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Economia e Finanza

CRISI/ 1. Quella ricetta global-liberista di Obama che piace alle borse ma “preoccupa” l’Europa

Obama ha lanciato un programma di investimenti infrastrutturali e tecnologici, combinato con una megastimolazione fiscale. La direzione della sua politica futura è di ricostruzione del modello capitalistico-liberista. Mentre i principali leader dell’eurozona invocano alternative stato centriche e adottano politiche difensive e prudenti, ai limiti dell’immobilismo. Ma va ricordato che i modelli di mercato sono determinati da chi ha la forza "imperiale" di farlo

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Obama ha lanciato un megaprogramma di investimenti infrastrutturali e tecnologici, combinato con una megastimolazione fiscale. La direzione della sua politica futura, oggi annunciata per governare la profezia in senso ottimistico, è di ricostruzione del modello capitalistico-liberista. Prova ne è il fatto, nonostante promesse elettorali protezioniste ed una maggioranza parlamentare di sinistra, che ha nominato un team di governo economico liberista e globalizzante. L’America ricostruirà il suo modello precedente e Obama ha scelto di farlo con rimarchevole determinazione. Ci riuscirà?

Il modello americano, basato sulla massima libertà economica e sulla crescita esasperata, non può essere cambiato in quanto ogni alternativa darebbe meno ricchezza. Anche la Cina non ha modelli di riserva e deve continuare a finanziare la transizione di massa dalla campagna alla città via alti volumi di esportazioni verso l’America. Se questa non riprenderà a crescere e ad importare entro sei/nove mesi, la Cina, priva di crescita interna sufficiente, imploderà. Così il Giappone ed altri esportatori.

In queste settimane, infatti, si osserva una crescente convergenza tra America ed Asia per il comune interesse a ripristinare il modello di capitalismo globalizzato. L’Asia finanzierà il debito dell’America, come fa da decenni, in modo che questo stimoli la ripresa dei consumi e delle importazioni. Inoltre sarà perseguita la ricostruzione rapida dell’industria finanziaria globale, perché senza la sua capacità di rendere abbondante il capitale l’economia reale non può crescere. Se una banca può cartolarizzare un mutuo ne fa dieci, se non riesce ne fa solo uno, giusto per capire il rapporto intimo tra finanziarizzazione e crescita dell’economia reale. La tendenza alla ricostruzione della continuità del capitalismo globalizzato è svelata dai recenti accordi bilaterali tra America e Cina, quella di rifinanziarizzazione dell’economia dalle nuove invenzioni tecniche della Riserva federale statunitense. Non è detto che funzionerà perché il danno alla struttura del modello americano, scosso da crisi multiple convergenti, è stato grave.

Infatti i principali leader dell’eurozona hanno profetizzato la fine del modello capitalistico “che parla inglese” ed invocano alternative statocentriche ostili al libero mercato, alla globalizzazione ed alla demonica economia finanziarizzata (Merkel, Sarkozy, Tremonti, ecc.). Forse per queste idee e per l’attesa di una discontinuità adottano politiche difensive e prudenti, ai limiti dell’immobilismo. Ma va ricordato che i modelli di mercato sono determinati da chi ha la forza imperiale. Il libero mercato internazionale non è evoluto spontaneamente, ma è stato imposto al mondo dall’impero britannico, prima, e da quello americano poi.

Nelle ultime settimane l’impero americano ha puntato decisamente sulla strategia di far funzionare il capitalismo senza rifondarlo. La Cina ed il resto del mondo emergente lo sosterrà per l’interesse a mantenere viva la globalizzazione. Guidata dai leader sopracitati, l’eurozona rischia una crisi peggiore a breve, la periferizzazione sul piano globale a medio e di restare stagnante e perdente a lungo. Forse Obama dovrebbe tornare a Berlino.

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