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CRISI/ C'è una cura migliore dell'intervento dello Stato

L'attuale problema economico non è imputabile, almeno non interamente alla globalizzazione, fenomeno che la comunità mondiale ha più volte affrontato nel corso della storia, ma principalmente alla mancanza di fiducia nelle istituzioni finanziarie e nel sistema. Per questo occorre fondare una vera e propria “costituzione economica” in grado di far ripensare le regole del mercato

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Le “profezie” di Tremonti si sono puntualmente avverate. La crisi globale è arrivata e c’è chi è pronto a scommettere che i suoi effetti si faranno sentire per lungo tempo. La via indicata per uscirne è il ricorso ai principi dell’economia sociale di mercato, all’intervento pubblico finalizzato a dar vita a nuovo sistema capitalistico dove economia, etica e diritto possano non essere ognuno la contraddizione dell’altro.

C’è da chiedersi se tutto ciò implichi davvero il ritorno all’intervento pubblico nell’economia come sostengono molti libertari di casa nostra che, però, forse dimenticano che l’economia sociale di mercato è tutt’altro e che tale filone di pensiero nasce proprio dalla critica della concentrazione del potere economico e politico, dello sfrenato antagonismo e dell’esasperata frammentazione degli interessi. Un mercato (nel senso röpkiano del termine), non nega l’utilità del ruolo dell’intervento pubblico solo a condizione che esso sia “conforme” al mercato stesso e non lo soffochi. Ciò si verifica, ad esempio, quando l’intervento è tale da migliorarne il funzionamento, offrendo cioè al mercato un quadro istituzionale e giuridico adeguato, capace di lubrificare gli ingranaggi del libero mercato accrescendo la fiducia e la correttezza tra gli operatori.

Le ragioni della crisi finanziaria mondiale, che è innanzitutto una crisi di fiducia nel sistema, risiedono principalmente nel fondamentalismo di mercato e nell’eccesso di libertà contrattuale e assenza di controlli che ne è derivata. Gli Stati hanno così ceduto alla tentazione di contrattualizzare tutti i rapporti giuridici ponendo le basi per un sistema economico governato da regole che gli stessi attori globali possono di volta in volta scegliere a seconda delle proprie convenienze e interessi.

La globalizzazione a cui abbiamo assistito negli anni scorsi non è senza precedenti. Il mercato ha mutato i propri confini svariate volte anche in passato, e spesso in modo traumatico. Ciò vuol dire che la globalizzazione non è né buona, né cattiva e che per far sì che essa si traduca in una possibilità di sviluppo occorre governarla attraverso il diritto.

Se ciò è vero, quello che ha messo in crisi il sistema economico mondiale è il fatto che questa volta non è emerso un nuovo ordine giuridico capace di governare la complessità del fenomeno. La globalizzazione questa volta ha prodotto uno svuotamento dell’ordinamento giuridico preesistente e la relativizzazione del diritto.

Sul punto mi si potrebbe obbiettare che, al contrario, negli ultimi anni lo sviluppo della legislazione non conosce precedenti. Ed è proprio questo il paradosso. Il diritto ha cercato di rincorrere il mercato (nell’illusione, prima o poi, di raggiungerlo) e, in tal modo, ha ridotto la persona a mero homo oeconomicus e cioè a semplice contraente per così dire, un po’ cittadino, un po’ consumatore/investitore. Ne è conseguito un sostanziale svuotamento delle regole del gioco che, all’occorrenza, possono essere violate o arginate se ciò risulta economicamente più vantaggioso.

La libertà, per essere vissuta e goduta, necessita di regole giuridiche a presidio degli interessi generali. E, di conseguenza, l’ordine del libero mercato per essere davvero libero (e non meramente anarchico) postula e richiede con forza regole di massima semplicità e di elevata razionalità.

Il mercato che è scaturito da questo capitalismo selvaggio è caratterizzato dalla presenza di sistema di relazioni intersoggettive in patologico conflitto di interessi, dove la persona non è homo ma lupus. Un mercato in cui non esistono le istituzioni, i valori, la politica e la pratica delle virtù, in cui l’unica cosa che conta sono i prezzi, la domanda e l’offerta e, in definitiva, una ricerca patologica del profitto. È un mercato che, a lungo andare, si è dimostrato incapace di regolare se stesso e i rapporti al proprio interno e che ha inciso negativamente sul livello di fiducia esistente tra gli operatori economici.

Per queste ragioni, l’unica soluzione efficace in grado di superare la crisi e di dare il via ad una nuova stagione del libero mercato (che resta comunque il miglior ed insostituibile sistema di produzione e distribuzione della ricchezza) è quella di ripartire da quella “costituzione economica” di cui parla l’economia sociale di mercato capace di porre, nel rispetto della libertà dei singoli, poche e semplici regole inviolabili a presidio degli interessi generali e del mercato stesso.

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