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DIBATTITO/ 1. Bersani: l'errore della finanza? Creare ricchezza senza sviluppo. Ma la crisi del Paese ha avuto inizio nel Risorgimento...

Pubblicazione:lunedì 24 novembre 2008

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Continua il dibattito sulla prolusione di Tremonti all’Università Cattolica. Dopo gli interventi di Luigi Campiglio e Giulio Sapelli, ilsussidiario.net ha intervistato Luigi Bersani, membro del Coordinamento del Pd per l’economia. La finanza va ricondotta a un ruolo che non può essere sostitutivo della redistribuzione nei campi del welfare, della sanità, della casa, del lavoro. La globalizzazione? Non ha tutte le colpe perché ha diffuso ricchezza. Ma chi deve produrla è il sistema economico. La famiglia? Ha bisogno di più risorse.

 

Onorevole Bersani, nella sua prolusione all’Università Cattolica dal titolo “L’economia sociale di mercato” il ministro Tremonti ha detto che una delle cause di questa crisi è la globalizzazione, che ha sradicato la persona dal riferimento ai valori della tradizione e della comunità di riferimento e consegnandola all’astrazione della tecno finanza. Che ne pensa?

 

Non condivido questa ricostruzione, perché la globalizzazione è un fenomeno irreversibile, che ha profondamente modificato la vita di due miliardi di persone, il loro modo di mangiare, produrre, lavorare, vivere. Il problema sono i lati finora non governati della globalizzazione: la finanziarizzazione è uno di questi. Così la comunità operante, per esempio di una impresa – imprenditore, lavoratori – è diventata merce fruibile per una finanza che ne decide la vita e la morte. È questo l’aspetto che riportato sotto controllo, riconducendo la finanza a un suo ruolo che non può essere sostitutivo della redistribuzione nei campi del welfare, della sanità, della casa, del lavoro.

 

Giulio Sapelli è intervenuto nel dibattito, dicendo che l’Italia non riuscirà a sfruttare le opportunità di cambiamento che le sono offerte dalla crisi, perché, pur essendo un paese di persone intraprendenti, non ha coscienza civile. E la causa rimane sempre nella separazione della sfera etica da quella della prassi, anche economica, che si è avuta da ’68 in poi.

 

C’è un motivo più profondo, che ci hanno insegnato Gramsci, Croce, Sturzo: siamo un paese che ha avuto una unificazione nazionale recente, che non ha avuto una borghesia protagonista di alcuna rivoluzione, e con una sua forza civile nel proprio codice genetico. Una classe dirigente che non ha quindi coltivato uno spirito civico e di comunità, se non dentro reti molto corte: luogo ristretto, famiglia corporazione. Ecco perché abbiamo un deficit di civismo, che diviene, e qui condivido, un elemento negativo ai fini della competizione economica.

 

Come se ne esce?

 

Bisogna far sì che l’italiano si senta più cittadino nei diritti e nei doveri. Per esempio, pagare le tasse tutti per pagarne meno è un fattore di civismo. Che i giovani possano fare impresa senza rimaner impantanati in un eccesso di regolazione è un elemento di civismo, e così via. Purtroppo le cause di questa situazione, come dicevo, non vengono dal ’68. Se così fosse, sarebbero meno profonde di quel che sono. E anche di più facile soluzione.

 

Luigi Campiglio, commentando la situazione economica, ha detto che nell’azione del governo manca del tutto una politica per la famiglia. È d’accordo?

 

Sì, anche dal mio punto di vista c’è un deficit di politiche familiari che lego ai fondamentali di cui parlavo prima. Un buon equilibrio nelle condizioni di vita e nella redistribuzione dei redditi va strutturalmente collegato allo sviluppo economico. Questo tsunami finanziario dovrebbe avercelo fatto capire. Non è vero, in altre parole, che prima bisogna far crescere la torta e poi fare le parti, perché se non facciamo meglio le parti, la torta stessa non cresce. In altri termini: nessuno può star bene da solo, perché se sta bene da solo dopo un po’ si impoverisce.

 

E questo qualcuno è la famiglia?

 

Sì. Questo qualcuno è la dimensione familiare collegata sia a meccanismi di reddito e fiscalità, sia a strutture di servizio, perché l’equa redistribuzione la si fa per via di redditi, per via di fisco, e per via di servizi di cui le famiglie possono usufruire. Non c’è dubbio quindi che portando più risorse in capo alla famiglia, soprattutto se è più numerosa, e dotando il sistema di una migliore gamma di servizi, per l’infanzia o per la non autosufficienza, stabiliamo una disponibilità più equa dei redditi, teniamo i consumi a un certo standard e facciamo girare meglio il volano economico.

 

Il quoziente familiare alla francese potrebbe essere una soluzione?

 

Credo che i meccanismi di detrazione siano, anche se da riformare, i più efficaci, perché il quoziente può avere una controindicazione: siamo un paese con una bassissima presenza di manodopera femminile e il quoziente potrebbe anche avere l’effetto di deprimere l’accesso delle donne al mercato del lavoro. Detto questo, non ho obiezioni di principio, la questione è solo tecnica: mettiamo sul tavolo le ipotesi e vediamo qual è la migliore, ma non c’è dubbio che occorre portare più risorse entro il perimetro familiare.

 

Aspettiamo da settimane un decreto che continua ad essere rinviato. Se lei fosse ministro dell’Economia, cosa farebbe per banche, imprese e famiglie?

 

Primo, una significativa detrazione fiscale per stipendi e pensioni medio-basse. Secondo, una condizionalità all’intervento sulle banche: qualsiasi tipo di intervento dovrebbe essere subordinato alla determinazione di un plafond non inferiore a quello degli ultimi due anni per l’accesso al credito da parte delle Pmi. Poi andrebbe fatta una ricorrezione dell’andamento dei mutui e una rivisitazione immediata dei meccanismi di incentivazione del management del settore bancario. Andrebbero poi introdotti – ma sono proposte che abbiamo depositato da tempo – gli ammortizzatori sociali per i lavoratori a termine. Serve un’accelerazione di investimenti che non sia, come sta proponendo il governo, il rimescolo estenuato delle Programmazioni Fas, che richiede tempi troppo lunghi. Potrebbe invece venire da una “banca” dei progetti immediatamente eseguibili di Regioni e autonomie locali, cioè gli enti che hanno senz’altro pronto qualcosa e subito, e finanziati con soldi anticipati dalla Cassa depositi e prestiti.

 

La politica economica del governo non intende toccare i parametri del patto di stabilità…

 

Saluto innanzitutto come una grande novità questa preoccupazione del centro destra in tema di debito, perché nel periodo 2001-2006 lo abbiamo visto aumentare di 3 punti… Noi ci siamo sempre misurati con i vincoli del patto di stabilità. Nello stesso tempo, diciamo che stando dentro ad una gestione flessibile e accettabile a livello Ue e a un piano di pareggio di bilancio minimamente articolato e corretto, saremmo in condizione di avere spendibili 7-8 miliardi di euro, che io destinerei alle famiglie, sapendo che questo significa andare subito oltre il 3%, ma anche che la Ue tiene conto della congiuntura. È vero che abbiamo il debito più alto, ma una manovra di questa portata andrebbe fatta anche perché una parte rientra col fisco, ma se non si fa nulla, l’economia non gira e la situazione si aggraverebbe ancor di più.

 

L’opposizione appare in una fase di aspra discussione interna. Un’opposizione più unitaria non gioverebbe di più al paese?

 

L’opposizione ha i suoi problemi, ma sulla crisi ha una linea condivisa, come dimostrano le sue proposte unitarie, dall’Udc a Di Pietro. Se il governo intende, come noi chiediamo, aprire una tavolo di crisi che tenga collegate sia le forze sociali che le forze di opposizione, noi saremmo disponibili ad un lavoro congiunto.

 



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