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Una nuova governance per il non-profit

Al convegno dell'ALTIS Lester Salamon (John Hopkins University) indica la strada per passare dal "paradigma del conflitto" al "paradigma della collaborazione" tra pubblico e privato nello studio del terzo settore

edu_johnshopkins_1006_FN1.jpg (Foto)

Milano - Circolano miti duri a morire sul non profit, nonostante l’evidenza. A sostenerlo è il professor Lester Salamon, Studies Director del Center for Civil Society Studies della Johns Hopkins University, nell’ambito del seminario intitolato “La new governance e le sue implicazioni per le organizzazioni non profit”.
Durante i lavori, che si sono svolti ieri nella sede dell’Altis, l’Alta scuola impresa e società dell’Università Cattolica di Milano, il docente americano ha dimostrato come i criteri più diffusi per analizzare il terzo settore siano legati a vecchi schemi ormai abbondantemente superati dai fatti. È a causa di questi criteri che, ad esempio, i dati statistici sul non profit sono ancora lacunosi. Perché il paradigma (detto del “conflitto”) dominante oggi negli Usa, di matrice liberista, è incapace di leggere il fenomeno nella sua complessità. Per confutarlo, l’istituto diretto dal professor Salamon ha avviato da diversi anni una ricerca sistematica e su vasta scala in 40 diversi Paesi. Ne è emerso un ritratto imprevisto del nonprofit, con cifre sorprendenti.

La dimensione del fenomeno - Nei Paesi considerati, complessivamente il settore ha un giro d’affari di 1.600 miliardi di dollari (il dato si riferisce al 2002). Inoltre, non è l’America - come si potrebbe supporre - lo Stato con una percentuale di organismi nonprofit sul Pil più significativa. A guidare la graduatoria sono i Paesi Bassi con il 14,4%, seguiti da Canada (11,1%), Belgio (10,9%), Irlanda (10,4%). Al quinto posto, gli Stati Uniti (9,8%), mentre l’Italia si colloca in fondo con un 3,8%. La ricognizione dei dati è la base per sfatare gli assunti del “paradigma del conflitto” e per proporre un nuovo paradigma, fondato su “collaborazione e interdipendenza”.

Dal conflitto alla collaborazione - Il modello è emerso anche grazie all’analisi degli strumenti di cui il Pubblico oggi si avvale per portare avanti la propria azione. «C’è una caratteristica comune - afferma Salamon -: sempre di più ci si affida a terze parti che agiscono tra Stato e cittadini. L’auspicio sarebbe di avere più Stato, ma non direttamente dallo Stato». In altri termini, al posto della “gerarchia” (prevista nel paradigma del conflitto), la “rete” (nuovo paradigma); al posto del “pubblico contro privato”, “il pubblico più il privato”; in luogo del “comando e controllo”, il “negoziato” e la “persuasione”; invece delle semplici “capacità gestionali”, la “capacità di educare”, cioè di “attivare reti complesse”. Su questo punto, in particolare, il professor Salamon ha insistito, immaginando il manager delle organizzazioni non profit come una sorta di direttore d’orchestra, che pur non suonando nessuno strumento, è colui che garantisce l’armonia di tutti i suoni. Dovrebbero essere come lui i protagonisti alla guida di realtà nonprofit sempre più complesse. È quanto lo studioso della Johns Hopkins University prefigura per una “new governance” più rispondente alla realtà del terzo settore.

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