Economia e Finanza
lunedì 23 giugno 2008
Politici, banchieri, consulenti e imprenditori. Purtroppo, non c'è più posto per il mercato. A bordo di Alitalia si cerca il bilanciamento migliore: ognuno, infatti, ha la pretesa di voler tracciare la rotta della compagnia di bandiera. In realtà, servirebbe subito un ingegnere per provare a tappare i buchi di Alitalia. Un ingegnere finanziario in grado di tamponare l'emorragia di liquidità ed evitare la messa a terra degli aerei. Sì, perché corre il tassametro del prezzo del petrolio e bisogna trovare altri capitali freschi da aggiungere al prestito ponte da 300 milioni stanziato dal governo.
Insomma, da quando venne presa la decisione di cedere a privati la quota pubblica di Alitalia sono passati oltre 18 mesi e siamo ancora al punto di partenza. Fare le liberalizzazioni, quelle vere, nel nostro Paese rimane follia. In senso stretto, non come quella elogiata da Erasmo da Rotterdam in modo sublime. Spostando indietro nel tempo le lancette, l'analisi è impietosa. Negli ultimi 20 anni Alitalia ha chiuso per 19 volte il bilancio in rosso. Nei primi tre mesi del 2008 i costi operativi sono aumentati di 44 milioni, mentre i ricavi sono diminuiti di 43 milioni rispetto al primo trimestre del 2007. A questi ritmi, il prestito ponte verrà bruciato in meno di 100 giorni.
I tempi stringono e l'advisor Intesa-San Paolo entro fine luglio vuole presentare un piano industriale, condizione indispensabile per costituire la cordata italiana che dovrebbe entrare nel capitale della “nuova” compagnia aerea a fianco di uno o più partner finanziari. L'ad di Intesa San Paolo, Corrado Passera, già risparmia le parole: «Non vogliamo fare come accaduto in precedenza, quando ogni giorno trapelava qualcosa». Il consulente del premier, Bruno Ermolli, sceglie il silenzio: «Non posso rispondere, come sapete benissimo su Alitalia faccio ma non parlo». Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, riferirà mercoledì alle Commissioni Bilancio e Lavori pubblici di Camera e Senato sulla situazione di Alitalia.
Cosa accadrà? Alitalia verrà salvata da una cordata italiana, un socio industriale nazionale (Air One), un partner internazionale (e quindi si ritornerebbe ad Air France-Klm e a Lufthansa) o Intesa-San Paolo si trasformerà da advisor in partecipante di una cordata? Forse nessuna di queste soluzioni. O forse tutte quante in un mix da definire. In ogni caso, il quadro entro cui l'operazione dovrebbe realizzarsi è cambiato. In peggio.
In Europa, nel primo trimestre del 2008, la capacità del comparto aereo è cresciuta del 5,3% rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente, mentre i passeggeri trasportati sono cresciuti solo del 3,9% con conseguente riduzione del coefficiente di riempimento degli aerei. Secondo la risoluzione della Iata, presa il 2 giugno scorso a Istanbul, gli sforzi per ridurre i costi non dipendenti dal petrolio, per aumentare la produttività e ridurre i consumi di carburante non sono sufficienti a compensare l'aumento di tre volte del prezzo del petrolio dal 2006. Risultato: negli ultimi 5 mesi oltre 20 compagnie aeree sono entrate in regime di amministrazione controllata. Alitalia dovrebbe fare lo stesso, evitando pastrocchi e affidandosi alle garanzie della Legge Marzano. Ecco l'ultima chiamata, nel disperato tentativo di far risalire a bordo il mercato. Unico pilota in grado di salvare e poi rilanciare la compagnia aerea. Solo a quel punto chi salirà a bordo potrà godersi il viaggio e far diventare Alitalia un motore per la promozione turistica.
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