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LAVORO/ Un perchè della crisi? Il divorzio tra mano e testa che fa fuori genio e creatività

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo astrarsi dell'idea di dignità del lavoro a scapito di quello manuale. Così anche la formazione professionale è stata abbandonata in favore di facoltà universitarie incapaci di creare vero sviluppo. Ma nel motore dell'economia italiana può ripartire...

artigiano_decoro_R375.jpg (Foto)

C’è un grande assente nei dibattiti sull’economia, l’impresa, lo sviluppo della società. E’ il lavoro manuale, quella capacità di creare e fare utilizzando mani e forza delle braccia unite all’intelligenza che ha la sua espressione più emblematica nell’artigianato. Un patrimonio che appartiene alla storia del nostro paese e che è stato uno dei motori più formidabili della sua crescita. Tutto questo oggi è inspiegabilmente dimenticato o rimosso. E’ appena uscito in Italia il libro del sociologo americano Richard Sennett, L’uomo artigiano, in cui si denuncia l’impoverimento nell’era moderna sia della tecnica che del talento in seguito al divorzio tra la mano e la testa. Si è radicato un pregiudizio negativo sulla manualità. Basti ricordare quanto sia stato svalutato nell’architettura del nostro sistema scolastico tutto ciò che aveva a che fare con la possibilità di imparare un mestiere. Si è arrivati all’assurdità di considerare una discriminazione classista la formazione professionale. Secondo tale vulgata tutti dovrebbero iscriversi a licei e università. Non imposta se schiere di giovani hanno scelto in massa facoltà fallimentari come scienze della comunicazione trovandosi alla fine il nulla fra le mani. Poi non ho mai capito perché un artigiano non possa essere considerato anche un potenziale lettore di libri, di letteratura per esempio. I genitori dovrebbero riflettere seriamente se non sia più saggio dare ai figli la possibilità di imparare un mestiere anziché lasciare che si trascinino per anni in improbabili percorsi di pseudo-studio.

C’è un esempio paradigmatico di quanto sto dicendo. A Brescia, dove risiedo, a ridosso del centro storico fino a poco più di 20 anni fa sorgevano acciaierie e fabbriche su un’area vasta dove nel passato si era dispiegata la forza di una delle città più industrializzate del Paese. Oggi le industrie non ci sono più, o si sono trasferite altrove. Il loro posto è occupato da un grande centro commerciale chiamato Freccia Rossa con un’affluenza, a otto mesi dall’apertura, peraltro deludente rispetto a complessi analoghi. Nel 2003 in occasione della campagna elettorale per il comune di Brescia, avevo suggerito di seguire piuttosto il modello di importanti città europee in primis Parigi, dove con una politica accorta si era favorito il reinsediamento nel tessuto urbano di botteghe e laboratori artigiani. Un modo intelligente per tenere viva una tradizione di lavoro manuale che ha raggiunto anche punti di vera eccellenza, dal calzolaio al fabbro, dall’artigiano del legno a quello del cuoio. Attività che hanno bisogno di essere ammirate per dare il massimo e che vengono modificate se insediate in anonimi capannoni di periferia. Non se ne fece nulla, o meglio si spalancarono le porte al più classico dei modelli di omologazione sociale e culturale: il centro commerciale dove alimentari, scarpe e vestiti sono uguali a quelli di qualunque altra città. Si annulla ogni diversità e originalità e passivamente ci si rassegna a consumare.

Nel frattempo le cose sono cambiate non solo a Brescia. La realtà ancora una volta si è imposta facendo piazza pulita di tante impalcature artificiali. In questi mesi infatti la crisi mondiale ha dimostrato l’evanescenza di un’economia, non solo della finanza quindi, che con troppa presunzione negli ultimi anni ha sbrigativamente pensato di fare a meno di molte attività ritenute superate. Già negli anni ’80 nelle università si insegnava che el produzioni andavano spostate in paesi a basso costo di manodopera trattenendo qui le attività direzionali come finanza e marketing. Oggi improvvisamente scopriamo, come ricorda Sennett, che chi fa sviluppa anche genio e intelligenza. Forse può essere allora il momento buono per riscoprire il valore di un lavoro come quello manuale dove la persona ridiventa protagonista di ciò che crea.

Pubblicato su L'Arena del 21 dicembre 2008
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COMMENTI
23/12/2008 - Ma guarda un po?! (Francesco Giuseppe Pianori)

Caro Tarantini, non dico che lei sfonda una porta aperta (è ovvio); dico solo che le porte devono essere tenute ben chiuse. La pensano così, nella mia Regione Emilia-Romagna, tutti quelli che si dicono "progressisti". Lavoro pubblico, lavoro garantito, nessuna responsabilità, nessuna iniziativa e guai a chi non si assoggetta. Gli artigiani sono perseguiti, non possono accogliere apprendisti, non devono vivere. Al massimo solo cooperative soggette al controllo del Partito (indovini quale?), dove il Sindacato garantisce che il Partito domini sui "soci"-dipendenti. Mi affanno a dire ai miei amici artigiani di curare la formazione dei giovani. Questi disdegnano anche di fare i gelatai, quelli non si prendono la briga di avere dei "bocia" da mantenere sindacalmente. Sono anni che penso di trasferirmi nel Sud Italia per tramandare a qualcuno la mia arte di fisioterapista, perché lì le Leggi Italiane sono meno "vincolanti" e la gente chiama meglio le cose con il loro nome. Ma è una cosa abusiva. I Maestri non possono operare, gli allievi non vogliono imparare. Non è una questione di educazione? In Italia tutti vogliono essere Dottori e chi può e chi vale va all'Estero. Io ho imparato un po' di restauro di mobili antichi per la buona volontà - abusiva - di un vecchio "lustrotto" ora defunto, la cui memoria io venero ancora con gratitudine. Mi accettò nel suo laboratorio gratis e senza Sindacati. Non poteva fare diversamente.

 
22/12/2008 - ringraziamenti (maicol gregoris)

Gentilissimo Signor Tarantini,volevo ringraziarla per l'articolo di oggi. Da parte di uno che ha stivato camion di mobili a mano per 28 anni,un lavoro che nelle fabbriche è il meno considerato,perchè tutti credono che basti avere forza per caricare un camion. Ci vuole forza certo,ma anche occhio ed intelligenza per sfruttare ogni spazio per far star sù tutta la merce e per metterla in maniera che non "balli",cioè che non arrivi rotta. La forza,ringraziando IDDIO,me la son sempre ritrovata fin dai 14 anni,età in cui sono entrato in fabbrica. Per l'occhio e l'intelligenza,ringrazio DIO,per avermi dato due maestri,ELIO E SERGIO,che con pazienza mi hanno insegnato questo mestiere che nessuno vuole più fare. Avrei molto altro da raccontare,ma voglio concludere dicendo che uno dei mali più grossi che vedo in fabbrica,è che una volta i padroni lasciavano tutto il tempo che occorreva,agli operai con esperienza,di insegnare il mestiere a noi giovani apprendisti,adesso non c'è più tempo per questo,grazie Maicol.