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CRISI FINANZIARIA/ I molti dubbi sul piano di salvataggio statunitense

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Il piano statunitense di creazione di un fondo statale dove permettere alle banche di scaricare i propri asset “tossici”, votato il 3 ottobre dalla Camera Usa dopo che il Senato aveva dato il suo ok due giorni prima, comincia a destare qualche dubbio. E non solo sui volumi. Sono infatti parecchie le domande da porsi, prima delle quali le conseguenze che potrà avere un aumento del debito pubblico americano innestato in un contesto di estrema debolezza e con rischi di spirali inflazionistiche: il piano prevede di aumentare la facoltà da parte dell’autorità federale di emettere titoli di debito pubblico fino a 11.315 miliardi di dollari contro la soglia attuale di 10.615 miliardi di dollari.

Inoltre la Federal Reserve si è letteralmente dissanguata nelle ultime quattro settimane per intervenire sui mercati e, soprattutto, per l’altissimo costo derivante dal tenere aperto quell’inceneritore di debiti che è la Fed di New York, da tempo impegnata nel lavoro sporco di considerare come fossero buoni migliaia di miliardi di dollari di titoli più o meno tossici che le banche di ogni ordine e grado stanno scaricando al suo interno.

A questo vanno aggiunti il salvataggio di AIG e la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac, un altro bagno di sangue per il debito pubblico Usa che in una notte è giunto quasi alla parità con il Pil. Un azzardo pesante, quindi. Tanto più che i volumi di cui stiamo parlando, a livello di valore facciale delle azioni tossiche che lo Stato ricomprerà alle banche, sarebbero ancora gestibili se ceduti con lo sconto dell’ottanta per cento ma non se i banchieri che vogliono liberarsene pretendessero di incassare quanto è scritto su quella carta o negoziassero uno sconto del 15-20 per cento.

Leggendo il testo del piano si scopre che la Sec avrà l’autorità di sospendere il “mark-to-market”, ovvero il fatto che i titoli della banche vengano ricomprati dalla Fed al loro attuale valore di mercato: cioé quasi a nulla. Per gli Usa, quindi, il rischio è quello che il costo sarà ben più alto dei 700 miliardi che Paulson intende mettere sul piatto. Inoltre giova ricordare che il piano bocciato la prima volta dalla Camera consisteva di tre pagine, quello approvato il 3 ottobre ben 400. E dentro ci si trova di tutto, non solo i famosi aiuti alla “main street”, ovvero le agevolazioni fiscali richieste dai cittadini vittime della crisi. Ci sono aiuti all’industria del cinema e ai produttori televisivi, agli sport a motore oltre che agevolazioni fiscali con tagli del 43 per cento per i produttori di asticelle di legno usate per le frecce giocattolo dei bambini: si e no 200mila dollari persi all’anno da Zio Sam, quindi una misura decisamente lobbystica nell’accezione deteriore del termine. Non è uno scherzo, basta andare sul sito della Cnbc per scoprirlo. Inoltre compaiono agevolazioni fiscali per i produttori di rum di Porto Rico e delle Isole Vergini ma anche, guarda caso, un miglioramento del trattamento fiscale per lo Stato dell’Alaska riguardo il contenzioso seguito all’incidente della Exxon Valdez del 1989. Questo emendamento è stato introdotto dopo le pesanti proteste di Don Young, deputato repubblicano dell’Alaska: ci sembra che anche uno dei due vice-presidenti designati abbia a che fare con quelle parti.

Insomma, il piano di salvataggio si è trasformato in una fiera elettorale per strappare concessioni da rivendere nei propri collegi in vista del 4 novembre e placare gli animi di quei cittadini che di salvare Wall Street non volevano nemmeno sentir parlare: non è proprio lo stile Lauro ma poco ci manca. Infine, a latere del piano, la decisione che maggiormente ha scosso gli operatori è la decisione della prosecuzione ad oltranza del bando sullo shortselling (la scommessa al ribasso) su quasi 800 titoli deciso da Sec americana e Fsa inglese. L’ondata populistica che vede nei ribassisti i colpevoli dei crolli a catena, infatti, ha fatto presa ma la realtà è esattamente contraria: il ribassista punta sulla malagestione, la supervalutazione e i conti disastrati di un’azienda, non li provoca. E’, paradossalmente, uno spazzino del mercato che sale in giostra quando si accorge dei disastri o delle furberie messe in atto dai management. Vietandogli di operare, oltre a creare un danno economico, si inquina il mercato: i bilanci torneranno da essere “allegri” e certificati bonariamente dalle agenzie di rating e soprattutto si creeranno pericolose bolle per la sopravvalutazione di titoli che si impenneranno per l’euforia rialzista garantita da Fed e Tesoro Usa. I

l paradosso di questo piano sta tutto in una sola realtà: gli hedge funds non potranno più fare short-selling e ora subiranno gravi perdite per coprire le loro posizioni sui titoli schizzati alle stelle mentre Morgan Stanley, che per anni ha prestato azioni agli stessi fondi affinché scommettessero al ribasso sulle sue concorrenti e altre aziende, godrà del salvataggio con soldi pubblici. Qualcosa, in questo strano capitalismo di Stato, non funziona. E rischia di fare danni ancora peggiori della crisi, tanto più che chi grida contro l’avidità degli speculatori ribassisti dovrebbe spiegarci il perché dei crolli nel settore bancario da quando il bando è in vigore. L’America naviga a vista di fronte alla crisi e questo piano ne è la dimostrazione più lampante. Ora occhio all’iceberg dei credit default swaps, una bomba da migliaia di trilioni di dollari.



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