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DEBITO PUBBLICO/ Dalla Grecia un campanello d’allarme per tutta l’Ue

L'analisi di MAURO BOTTARELLI ci mostra come si fa sempre più concreta la possibilità di un default di Atene sul proprio debito, che darebbe vita a una reazione a catena che potrebbe minare la stessa tenuta dell’area euro

Euro_CerottoR375_25nov08.jpg (Foto)

La crisi sociale che ha colpito la Grecia, per giorni in balia di violenti disordini a seguito dalle morte di un giovane manifestante, sta colpendo duro la credibilità economica del Paese. La scorsa settimana, infatti, i credit default swaps - assicurazione sul rischio di fallimento di un’entità terza - sul debito greco hanno toccato i 250 punti base (contro i 52 della Germania, i 62 degli Stati Uniti e 120 della Gran Bretagna), un valore altissimo legato al fatto che una leadership così delegittimata difficilmente potrà portare a termine le riforme necessarie a contenere il debito pubblico che pesa al 93% sul Pil.

 

Il deficit di conto corrente è del 15% rispetto al Pil pari a 53 miliardi di dollari, il sesto più grande al mondo in termini assoluti: folle per un Paese di 11 milioni di abitanti. La Grecia, insomma, da anello debole del Club Med (Italia, Spagna, Portogallo) sta diventando l’anello debole dell’eurozona: una situazione pericolosissima perché un eventuale default di Atene sul proprio debito darebbe vita a una reazione a catena che potrebbe minare la stessa tenuta dell’area euro. Un qualcosa che potrebbe non dispiacere alla Germania, ad esempio, che in tempi crisi si sentirebbe sollevata dal non dover pagare i costi dei conti pubblici fuori controllo dei partner latini.

 

L’anno prossimo Atene deve rastrellare qualcosa come 40 miliardi di euro per finanziare il deficit di budget, oltre ai 15 miliardi di bond emessi dalle banche con la nuova garanzia dello Stato: come sia possibile farlo in un Paese dove la politica è non solo ostaggio della piazza ma completamente delegittimata risulta difficile comprenderlo. I mercati vigilano e danno giudizi: in questo caso tremendamente negativi.

 

Tornando alla tenuta dell’eurozona e alle tentazioni egemoniche tedesche non può sfuggire il duro attacco del ministro delle Finanze tedesco, Peter Steinbruck, che in un articolo pubblicato su Newsweek ha definito il piano britannico di contrasto alla crisi economica «inutile e anzi dannoso».

 

Secondo Steinbruck, membro del partito Social Democratico in coalizione con i Cristiano Democratici di Angela Merkel, ridurre l'Iva di due punti percentuali e mezzo, dal 17,5% al 15%, non farà altro che «aumentare il debito del Regno Unito a un livello tale che servirà una generazione intera per poterlo ripagare. Il governo inglese in questo modo sta buttando in aria miliardi e seguendo il modello keynesiano che prevede un innalzamento della spesa pubblica».

 

Detto da un eminente rappresentante di un Paese che ha sempre contrapposto il modello renano al liberismo anglosassone suona stonato. Anzi, pretestuoso. C’è voglia di resa dei conti e di politica muscolare. Anche perché il peggio deve ancora arrivare, almeno stando al report preparato dal think tank londinese GFC Economics e secondo cui «nel 2009 falliranno 200 mila imprese per insolvenza in Europa e gli Usa potranno soffrire un milione di licenziamenti ogni mese. Il record dei fallimenti dovrebbe essere in Francia e anche di imprese sane, per impossibilità di raccogliere denaro con le obbligazioni. Il mercato del lavoro si deteriorerà intaccando la fiducia dei consumatori. Altri Paesi in più grave crisi possono essere tentati di uscire dalla zona Ue e imbarcare più deficit del consentito da Maastricht».

 

Tutto quadra. O, quantomeno, tutto assume un senso. Quella greca, quindi, potrebbe essere una sorta di bomba ad orologeria. E ha poco da sorridere anche l’Italia: la scorsa settimana i nostri credit default swaps sul debito hanno toccato quota 178. Forse l’allarme poi ritrattato di Maurizio Sacconi sul rischio argentino non era così peregrino.

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