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EXIT STRATEGY/ Come il governo aiuterà banche, famiglie e imprese? Può tornar utile Cuccia

Se la crisi deve servire come come punto di ripartenza, non può essere affrontata con schemi vecchi di storia italiana già conosciuta, dove alla fine i “soliti noti” riescono a cadere in piedi, magari mettendo in maggiori difficoltà quelli si sono saputi adattare in questi anni alla realtà del mercato globale: cioè le nostre imprese migliori, quelle del nostro “quarto capitalismo”

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L’impressione è che si sia impegnati ad attraversare un campo minato, dove nessuno è realisticamente capace di individuare il pericolo facendo un passo avanti. Nella grande crisi finanziaria mondiale, l’immagine del campo minato vale a livello planetario così come a livello italiano. Naturalmente si può e si deve uscire da questa situazione, ma pensare questa volta di avere ricette miracolose per affrontare la “grande malattia” oppure, peggio ancora, difendere modelli teorici può essere un rischio fatale. Si cercano, da una parte all’altra dell’Atlantico, gli stimoli giusti per il sistema produttivo e nello stesso tempo si cercano le manovre necessarie per contenere i fallimenti di aziende e l’aumento della disoccupazione.

In questo momento ci sono alcuni capisaldi che sembrano alla base degli interventi dei governi: piani di grandi opere pubbliche; ammortizzatori sociali con agevolazioni per la famiglie; un altro abbassamento del costo del denaro (questo soprattutto in Europa); vigilanza continua sulle banche; necessità di sostenere alcuni settori produttivi. Il premio Nobel Paul Samuelson ribadisce la sua posizione: “Tra protezionismo e capitalismo sfrenato scelgo lo Stato Centrista Limitato”. Una posizione centrista tra liberismo e statalismo ( per riassumere schematicamente) è oggi la posizione prevalente ovunque, con un grande pragmatismo nel mettere mano alle situazioni più difficili in campo finanziario, economico e sociale. “Centrista” sembra l’indirizzo della squadra che Barack Obama sta scegliendo per la sua futura amministrazione; pragmatista e “centrista” appare la linea del Governo italiano, quando, nel suo intervento all’apertura dell’anno accademico all’Università Cattolica, il ministro per l’Economia, Giulio Tremonti, difende “l’incomprensibile” (per alcuni) economia sociale di mercato. Ma, ritornando a Samuelson, è impietosa, rispetto all’andazzo di questi anni, la sentenza del premio Nobel: “Usare il mercato non vuole dire adottare il capitalismo senza regole tanto amato dai liberisti. I sistemi di mercato non sono in grado di autoregolarsi, né sotto il profilo microeconomico né sotto quello macroeconomico”.

Questa è la filosofia di fondo che riemerge dopo la sbornia liberista dell’ultimo ventennio, con la preoccupazione fondata che gli ultimi colpi della crisi finanziaria non siano ancora arrivati. Da oltre Atlantico ci sono ancora grandi realtà finanziarie in sofferenza. L’ultimo tonfo di Citigroup a Wall Street lascia con il fiato sospeso. Così come le incognite di una “seconda ondata”, che potrebbero coinvolgere gli hedge fund, le carte di credito e il complesso enigmatico dei “derivati”. Poi c’è l’urgenza di affrontare alcune “bombe sociali” che possono innescarsi con l’abbandono, non pilotato, di alcuni settori della produzione.

È vero, come sostiene Silvio Berlusconi, che la crisi finanziaria è stata al momento arginata, ma attualmente c’è una finanza ammaccata che ha già trasmesso i suoi guai all’economia reale. Il problema vero è quello di trovare un equilibro tra i meccanismi della finanza andati in tilt (e da far ripartire secondo criteri di equilibrio ragionevole) e un’economia reale coinvolta suo malgrado in una crisi profonda, per quanto riguarda alcuni settori, e in frenata nella sua crescita per altri settori che, in questi ultimi anni, sono stati saldamente sul mercato mondiale come protagonisti. Per un paradosso grottesco, il cosiddetto “quarto capitalismo” italiano, quello mappato dall’Ufficio Studi di Mediobanca e da Unioncamere, che è costituito da splendide medio aziende (innovate e internazionalizzate) e da una miriade di piccole imprese virtuose, rischia di battere il passo, di essere penalizzato per colpe che sono di altri.

È in questo complicato puzzle, fatto da un lato di irresponsabilità e dall’altro di comportamenti positivi, che il Governo deve varare e decidere il piano di sostegno all’economia. Facendo necessariamente delle scelte.

C’è indubbiamente l’esigenza di “salvare” le banche, quanto meno di rafforzarle con una ricapitalizzazione che rassicuri i mercati, ma soprattutto garantisca il credito agli imprenditori. Sarà interessante vedere come il Governo graduerà il suo intervento nelle banche proprio in relazione alla loro capacità di sostenere con il credito la produzione. Poi, oltre alla necessità di sostenere la domanda con un piano di interventi pubblici e un meccanismo più ampio di ammortizzatori sociali a sostegno delle famiglie, c’è la necessità di fare delle scelte di intervento a favore di settori produttivi che meglio garantiscono lo sviluppo italiano. In questo caso non sarà più accettabile, a nostro parere, sia la logica dell’intervento a “pioggia”, sia l’intervento a favore di settori maturi che hanno esaurito la loro funzione nella storia dello sviluppo economico italiano. Inutile fare elenchi e nomi che tutti conoscono. Se la crisi deve servire come lezione, come punto di ripartenza, non può essere affrontata con schemi vecchi di storia italiana già conosciuta, dove alla fine i “soliti noti” riescono a cadere in piedi, magari mettendo in maggiori difficoltà quelli si sono saputi adattare in questi anni alla realtà del mercato globale.

Se la lezione della storia ha un senso, vale la pena di citare una relazione di Enrico Cuccia del 30 ottobre 1978, all’assemblea di Mediobanca. Quel 1978 fu uno degli anni di crisi acuta. Diceva Cuccia: “Le cause e le vicende che hanno portato a questa situazione sono note a tutti. È inutile recriminare; ma non si può fare a meno di chiedersi se, nel caso in cui non fosse stato facilitato l’abbondante flusso di finanziamenti agevolati a taluni imprenditori – privati o pubblici – nell’illusione che non la bontà degli investimenti e la sensatezza della gestione avrebbero assicurato il successo dell’iniziativa, bensì il ricorso ad ogni mezzo per raggiungere il gigantismo delle imprese e con il gigantismo, non si sa come e il perché, la loro fortuna; c’è da chiedersi, dicevamo, se, in tal caso, non avremmo avuto aziende certamente più modeste, ma molto più sane, con una crescita fondata almeno in parte sull’autofinanziamento e non soltanto sui debiti, capacità produttive più aderenti alle effettive dimensioni dei mercati, e, soprattutto, minori interferenze politiche sulla vita economica del Paese”. Quanto c’è da meditare su queste parole del fondatore di Mediobanca per fare scelte nell’exit strategy della crisi attuale!

Infine sulla necessità che la crisi insegni qualche cosa a tutti, che faccia fare un salto culturale a tutti, e che sia meno drammatica per tutti, vale la pena di citare il Giorgio Amendola del Comitato centrale del Pci del novembre 1979. Fu il solo, Amendola, in quella situazione di crisi (non solo nel Pci ma in tutta la politica italiana) a polemizzare aspramente contro i sindacati, rompendo aspramente con Luciano Lama e con Enrico Berlinguer e lanciando una parola d’ordine che vale in ogni grande crisi: “In questo momento ci vogliono sacrifici senza contropartite”. Fu scomunicato da 90 interventi e dal segretario Berlinguer. Ma aveva ragione Amendola.

 

 

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COMMENTI
25/11/2008 - Cuccia? (michele maioli)

Non c'è bisogno di scomodare Cuccia, e il suo ambiente culturale (meglio lasciar perdere). Sono cose predicate molto meglio e da ben più tempo da ben altre persone (comprese le encicliche papali fino a prima del Vaticano II, che più nessuno va a guardare - e non si sa perchè). Sono considerazioni di buon senso, mi pare.