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BANCHE/ Dalle ceneri della crisi nascerà (si spera) più attenzione ai clienti

Una nuova disciplina finanziaria, si augura MERISIO COLLEONI, un nuovo modello di banca. Chissà, magari più capace di dare, ottenere e costruire fiducia

banca_FN1.jpg (Foto)

E adesso finalmente potremo dire addio ai bilanci sociali delle banche. Addio a quegli inutili quanto patinati manuali di perbenismo aziendale e bon ton gestionale. A quei pesanti faldoni di carta politicamente corretta, racchiusa in copertine a basso impatto ambientale e probabilmente recapitati sulle scrivanie giuste da divinità alate in divisa new age.

 

Addio a quei contenitori di asettiche e indiscutibili linee guida dettate da un Olimpo di consiglieri illuminati e tradotti in opere e azioni da persone di buona volontà, incaricati di diffondere il verbo della sostenibilità tra piani, semipiani, openspace, sale mense interne e parcheggi  a pettine in centro per scooteroni.

Benvenuti nel meraviglioso mondo dei bilanci sociali degli Istituti di Credito. Un universo nato nemmeno troppo tempo fa e grazie ai mutui subprime (ma anche ai bond Parmalat, Cirio, Lehman, alle polizze Index Linked e Unit Linked, ai mutui non rinegoziabili a tasso variabile e a tutte le altre piccole e grandi truffe che la banca ha piano piano rifilato un po’ a tutti) destinato a implodere in men che non si dica. E, si spera, a tramontare definitivamente per manifesta inutilità se non palese travisamento della realtà.

Perché diciamocelo chiaramente: i bilanci sociali - delle banche poi! - non ci hanno mai convinto del tutto. Né ci hanno mai persuaso completamente le troppo anglosassoni ragioni della tutela di quella un po’ oscura categoria di persone chiamate stakeholders o di quella un po’ più chiara, ma anche molto più avida, dei cosiddetti shareholders. E chi saranno mai i “portatori di interessi” di una banca, se non i suoi bravi e onesti correntisti, i loro familiari con i nuclei dei dipendenti? E cosa vorranno poi quei pretenziosi “portatori di azioni”, a parole fan della partecipazione attiva ai diritti e doveri del capitalismo democratico, nei fatti seriorissimi adepti della religione della cedola massima garantita?

E così ci  è voluta una crisi peggio del ’29 per far - si spera per sempre - franare sotto i colpi dell’intelligenza e del buon senso, quel gigantesco e ipocrita castello di carta chiamato vuoi rendiconto sociale, vuoi bilancio ambientale, vuoi tutte e due le cose insieme se non di più.

Cioè della serie: “Ma che ci importa quanto toner in meno consumi in banca se poi a mia zia gli rifili la pattumiera col bollino Lehman?” Cioè, cara banca, che cosa me ne faccio dei grafici su quanta acqua naturale hanno sorseggiato gratis i tuoi impiegati tra una fatica e l’altra, su quante piante non hanno tagliato in Norvegia per riscaldare l’ufficio del presidente quando è in aereo, o su quanti pozzi in Africa hai costruito con quella somma del bilancio che corrisponde al minuto e mezzo circa di lavoro del Ceo, se poi mi rischi di fallire e non sai nemmeno bene perché?

Dalle ceneri della crisi rinascerà un nuovo ordine economico. Una nuova disciplina finanziaria. Un nuovo modello di banca. Chissà, magari più capace di dare, ottenere e costruire fiducia, che abile a celare la polvere sotto un bel tappeto di cellulosa riciclata o ad abbronzare i propri manager nello specchio di una grande cella fotovoltaica.

(Tradotto per i seriosi addetti ai lavori: il miglior bilancio sociale di una banca è quello civilistico. Grazie)

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