BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

NUCLEARE/ Le ragioni per sperare in un rapido ritorno all’atomo in Italia

Pubblicazione:

atomoR375_07ott08.jpg

In questi mesi si sente spesso parlare per l’Italia di ritorno al nucleare. L’Italia, che nei primi anni ’60 era all’avanguardia mondiale come produttrice di energia nucleare, ma che, come conseguenza indiretta del referendum del 1987, ha abbandonato questa fonte, avrebbe ottimi vantaggi ritornando al nucleare: 1) diversificherebbe il mix di produzione di energia elettrica, rendendosi meno vulnerabile, 2) ridurrebbe le emissioni di CO2 con un conseguente minor esborso per i vari target ambientali che vengono, a ragione o a torto, imposti, 3) molto probabilmente avrebbe in prospettiva una produzione di energia elettrica meno costosa, avvicinandosi ai livelli di prezzo europei, 4) alcune industrie nazionali potrebbero proficuamente inserirsi nel processo di costruzione di nuove centrali.

 

In base a questi presupposti, tanti politici, ma anche alcuni responsabili delle grandi imprese di produzione di energia elettrica propongono e danno per scontato che si ritorni al più presto alla fonte nucleare. Oltre ai vantaggi elencati si citano spesso le indagini sulla pubblica opinione e, in base a un miglioramento del parere favorevole rispetto al periodo del referendum che, non si dimentichi, era a ridosso dell’incidente di Chernobyl, si dà per scontato che il processo possa essere facile.

 

Una recente indagine vede un 47% di genericamente favorevoli contro un 44% contrario e un 9% di incerti, ma nel caso la costruzione avvenisse nella propria provincia i favorevoli scendono al 41% e i contrari salgono al 50%. La situazione va lentamente migliorando, ma siamo ancora lontani da un decente livello di accettabilità. Tra i favorevoli si schierano inopportunamente alcuni convertiti che furono fra coloro che maggiormente denigrarono nei passati anni, solo sulla base di falsità e aspetti emotivi, il nucleare.

 

Ci si può chiedere come mai in Italia si abbia un’opinione pubblica così contraria all’energia nucleare: certamente la causa principale è dovuta a una grave disinformazione propalata a piene mani, ma senza nessun presupposto tecnico scientifico, da tanti movimenti ambientalisti spesso aizzati da lobbies delle altre fonti energetiche. Continuare a ripetere falsità le ha fatte assurgere a verità, secondo il detto di Voltaire “calunniate, calunniate qualcosa resterà”.

 

L’esempio più classico è la valutazione delle conseguenze del disastro di Chernobyl. Invece di fare ricorso ai dati elaborati dal Chernobyl Forum, un’istituzione altamente qualificata sotto l’aspetto scientifico e composta da rappresentanti di otto agenzie dell’ONU e dai rappresentanti dei tre paesi maggiormente colpiti (Ucraina, Bielorussia e Russia) che ha analizzato dettagliatamente e criticamente la vasta documentazione scientifica esistente sull’argomento, si continuano a fornire dati catastrofici privi di ogni fondamento scientifico. A questa linea di pensiero danno sempre un appoggio i mass media, alla ricerca costante della notizia sensazionale.

 

La sinistra come forza politica, non tutta, ma in grandissima maggioranza è “geneticamente” contraria al nucleare: i verdi apertamente, altri in modo più subdolo, adducendo motivazioni pretestuose. Da parte di questa forza politica c’è come aspetto di fondo, favorito anche dal basso livello della nostra cultura tecnico-scientifica, la rivendicazione di un “primato della politica” anche se avulso dal sapere scientifico che ha portato prima a una sorta di mortificazione poi a una vera delegittimazione della scienza.

 

Uno dei motivi più forti addotto contro il nucleare è la necessità di attendere i reattori della IV generazione (ora sono disponibili commercialmente quelli della III). Questo perché i reattori della IV generazione saranno più sicuri (anche sotto l’aspetto della proliferazione di armi nucleari), più efficienti nello sfruttamento del combustibile, con una minor produzione di scorie e più economici. Questo è vero, ma quando fossero commercialmente pronti questi reattori certamente altri sarebbero allo studio innovativi e migliori e la dilazione si ripeterebbe con un rimando alle calende greche. Alcuni addirittura puntano sulla fusione, quando gli sviluppi passati del settore e gli stessi ricercatori non permettono di indulgere all’ottimismo.

 

Il precedente Presidente del Consiglio, interpellato sul nucleare ha affermato che era necessario “fare ricerca”. È certo che, come in tutti settori tecnico scientifici, anche in quello dell’energia nucleare è opportuno fare ricerca e certamente viene fatta, ma non sarà l’Italia, un Paese praticamente fuori da decenni dalla ricerca avanzata in campo nucleare e che non brilla per capacità di ricerca nel settore industriale a poter apportare significativi sviluppi.

 

Ci sono ancora, è vero, in enti di ricerca e nelle università alcuni validi scienziati italiani, che studiano l’energia nucleare e che permettono al Paese di mantenere almeno un aggancio allo sviluppo del settore e a loro sarà necessario rivolgersi nel caso di una ripresa. Con l’istituzione in corso di una Agenzia per la sicurezza si stanno muovendo i primi passi, speriamo che non si punti su una normativa autarchica, ma si recepisca la normativa vigente nei Paesi più avanzati nel settore.

 

L’energia nucleare sarà per l’umanità la fonte energetica del futuro, perché praticamente inesauribile, sostanzialmente rispettosa dell’ambiente e, in prospettiva, economica. Inoltre è l’unica vera alternativa ai combustibili fossili perché le fonti rinnovabili non hanno sufficiente potenzialità, come tutti i più qualificati organismi internazionali (IEA, WEC) riconoscono. Purtroppo l’Europa e l’Italia non recepiscono questo dato di fatto e si sono avventurate nel progetto 20-20-20 al 2020 che è un bello slogan, ma che tutti gli studiosi seri prevedono irrealizzabile.

 

Certamente in un futuro lontano anche l’Italia dovrà rientrare nel nucleare, non si dimentichi che già ora noi copriamo il 5% del nostro fabbisogno con questa fonte prodotta però all’estero. Sarebbe auspicabile che il rientro avvenisse il più presto possibile per evitare che l’Italia si stacchi ulteriormente dai paesi sviluppati, ma, data la situazione della pubblica opinione e del contesto politico, non bisogna cullare illusioni.



© Riproduzione Riservata.
 

COMMENTI
07/01/2009 - qualità dell'insegnamento scientifico: c'entra? (Michele Borrielli)

premesso che sono favorevole al nucleare, io credo che la qualità dell'insegnamento scientifico impartito nella scuola superiore (Licei ed Istituti Tecnici e Professionali), misurata come scarsa dai test OCSE-PISA, incida notevolmente sull'opinione pubblica: meno informazioni si hanno, meno adeguata è la formazione scientifica dei nostri giovani, più spazio avranno versioni approssimative e fantasiose della realtà, e immotivate paure. E' una sfida che mi auguro il Ministro Gelmini voglia raccogliere, dando ascolto a chi le discipline interessate (chimica e fisica) le conosce bene (faccio riferimento al recente comunicato congiunto dei Fisici e dei Chimici riportato nella pagina web http://www.soc.chim.it/it/803. In effetti continuare, nel 2009, con discipline-calderone come le scienze naturali dei Licei (chimica+scienze) o le scienze integrate proposte dalle bozze non ufficiali di quadri orario degli istituti tecnici (chimica+fisica o addirittura chimica+fisica+scienze) non va certo nella direzione di una migliore qualità di insegnamento delle discipline scientifiche: visto che i docenti italiani in possesso di laurea scientifica non sono "tuttologi", ma ben preparati nella "loro" disciplina, non sarebbe sensato che la chimica la insegni il laureato in chimica o in CTF (classe A013), la fisica il docente fisico (A038), le scienze il docente laureato in scienze naturali o biologiche (A060)? Questo nella scuola superiore italiana non avviene se non molto raramente, e in futuro?