). Considerato che nei bilanci della banche italiane a fine 2007 i titoli detenuti per la negoziazione rappresentavano il 70% del totale, si può facilmente intuire la portata della deroga in termini di sospensione delle perdite nei risultati trimestrali in corso di approvazione.
Tra le motivazioni addotte dalla Commissione Europea a giustificazione del provvedimento adottato, vi è stata quella di assicurare uniformità di trattamento delle imprese europee nei confronti delle concorrenti d’oltreoceano. La misura, dato il carattere straordinario della crisi finanziaria in atto, è stata assunta in tempi rapidissimi. Generalmente il processo di modifica di un principio contabile internazionale da parte dello IASB e la successiva omologazione da parte dell’Unione Europea richiede parecchie settimane, se non mesi. In questo caso lo IASB ha approvato la modifica allo IAS 39 il 13 ottobre scorso senza pubblicarne, come di consuetudine, una versione in bozza (Exposure Draft) soggetta ai commenti degli addetti ai lavori e della comunità finanziaria in genere. La Commissione Europea ha completato il processo di omologazione (Endorsment) nel tempo record di 48 ore ottenendo il parere tecnico dell’EFRAG (European Financial reporting Advisory Group) il 14 ottobre, e il parere politico dell’ARC (Accounting Regulatory Committee) il giorno seguente. Il provvedimento adottato con il regolamento (CE) N. 1004/2008 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 16 ottobre.
La tempestività con cui si è cercato di porre un rimedio “contabile” alla crisi finanziaria globale desta, tuttavia non poche perplessità. La scelta di consentire una ampia discrezionalità alle società, ed in particolare a banche e intermediari finanziari nel scegliere se valutare gli strumenti finanziari in portafoglio al costo invece che al fair value, sebbene abbia l’intento di evitare la prociclicità delle valutazioni di mercato in favore delle più stabili valutazioni al costo, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Questo per due ordini di motivi: in primo luogo perché si potrebbe prestare a comportamenti opportunistici e opachi da parte dei manager, i quali potrebbero diluire nel corso degli anni le perdite realizzate, non facendo di conseguenza emergere i reali valori degli attivi detenuti dalle banche; in secondo luogo perché in un mercato interbancario affamato di fiducia, sarebbe opportuno che le banche si presentassero con bilanci trasparenti e redatti secondo criteri uniformi.
Il fair value, immolato alla “giusta causa” della stabilità del sistema finanziario, rischia di diventare il capro espiatorio della crisi del sistema finanziario globale, a tutto vantaggio dei principali responsabili, individuabili tra le fila di manager spregiudicati, che a causa di scelte avventate di ingegneria finanziaria e con un ricorso indiscriminato alla leva finanziaria, hanno posto le basi per un tracollo del sistema finanziario con inevitabili ripercussioni anche sull’economia reale. In effetti, l’attuale mercato di riferimento non è in grado di esprimere i reali valori dei titoli in portafoglio degli intermediari finanziari e la valutazione dei medesimi ai corsi degli ultimi giorni potrebbe non permetterebbe di redigere bilanci corretti.
Certo è che, in una tale situazione di mercato, gli organi di vigilanza dovranno prestare grande attenzione e accertarsi che i soggetti vigilati si ispirino al buon senso e evitino di adottare valutazioni che di fatto mascherino perdite permanenti di valore diluendole nel tempo. Infatti, se da un lato occorre evitare che il mercato sia penalizzato da eccessi di pessimismo, è anche vero che l’eventuale diluizione delle perdite in un arco temporale lungo, permetterebbe agli intermediari finanziari di non essere ricapitalizzati, pur in presenza di una necessità in tal senso, causando una ulteriore carenza di liquidità che penalizzerebbe oltremodo il sistema produttivo. 

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