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Ecco come le Pmi italiane hanno vinto la sfida della competizione internazionale

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Da parecchi anni il Centro di Ricerche Cranec della Facoltà di Scienze politiche della Università Cattolica di Milano, diretto da Alberto Quadrio Curzio, costituisce un punto di osservazione privilegiato per l’analisi dell’evoluzione del sistema produttivo italiano e delle produzioni del made in Italy in particolare. Anche attraverso una consolidata collaborazione con la Fondazione Edison, e con Marco Fortis in particolare, sono ormai numerosi i volumi e i rapporti scientifici del Centro che analizzano, sotto diversi profili, i punti di forza e di debolezza di un sistema imprenditoriale che è da sempre una formidabile risorsa per lo sviluppo del nostro Paese.
La pubblicazione sulla rivista Economy della ricerca su “L’internazionalizzazione del sistema industriale italiano. Una sfida vincente delle PMI e dei Distretti italiani”, svolta dal Cranec stesso in collaborazione con Simest (uno dei più importanti operatori per la promozione dei processi di internazionalizzazione delle nostre imprese), si presenta quindi come un’occasione significativa e qualificata per esaminare e comprendere una (ormai lunga) serie di risultati eccezionali conseguiti dall’industria italiana sui mercati di tutto il mondo a partire dal 2002.

Il lavoro, preceduto da una prefazione dello stesso Quadrio Curzio, è opera di Giulio Cainelli, membro del Comitato scientifico del Cranec ed ordinario di economia politica nella Università di Bari, che è senz’altro uno dei più autorevoli ed attenti studiosi del sistema dei distretti italiani e del mondo delle nostre piccole imprese.
La ricerca, molto ampia ed articolata e corredata di grafici e tabelle, mostra in modo molto nitido come le nostre imprese, e in particolare quelle appartenenti ai distretti industriali e specializzate nelle produzioni del made in Italy, dopo aver attraversato una fase di incertezza nella quale hanno dovuto subire i contraccolpi delle nuove condizioni competitive e valutarie createsi in seguito sia all’ingresso nello scenario internazionale di due colossi come Cina ed India sia all’entrata del nostro Paese nell’Unione monetaria, abbiano saputo poi reagire imboccando un sentiero di sviluppo caratterizzato da innovazione e internazionalizzazione. Come si legge infatti nel lavoro, "Noi abbiamo guardato i dati e soprattutto abbiamo guardato il paese, per i pezzi che conosciamo e con gli strumenti che abbiamo, e abbiamo cercato di fornire un quadro interpretativo nel quale la recente fase di sviluppo del sistema industriale italiano non emerga come un’inspiegabile anomalia, ma piuttosto come l’esito di un processo di profonda trasformazione che si è compiuta negli anni precedenti. In questo periodo infatti il nostro sistema industriale ha sperimentato uno straordinario processo di aggiustamento e di riorganizzazione che ha interessato in primo luogo i distretti industriali. Questi sistemi locali di piccola e media impresa hanno mostrato un rinnovato dinamismo che si è concretizzato in un riposizionamento nei tradizionali mercati internazionali e nella ricerca di nuovi sbocchi, nella partecipazione sempre più attiva ai processi di internazionalizzazione commerciale e produttiva e, infine, nella crescita strategica ed organizzativa.” Dunque una visione chiara delle trasformazioni del made in Italy volta anche a mettere in luce l’assoluta infondatezza di certe affermazioni di taluni economisti nostrani, secondo i quali la nostra specializzazione produttiva sarebbe ormai vecchia e sorpassata, e quindi da abbandonare.

Dopo aver esaminato il contesto internazionale ed il ciclo economico dell’economia italiana tra il 2002 e il 2007, il lavoro si sofferma in particolare sull’internazionalizzazione dei distretti industriali evidenziando come le azioni messe in atto dalle nostre imprese in risposta alle sfide competitive connesse ad uno scenario internazionale profondamente mutato possano essere sinteticamente raggruppate in cinque distinte tipologie:

1) Un riposizionamento qualitativo su segmenti di mercato di fascia alta o medio-alta, con un corrispondente aumento dei valori medi unitari delle esportazioni, da interpretarsi come il risultato di un generale innalzamento della qualità delle esportazioni stesse;

2) Un riposizionamento geografico rispetto ai mercati di sbocco, con un considerevole aumento, ad esempio, della nostra presenza sui mercati russo e cinese;

3) Un aumento delle dimensione strategica ed organizzativa delle imprese, con la crescita del numero delle società di capitale rispetto a forme societarie meno strutturate come le ditte individuali e le società di persone, ed una maggiore diffusione dei gruppi di impresa;

4) Una ri-specializzazione nella produzione di beni intermedi e strumentali che ha condotto all’aumento del peso dei produttori di parti e componenti per la meccanica e di macchinari per la produzione di beni del made in Italy;

5) Un aumento di peso sia del capitale umano sia delle attività innovative formalizzate, testimoniato tra l’altro dal fatto che nei distretti industriali italiani sono aumentate le assunzione di lavoratori qualificati (soprattutto laureati), in particolar modo ad opera delle medie imprese poste al loro interno.

Un’analisi, come si intravede anche da questa breve riflessione di sintesi, assai articolata e documentata, che mostra chiaramente come il recente boom dell’export delle produzioni del made in Italy registrato nel biennio 2006-2007 non vada considerato come una incomprensibile anomalia ma sia invece il prodotto di una profonda trasformazione strutturale ed organizzativa dell’industria manifatturiera italiana che ha saputo adattarsi in modo straordinario dal punto di vista produttivo, organizzativo e strategico alle nuove e mutate condizioni competitive del quadro internazionale.
Certo restano i problemi e i vincoli che il sistema Paese impone su un sistema imprenditoriale vivo e vitale: penso al nostro astronomico debito pubblico, che ci impone di destinare ogni anno una cifra immensa al pagamento degli interessi maturati, sottraendo così una consistente fetta di risorse a investimenti volti a migliorare le nostre infrastrutture (e così facendo a migliorare anche la nostra produttività); penso al crescente divario Nord-Sud, con una differenza di reddito pro capite tra chi vive al Centro-Nord e chi vive al Sud oggi così marcata da prefigurare ormai due Paesi in uno; penso infine al micidiale deficit energetico, che nel 2006 ha rappresentato un passivo di ben 50 miliardi di euro per la nostra bilancia commerciale con l’estero. Sono questi i veri problemi del nostro Paese e su questi bisognerebbe concentrare gli sforzi, abbandonando polemiche sterili sulla scarsa dimensione delle nostre imprese e sulla presunta specializzazione in settori troppo maturi del nostro sistema produttivo. Come bene peraltro ci ricorda Cainelli nella ricerca Cranec: "….la specializzazione nei settori “maturi” e la dimensione ridotta delle imprese non hanno di per sé rappresentato un vincolo, quanto piuttosto uno stimolo a ripensare il modello di organizzazione della catena verticale della produzione in modo innovativo, e che una dimensione maggiore dell’impresa non è un elemento sufficiente a garantire una buona capacità di reazione alle sfide poste dalla nuova competizione internazionale, poiché potrebbe rivelarsi un elemento di notevole rigidità".

(Foto: Imagoeconomica)


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