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PMI/ Mercati, credito e fisco amico. Tre ingredienti indispensabili per sconfiggere la crisi

Pubblicazione:martedì 11 novembre 2008

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Una massima di Warren Buffet, noto finanziere americano, recita che «occorre avere paura quando tutti sono ottimisti, mentre bisogna essere ottimisti quando gli altri hanno paura».

 

Ebbene, le previsioni d’autunno presentate da Almunia, che attestano l’ingresso dell’Europa nella spirale recessiva, se da un lato destano preoccupazione, dall’altro impongono l’assunzione di misure selettive ispirate alla crescita duratura. Il Commissario UE competente parla di «orizzonte significativamente più cupo per l’economia europea» che registrerà un aumento della disoccupazione, una riduzione negli investimenti e una generalizzata riduzione dei consumi.

 

A ciò si aggiungono i noti problemi di liquidità che hanno determinato il rallentamento nel sistema dei pagamenti e il normale svolgimento delle operazioni di credito che penalizzano in modo particolare le Pmi. Quest’ultima situazione è particolarmente pericolosa in quanto rischia di cancellare dal mercato realtà imprenditoriali meritevoli ma incapaci di resistere a una prolungata postergazione delle posizioni creditorie.

 

Per scongiurarne gli effetti occorrerà che il decreto, su cui sta faticosamente lavorando il MEF, preveda misure ad hoc che garantiscano il trasferimento della liquidità indirizzata al sistema bancario alle Pmi, soprattutto se si tiene conto che le blue chips hanno preannunciato la consueta distribuzione dei dividendi, assorbendo quindi parte della liquidità in portafoglio a beneficio dei propri azionisti.

 

Nel recente intervento alla Giornata mondiale del risparmio, il Governatore della Banca d’Italia ha sottolineato l’importanza delle politiche economiche nazionali al fine di attenuare il peso della crisi economica e finanziaria e di preparare il terreno per un rilancio più rapido e duraturo. Ne siamo convinti, come siamo convinti che sia necessaria una nuova Maastricht, che dia il permesso di superare il limite di deficit del 3% con spesa pubblica produttiva come quella in conto capitale.

 

Siamo anche convinti che di fronte alla crisi dell’impero americano del debito, che ha consegnato alla Cina il primato manifatturiero e quello della più grande dotazione planetaria di riserve valutarie, l’Europa debba coordinare gli interventi a sostegno dell’economia per pilotare il proprio sviluppo da protagonista.

 

Sarebbe a tal fine auspicabile dare un seguito a proposte come quelle del Prof. Alberto Quadrio Curzio, che ha suggerito di creare un Fondo Comune Europeo a sostegno della crescita delle imprese con ambiziosi e realistici piani di sviluppo; che lo stesso fondo o appositi strumenti finanziari siano utilizzati per favorire gli investimenti strutturali di cui il vecchio continente necessita. Come sarebbe auspicabile che l’Unione Europea promuovesse una Bretton Woods 2 in grado di regolare i commerci, i mercati e gli intermediari finanziari. In tale sede si potrebbero anche individuare gli opportuni veicoli attraverso i quali i fondi sovrani, espressione dei paesi con eccedenze di bilanci e in quanto tali grandi fornitori di capitali, possano ricapitalizzare il settore bancario e automobilistico apportandogli la necessaria liquidità e garantendogli la necessaria indipendenza e la presenza di un soggetto neutrale e depoliticizzato tra gli Stati e le istituzioni del settore privato (interessante la proposta del Prof. Harold James delle Princeton University che ha individuato nel FMI il veicolo adeguato).

 

Veniamo ora alle politiche nazionali: la strada del risanamento dei conti pubblici è stata intrapresa e si fonda sulla razionalizzazione e su una maggiore attenzione alla qualità della spesa pubblica. In uno scenario recessivo, il rapporto debito pubblico/Pil cresce e una politica di bilancio attenta al solo rapporto debito/Pil rischia di arrotolarsi in una spirale viziosa con conseguenze negative per la crescita, il che impone decisioni che incentivino investimenti al mondo produttivo e che incidano sulla produttività delle imprese e del risparmio.

 

Il nostro Paese, al contrario di molti altri, registra un tasso di indebitamento delle famiglie inferiore al 50% del reddito disponibile (negli Stati Uniti l’indebitamento delle famiglie è pari al 100% del Pil). Questa è una qualità che consente alti tassi di investimento che però sino a oggi si sono concentrati prevalentemente su depositi e obbligazioni bancarie e su strumenti del risparmio postale e titoli di Stato.

 

Sarebbe auspicabile individuare misure volte a incentivare il trasferimento di tali investimenti direttamente nel mondo produttivo o attraverso il risparmio gestito, che però deve essere in grado di restituire agli investitori i frutti degli investimenti senza penalizzarli con commissioni che di fatto premiano i soli gestori, oppure attraverso un mercato dei capitali rassicurante per i risparmiatori e che allo stesso tempo si liberi dall’eccessivo peso della capitalizzazione degli intermediari finanziari.

 

L’entità dei redditi di un paese dipende dalla produttività del sistema e se si premia chi adotta politiche manageriali di sana e prudente gestione degli affari, chi investe in innovazione e miglioramento della produttività si ottiene il risultato di sostenere i consumi attraverso il miglioramento delle aspettative di reddito e non attraverso la creazione di nuove “bolle”.

 

Le politiche fiscali sono spesso uno stimolo ad una efficace politica degli investimenti. Anziché dirigerle verso forme di incentivo all’acquisto di beni che sosterrebbero i consumi senza migliorare le aspettative di reddito conferendo quindi benefici limitati nel tempo e circoscritti ad alcuni comparti, sarebbe opportuno utilizzarle per incentivare il trasferimento del risparmio nella capitalizzazione delle Pmi con piani di sviluppo meritevoli, in un mercato dei capitali efficiente e la cui trasparenza sia tale da rassicurare gli investitori.

 

Certo è che i disastri di questi anni e le perdite accumulate dai risparmiatori hanno minato un elemento essenziale al buon funzionamento del mercato dei capitali: la fiducia. L’incentivo agli investimenti potrebbe essere rappresentato oltre che da una detassazione degli utili reinvestiti, dalla creazione di un fondo di garanzia gestito da una Istituzione (ad esempio la Banca d’Italia) cui destinare una quota delle imposte sui dividendi e sulle plusvalenze realizzate, per garantire gli investitori da quelle componenti di rischio che nulla hanno a che vedere con il rischio di impresa e che derivano da asimmetrie informative e da comportamenti opportunistici e opachi.

 

Allo stesso tempo dovranno essere individuate formule di accesso al mercato dei capitali che pur garantendo la qualità degli emittenti non lo rendano troppo oneroso e insostenibile per le Pmi. Con il MAC i promotori di quel mercato dei capitali hanno ritenuto che evitando la sollecitazione del pubblico risparmio si agevolasse l’ingresso delle Pmi; in realtà, il vantaggio di evitare la sollecitazione del pubblico risparmio ha generato un mercato poco attivo e con titoli che non fanno prezzo peraltro in un clima di sfiducia reciproca fra le istituzioni bancarie.

 

Vedremo l’AIM di Borsa Italiana quando verranno emanati i regolamenti definitivi se sarà in grado di attrarre realmente le Pmi.



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