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CRISI FINANZIARIA/ Quadrio Curzio: chi acclamava al modello americano, si rilegga la nostra tradizione economica

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Professor Quadrio Curzio: lei che da sempre ha sostenuto principi di solidarietà e sussidiarietà per lo sviluppo, come valuta la crisi in atto?

 

Risponderò a questa domanda alla fine dell’intervista rifacendomi anche ad una recente affermazione di Giorgio Vittadini, ma da subito desidero dire che gli eccessi di speculazione non sono compatibili con i principi di libertà e responsabilità che caratterizzano le opere dei veri costruttori di mercati, imprese, enti e comunità che promuovano la persona.

 

La crisi finanziaria Usa ci pone di fronte solo ad un malfunzionamento di sistemi di vigilanza e controllo?

 

Il dato di partenza è che negli Usa il sistema bancario, finanziario e assicurativo ha ecceduto nell’uso della leva concedendo affidamenti a soggetti che non avrebbero mai potuto rimborsare e assumendosi rischi giganteschi rispetto alle proprie riserve patrimoniali. Dal punto di vista delle regole, c’è stata una deregolamentazione che è andata molto al di là di quelle necessarie forme di semplificazione pure auspicabili. Un conto è semplificare, un altro è deregolamentare senza valutare l’entità dei rischi sistemici che sono ben diversi da quelli si singoli operatori. Gli stessi strumenti finanziari innovativi, usati in misura controllata, sono utili per la copertura del rischio e per il finanziamento degli investimenti, ma quando si eccedono soglie macroeconomiche di prudenza gli effetti cumulativi possono essere devastanti. Per prevenirli ci sono appunto i soggetti Istituzionali vigilanti.

 

Quanto incide la propensione al rischio? È semplicemente una variabile economica oppure tocca un livello più fondamentale?

 

Vi è negli Usa un elemento, direi “culturale”, rilevante che in Europa non c’è od è assai meno marcato: l’eccesso di rischio e il senso pionieristico della sfida. Lo dimostra il fatto che in Europa banche di investimento come quelle americane non esistono. Se ci sono, sono - o erano - filiali europee di istituti americani che si sono anche troppo ramificati in un network mondiale che taluno ha definito lobbista e non in senso positivo.

Negli Usa ci si è fidati di meccanismi di finanziamento molto sofisticati, ma le cui conseguenze a livello di sistema, e non di singola partita, erano sconosciute. A livello di singolo operatore i rischi potevano essere accettabili, ma a livello sistemico il cumulato di quei rischi ha prodotto effetti devastanti e imprevisti. Inoltre la società Usa è troppo propensa a consumare indebitandosi, sia all’interno sia all’esterno come dimostra una bilancia commerciale in perenne deficit.

In Europa la situazione è molto diversa: c’è ancora un buon tasso di risparmio, con una significativa capacità di autofinanziamento degli investimenti. I consumi sono ovviamente necessari, ma deve essere possibile sostenerli nel tempo senza indebitarsi in modo irreversibile.

 

Il piano Paulson, al di là dell’iter e delle modifiche introdotte nel provvedimento, ha aperto un dibattito sul rapporto tra Stato e mercato. Due erano le alternative: o che il governo si assumesse i debiti delle banche (come è poi avvenuto nel piano Paulson), oppure che entrasse nella quota azionaria delle banche stesse, nazionalizzandole. Di fronte a questa alternativa, qual è la sua opinione?

 

Qualcuno aveva detto che in realtà le alternative erano tre: oltre alle prime due, lasciar fallire le banche perché il mercato deve fare le sue vittime. Così ci sono stati economisti italiani e non che hanno applaudito al fallimento della Lemhan Brothers salvo lanciare, dopo qualche giorno, un appello alle Istituzioni Europee affinché creassero un fondo di salvataggio. Così l’alternativa del fallimento in pochi giorni è stata cancellata dalla pubblicistica, perché accogliere quell’ipotesi significava portare il sistema finanziario ed economico mondiale in un abisso. L’idea, utopistica direi, che quando ci sono situazioni di emergenza il mercato ci pensa per conto suo, è anti-razionale e anti-storica Per tornare a Paulson: l’una o l’altra l’importante era che si facesse presto, perché ogni giorno perso poteva costare molto caro. Come i fatti hanno dimostrato.

Non a caso l’Europa, attraverso i suoi soggetti istituzionali, si è ripetutamente lamentata con il governo americano. Non vorrei tuttavia che l’UE perdesse tempo a sua volta

 

Qual è la sua opinione sul comportamento degli Usa?

 

Che gli Stati Uniti abbiano perso troppo tempo. È sorprendente come una grande democrazia che ha tali e tante responsabilità e anche meriti su scala mondiale sia giunta a un voto congressuale negativo. Io avrei preferito l’acquisizione delle azioni delle società, perché in tal modo avrebbero potuto essere ricollocate gradualmente sui mercati quando la situazione si fosse normalizzata, e questo avrebbe significato anche un ricavo maggiore per lo Stato.

L’acquisizione dei titoli “tossici” tout court, invece, è più problematica perché potrebbe comportare perdite maggiori a carico del bilancio pubblico. Posto di fronte all’urgenza, comunque, avrei optato per la soluzione più rapida. Il tempo era una risorsa molto scarsa, da non sprecare.

 

L’Italia per ora è stata toccata solo marginalmente, anche se il -20% di Unicredit non è un fatto che si può trascurare. Come l’onda d’urto della crisi Usa può investire il nostro Paese?

 

La situazione italiana va pensata nel contesto europeo. L’Europa, in quanto soggetto istituzionale, non è soltanto la Bce, che pure si è comportata molto dignitosamente. Adesso la Bce dovrebbe però abbassare i tassi e l’Europa doveva essersi già data e deve darsi due strumenti di politica economica fondamentali. Ma li stiamo ancora aspettando.

 

Di che si tratta?

 

Uno, e come hanno sostenuto anche Jacques Delors e Giulio Tremonti e che anch’io propongo da anni, è l’emissione di titoli di debito pubblico europeo. Abbiamo una moneta unica, ma non un debito pubblico in capo all’Europa bensì in capo agli Stati nazionali. L’Europa deve unificarsi, dal punto di vista delle grandi infrastrutture, del progresso scientifico tecnologico, e dello sviluppo economico. Perciò il sistema “nervoso” del paese “Europa” , unificato, necessita spesa pubblica. Ebbene, questa spesa pubblica dovrebbe essere finanziata con l’emissione di titoli di debito pubblico europeo, in capo a un soggetto istituzionale che potrebbe essere la Banca europea degli investimenti (Bei) modificata.

Il conto è presto fatto: se l’Europa emettesse titoli per 500 miliardi di euro, sarebbe meno del 5% del suo Pil. Una sciocchezza, se pensiamo che il parametro di Maastricht è del 60% di debito su Pil. I titoli andrebbero a ruba perché avrebbero la garanzia europea, il rendimento potrebbe essere tenuto basso perché i titoli sarebbero a basso rischio, e quindi il servizio del debito sarebbe facilissimo da conseguire.

 

E il secondo strumento da adottare?

 

Il secondo strumento che l’Europa dovrebbe darsi - uno strumento stabile e non temporaneo - è questo: costituire un “fondo comunitario europeo” che acquisisca le riserve auree delle banche centrali che oggi, con la moneta unica, hanno poca ragion d’essere. L’UE tenga queste riserve come patrimonio, non le venda e sulla loro base emetta obbligazioni o azioni per raccogliere liquidità o per affrontare situazioni di emergenza come quella attuale, o per investimenti di lungo termine in imprese - non in infrastrutture. Oggi molte banche e imprese europee sono largamente sottovalutate nei mercati e questa loro sottovalutazione ha effetti negativi sia sui risparmiatori sia sul sistema produttivo.

 

Il Fondo Comunitario Europeo che lei propone è analogo ai fondi sovrani dei paesi petroliferi ed emergenti?

 

Esatto. I benpensanti avevano iniziato con il dire che la proposta sarebbe stata contro le regole della concorrenza. Ma qualcuno mi dovrebbe spiegare perché i fondi sovrani dei paesi emergenti non lo sono e un fondo unitario europeo lo sarebbe. Mi chiedo, provocatoriamente: la Cina è democratica, ma l’Europa non lo è? Altre obiezioni teoriche vengono mosse alla mia proposta, ma la teoria non sempre serve in economia.

Tornando all’ipotesi del fondo comunitario europeo, dai conti che ho fatto il controvalore delle riserve auree ufficiali dei Paesi di Eurolandia è di 320 miliardi di dollari. Con un patrimonio a deposito di tal cifra, si fa presto a raccogliere un’entità doppia di liquidità da impiegare.

Se l’Europa avesse questi due strumenti, poiché è un paese con una bilancia commerciale in ordine, e con un indebitamento privato nettamente inferiore a quello degli Usa, avrebbe una forza economica, anche unificante, straordinaria.

 

Draghi ha ribadito che la Bce e le Bance Centrali nazionali sono di continuo collegate per fronteggiare l’emergenza.

 

Bankitalia e le Banche centrali nazionali hanno una tradizione buona e consolidata ma non necessariamente onnipotente. Credo però che in futuro andrebbero potenziate e non depotenziate le funzioni delle banche centrali nazionali, perché sono molto più affidabili di tante autorità indipendenti, certo impegnate, ma che non hanno storia. Io ho sempre sostenuto che era meglio lasciare alla Banca d’Italia la vigilanza su efficienza,stabilità e concorrenza sul sistema bancario. La Bce dovrebbe anche avere la vigilanza sulla stabilità e concorrenza delle banche di dimensione europea.

Ma ciò non toglie l’utilità, anzi la necessità, dei titoli di debito pubblico europeo e del Fondo comunitario europeo

 

Veniamo all’Italia

 

Il sistema bancario italiano è uno dei più solidi su scala internazionale, perché molto ben strutturato: alcune banche grandi internazionalizzate, una serie di banche medie e medio-piccole, dove spiccano le Popolari che da una recente indagine internazionale sono emerse come tra le meno rischiose in Europa. E poi giù fino alle banche di credito cooperativo, che - non dimentichiamo - sono circa 430 in Italia. Ed è un sistema basato sulla raccolta e sugli impieghi al dettaglio. Naturalmente le nostre banche più grandi sono anche le più esposte alla situazione internazionale e qualche contraccolpo è inevitabile. Speriamo tuttavia che non ci siano effetti di panico che sarebbe ingiustificato.

 

Secondo alcuni il sistema bancario italiano è vecchio e inefficiente. D’altra parte il nostro sistema finora si è rivelato stabile. Il nostro sistema del credito ha un deficit di modernizzazione di cui le ultime circostanze hanno messo in mostra le virtù, suo malgrado, oppure ha una sua originalità peculiare?

 

Forse ci sono tutte e due le componenti con quella positiva di gran lunga superiore Da una parte il nostro sistema è stato soggetto ad una temporalità “allungata” nel recepire non l’innovazione,che c’è stata, ma senza “futurismi funambolici” connessi alla finanziarizzazione e all’uso esasperato delle plusvalenze. Dall’altra, invece, è stato animato dalla forte convinzione che il nesso col territorio, con la raccolta al dettaglio e le Pmi fosse vitale per il sistema bancario medesimo. E che non fosse opportuno spingersi oltre.

 

È un fatto positivo?

 

La prudenza, quando si tratta di banche, è una cosa buona. Einaudi diceva che quando si tratta di credito «non basta la chiarezza delle idee astratte, ma ci vuole anche l’intuito dei fatti invisibili»: percepire ciò che non è perfettamente razionale ma che accade Il nostro è un sistema variegato e composito. Il fatto che nelle nostre grandi banche ci siano le fondazioni bancarie quali azioniste è un fatto oltremodo positivo, perché le fondazioni non sono soggetti azionari che puntano al breve termine e alla massimizzazione, ma al medio lungo termine, che comporta maggiore stabilità.

 

La figura dell’imprenditore, coma la ritroviamo nelle Pmi italiane, nel nord-est, in Austria, in Baviera, nella Svizzera italiana e tedesca, è in crisi?

 

È una delle figure più solide alle quali possiamo guardare come modello. Unisce capacità di intrapresa e senso di responsabilità sociale, crea ricchezza legata al territorio e alle comunità di riferimento. È personalistica ma non individualistica, premia la creatività senza dimenticare i valori comunitari.

 

Per concludere: Giorgio Vittadini, in un suo editoriale dedicato al rapporto tra finanza e economia reale ha detto che questa crisi ha messo definitivamente in questione un modello di razionalità finanziaria, e quindi di prassi economica, fondata sulla massimizzazione del profitto, anziché sullo sviluppo. Che ne pensa?

 

Condivido la tesi di Giorgio. Noi abbiamo sempre apprezzato la creazione di profitto come espressione della capacità di fare impresa nel medio-lungo termine. In tal senso l’intrapresa e l’impresa (o banca) stanno agli antipodi di quel che sta al centro della crisi Usa che è degenerata per la massimizzazione nel breve termine di “profitti spuri” da mero scambio.

La nostra tradizione è quella dell’homo faber, che apprezza l’impresa, il profitto, il rischio, ma che sa anche che tutto ciò richiede tempo e maturazione. E a mio avviso, come ha detto Vittadini, c’è stata una “iper” enfasi sul breve periodo e sulle massimizzazioni di una entità che non si dovrebbe chiamare profitto, ma plusvalenza da scambio. Il profitto è una grandezza di medio-lungo termine, legata al’investimento, all’innovazione e allo sviluppo, alla creazione di nuove risorse ed opportunità. Laddove la plusvalenza da scambio (da non confondere con il mercato dietro al quale c’è sia la domanda sia l’offerta generata dalla produzione e dalla innovazione), dove alla fine c’è chi guadagna in corrispondenza di chi perde.

Forse da questa vicenda anche vari economisti, che si erano convinti di essere i “migliori” nel loro declamare quella che alla fine era diventata una parodia del “modello americano”, dovrebbero trarre una lezione di umiltà. E ritornare (o andare) a leggersi i classici, compresi molti italiani dei secoli passati, di questa scienza sociale che è l’economia.

Per noi è importante ricordare che la coniugazione di orizzonti di medio-lungo termine, di imprenditorialità e sano profitto, di socialità comunitaria, di intersezioni tra istituzioni, società e mercato, configurano quel paradigma del liberalismo sociale che connota la Civiltà europea e anche quella italiana, pur con tutti i suoi problemi. Ecco perché c’è ancora strada da fare per sempre più coniugare sussidiarietà e solidarietà per lo sviluppo.

 

 

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