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CDO/ Pelanda: le reti di fiducia rendono l’impresa più forte. E ne aumentano i profitti

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Negli anni ’80 il pensiero sistemico esplorava la complessità, per ridurla in modo da poterla maneggiare, e la nuova connettività permessa da quella che allora si annunciava come nascente rivoluzione della tecnologia dell’informazione. Gli interessati, per esempio, possono accedere alla bibliografia dello IIASA di Vienna per documentazione. Chi scrive - che proviene disciplinarmente proprio dalla Teoria dei sistemi – lavorò in quegli anni sulle nuove frontiere della connettività. E si occupò del problema di integrare, definendo strategie di co-evoluzione, l’ingegneria delle reti con quella dei contenuti.

Seguendo quale intuizione? Se l’ingegneria creava nuove reti tecniche serviva un motore che facesse transitare e “matchare” una molteplicità crescente di contenuti. In tal modo si poteva ridurre in modo non riduzionistico la complessità, e qui ne tralascio l’approfondimento perché di gergo troppo specialistico. Ma, più chiaramente per tutti, connettendo capitale finanziario, umano, intellettuale, di impresa specifica, eccetera, cioè tutta la varietà del capitale, alla fine ogni settore del capitale stesso poteva ottenere massimizzazione. Per esempio, la connessione tra capitale finanziario ed intellettuale via Borsa moltiplica il primo e riveste di denaro il secondo. Rendendo infinita e combinatoria la connettività tra diverse forme del capitale si aumenta il valore/qualità di tutte. Supermassimizzazione via – solo e sembra un miracolo – connessione.

Ovviamente sotto c’è il potere dell’informazione. Quello stesso potere che rende la relazione tra domanda ed offerta il pilastro dell’economia e della sua teoria. Compratore e venditore di un bene diventano tali via connessione informativa. Non è poi così difficile o misterioso. Ma negli anni si sviluppò molto l’ingegneria delle reti e meno quella dei contenuti. Meglio è dire che i contenuti già esistenti nelle relazioni di mercato usarono molto bene le nuove possibilità di connessione, per esempio gli scambi su mercato elettronico. Ma altre forme del capitale non lo usarono altrettanto bene. Poi abbandonai questi studi per la priorità di altri.

Oggi, richiesto di commentare l’iniziativa del Matching (connessione, combinazione, incontro, ecc.) tra migliaia di imprese sollecitata e gestita dalla Compagnia delle Opere, mi è tornato alla mente il problema abbandonato e mi è arrivata un’illuminazione. Nelle vecchie equazioni mancava un termine: il “capitale morale”, la spinta, il push se volete mantenere l’anglofonizzazione della cosa.

In questa iniziativa, infatti, si vede che il “capitale morale”, cioè il senso di missione di un’organizzazione che vuole diffondere e sperimentare i valori umanistici della solidarietà cristiana nell’impresa (superando i modelli classici cooperativisti), ha creato un ambiente di “connettività” per scopi diversi – e più carichi di complessità buona, cioè di conseguenze positive non intenzionali – da quelli di, semplicemente, far incontrare domanda ed offerta di un bene nel vincolo del prezzo. Non violando la legge della domanda e dell’offerta, ma estendendo la varietà dei beni scambiabili ed integrabili.

In parole semplici, ogni azienda mette su supporto elettronico la descrizione del suo stato, bisogni e capacità, e le altre che leggono hanno un’informazione a basso costo e ampia di quello che possono dare e ricevere. Poi si cercano e si parlano con appuntamenti già istruiti. Non solo merci ad un prezzo, quindi, ma anche collaborazioni, sinergie, ecc. Sembra semplice, in realtà è una innovazione formidabile. Ci sarà tempo per commentarne i risultati. Qui mi preme mettere in luce il fattore che mancò nel passato per sviluppare tutti i potenziali di massimizzazione multipla del capitale che erano promessi dalla connettività tecnica crescente: il capitale morale, appunto.

Significa che se qualcuno guarda al capitale con finalità più ampie del profitto ne può ottenere di più. La novità è che ciò non è un paradosso. Perché? Per il fatto, via connettività, di unire meglio e far lavorare insieme le diverse forme del capitale stesso, appunto, finanziario, intellettuale, sociale. La scoperta (in ipotesi da verificare, ma è promettente) è che il capitale morale che spinge alla connettività non solo economicista è un propellente dell’intero ciclo del capitale e, alla fine, un massimizzatore di profitto.

Il lettore penserà che il vecchio, beh non tanto, sistemico si è eccitato ed è partito per la tangente dei linguaggi supersintetici. Può essere, ma consideri che al momento quello che qui chiamo “capitale morale” è visto con sospetto dall’economia tecnica, in particolare da quella utilitaristica al cui ramo appartengo. L’intrusione di valori umanistici e solidaristici può violare le “sacre” leggi della concorrenza perfetta, dell’efficienza via competizione, del darwinismo economico che rende l’economia solida perché esclude i deboli dal mercato, e via dicendo. Invece l’esperimento del Matching fa vedere che la spinta di “capitale morale” che connette le imprese in modo da rendere comunicabile, ed incrociabile, il loro fabbisogno e le loro capacità ha il potenziale di renderle più forti e fornire loro più capacità singola di competere sul mercato.

Tale segnale è importante, perché se fa riflettere un utilitarista sospettoso come me potrebbe ottenere tale effetto con altri più bravi del sottoscritto e in migliore posizione per includere nella teoria economica il “capitale morale” dandogli una cittadinanza finora mai avuta. Con beneficio generale teoretico e operativo. “Chapeau” alla Cdo e, in particolare, al prof. Vittadini, che cito in nome collettivo perché ho letto più le sue teorizzazioni che quelle di altri suoi colleghi.

Ma vorrei finire sul pratico. L’entusiasmo che sentite in queste righe è anche dovuta al fatto che nel momento di crisi in atto, brutta, le imprese che “matchano” possono trovare nel momento difficile sostegni impensabili altrove. Quindi per la piccola impresa la connettività spinta dal capitale morale e di indubbia utilità. Ma non sarei io se non citassi il sospetto che per la media e grande impresa, e al riguardo di una estensione eccessiva delle iniziative di “sussidiarietà” nel mondo delle aziende, ci siano limiti di distorsione delle “sacre” regole del libero mercato concorrenziale. Temo, tuttavia, che la Cdo mi costringerà a ripensare anche questo. Diabolici questi “cristiani di missione” anche imprenditori. E per lo più sperimentatori.

 

 



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