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ALITALIA/ Le tre soluzioni rimaste per uscire dalla crisi

lunedì 16 giugno 2008

È cambiato il governo, ma alla Magliana non è cambiato niente. In Alitalia si continua a perdere soldi, a rischiare il fallimento, a cercare soluzioni improbabili. I fatti sono noti. Un prestito ponte è uscito dalle tasche dei contribuenti italiani per andare, prima, verso lidi sconosciuti ai più e, poi, a infrangersi contro le barriere europee della commissione di Bruxelles.
Air France ha fatto i bagagli dopo aver toccato con mano il mondo dei sindacati italiani e la durezza delle campagne elettorali. Lufthansa non è mai entrata in partita, anzi, a dire il vero, non è mai neanche arrivata allo stadio, forse perché conosce l’Italia meglio dei francesi possedendo una compagnia aerea (Air Dolomiti) di base a Verona.
 

È passato un anno e mezzo da quando è stata presa la decisione di vendere la partecipazione del Tesoro nella compagnia di bandiera. Ed è successo di tutto tranne quello che doveva accadere. Alitalia, dopo aver inanellato il suo diciannovesimo bilancio in rosso degli ultimi 20 anni, ha visto diminuire del 20% le prenotazioni e scendere di 44 milioni i ricavi del primo trimestre.
Il petrolio è arrivato a sfiorare i 140 dollari al barile e nel mondo, secondo la Iata, sono falliti o andati in amministrazione controllata, 24 vettori aerei.
 

Quello che più conta è che è cambiato il clima. La crisi economica ha frenato la crescita mondiale del settore aereo che continua ad aumentare i volumi di traffico, ma a ritmi inferiori a quelli previsti. Il tasso di occupazione degli aerei ha cominciato a scendere. E ora i potenziali compratori, e il Ceo di Air France Cyril Spinetta lo ha detto chiaramente, sono impegnati a far quadrare i conti dei propri bilanci e hanno ben poco tempo o energie da dedicare ad Alitalia.
 

Ora le possibili soluzioni sono solo tre. La prima prevede l’entrata in scena dello Stellone italiano a fianco di quello che una volta era il miliardario americano e ora potrebbe essere lo sceicco arabo, il magnate cinese o il grande imprenditore indiano. Grande iniezione di liquidità, posti di lavoro salvaguardati, nuovi aerei e nuovi mercati. Questa ipotesi ha la stessa probabilità di una vincita al superenalotto. È solo una questione di fortuna.
 

Le altre due possibili vie di uscita hanno le stesse possibilità di verificarsi. La prima soluzione prevede il materializzarsi della mitica cordata italiana guidata da Intesa San Paolo, nel suo doppio e strano ruolo di advisor e possibile investitore. Carlo Toto, deux ex machina di Air One, ha già prenotato nuovi aerei e aspetta solo di sapere, oltre a come li pagherà, se avranno la livrea della sua compagnia o quella tricolore di Alitalia. Gli altri imprenditori tirati per la giacchetta dal Governo aspettano di sapere cosa avranno in cambio e chi ci metterà i soldi. È una lunga tradizione della nostra storia industriale che nessuno vuole interrompere, specie trattandosi di Alitalia, un osso terribilmente duro da rodere per il quale si possono ottenere contropartite importanti. Magari non per salvare Alitalia, ma solo per prolungarne l’agonia in attesa di tempi migliori.
 

L’ultima possibilità è quella offerta dalla Legge Marzano con l’amministrazione controllata. Tagli di rotte, di personale, di spese. Interi rami d’azienda chiusi e risparmi su tutto. Lacrime e sangue, insomma. Ma anche una speranza che qualcosa della nostra vecchia compagnia di bandiera possa essere salvato e funzionare ancora.

 
(Foto: Imagoeconomica)