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DIBATTITO/ Card alimentare? Un provvedimento paternalistico che dimentica le famiglie...

Secondo LUIGI CAMPIGLIO (prorettore e docente di Politica economica all’Università Cattolica di Milano) la proposta della carta alimentare desta forte perplessità, perché viene distribuita indipendentemente dalla dimensione familiare e non tiene conto della complessità sociale di chi vive il problema alimentare. Leggi anche gli interventi di LUCA PESENTI e di RAFFAELLO VIGNALI

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La proposta della carta alimentare ha suscitato un ampio dibattito e ci pare perciò opportuno elencare alcuni elementi di riflessione che sono, lo anticipiamo, di forte perplessità sul provvedimento.

In primo luogo, la carta alimentare sembra ispirarsi all’esperienza americana del “food stamp”, che consiste in una carta di credito elettronica (EBT – Electronic Benefit Transfer), emessa da un apposito ufficio a chi è in possesso dei necessari requisiti, per l’acquisto di beni alimentari. Tali requisiti hanno come riferimento centrale il reddito familiare, tenendo conto di vari aggiustamenti, fra cui in particolare la dimensione della famiglia. Da quanto si conosce, il riferimento della carta alimentare sarà invece il reddito minimo dei pensionati e la carta dovrebbe essere consegnata dagli uffici postali ai titolari di pensioni minime, indipendentemente dalla dimensione familiare. È qui il caso di ricordare come nella finanziaria non compaia mai, in alcuna forma, la questione della famiglia, una dimensione che riguarda le giovani coppie ma anche quelle pensionate. Vi è una grande differenza fra il vivere con una pensione minima e due pensioni minime. La famiglia era uno dei punti programmatici di questo governo, in particolare con la proposta del quoziente familiare, ma la questione della famiglia brilla invece per la sua assenza.

In secondo luogo, se l’obiettivo della proposta era quello di venire incontro alle difficoltà dei pensionati al minimo, forse era il caso di considerare il fatto che questa non è la sola categoria sociale con problemi alimentari: in realtà è nella media. Sarebbe stato sufficiente consultare l’elaborazione che l’Istat conduce nell’ambito del progetto europeo EU-SILC, nel cui ambito alle famiglie viene esplicitamente richiesto se abbiano avuto difficoltà economiche per l’acquisto di alimentari nei 12 mesi precedenti l’intervista. Nella media nazionale il 4,2% aveva registrato difficoltà alimentari, rispetto ad un 5,8% del 2005: mentre la diminuzione è forse di natura statistica, le caratteristiche delle famiglie in difficoltà rimangono invece le stesse. Da questa indagine emerge che nel 2006 la percentuale di persone con più di 65 anni in difficoltà alimentare è del 4,2% se sono sole (cioè nella media) e del 3,1 se invece sono in coppia (per il 2005 il divario è analogo). Per l’appunto la famiglia “conta”: ma non conta solo per gli anziani. Le percentuali più elevate di famiglie in difficoltà economica alimentare riguardano le famiglie con 3 o più figli, con un percentuale del 7,3%, raggiungendo un massimo assoluto dell’8,5% per le famiglie con figli minori. Non sarebbe certamente giusto abbandonare a sé stesso un anziano solo, ma che cosa ha da dire la politica ai bambini di famiglie con 3 o più figli, con difficoltà alimentari?

Ma non è tutto. La proposta della carta alimentare è stata ricollegata alla particolare combinazione di sovrapprofitti nel settore petrolifero ed eccezionali aumenti dei prezzi per i beni alimentari: una tassazione dei primi a beneficio di chi soffre dei secondi appare una manovra equa sul piano sociale. Ma allora la domanda che emerge è se la carta alimentare rappresenti un provvedimento temporaneo o permanente: ci si domanda cioè se la carta alimentare è un provvedimento temporaneo per una situazione di emergenza o intende ridefinire la natura e gli obiettivi del welfare. Sarebbe utile comprendere. Perché se il modello di riferimento fosse quello americano, bisognerebbe considerarne gli aspetti problematici ma anche la ricchezza, sia sul piano dell’integrazione fra pubblico e privato, sia nella capacità di individuare programmi alimentari di grande e riconosciuta efficacia, come il WIC (Woman, Infant and Children) che ha come obiettivo di integrare la quantità, ma soprattutto la qualità, dell’alimentazione delle madri e dei loro figli fino all’età di cinque anni. Perché non introdurlo in Italia? Nella consapevolezza che l’investimento sulle persone, fin da quando sono molto giovani, è il migliore che si possa realizzare.

Infine, la carta alimentare dovrebbe funzionare come una carta di “fedeltà” al momento del pagamento alle casse di quelle catene distributive che aderiranno alla proposta: con la carta alimentare, a differenza del “food stamp”, si avrà uno sconto e non il pagamento integrale del bene alimentare acquistato. Ciò potrebbe accentuare il problema dello “stigma” sociale collegato all’utilizzo della carta alimentare: un problema ben noto negli Stati Uniti, dove viene considerato un problema molto delicato, insieme al fatto che gli acquisti di beni alimentari con il meccanismo del “food stamp” sembrano accentuare i problemi di qualità dell’alimentazione, e in particolare l’obesità. In breve la domanda che ci si pone è perché, in questo quadro, non si è invece deciso di aumentare, per quanto di poco, le pensioni minime. L’intenzione di uno “zoppo” paternalismo di Stato è forse quanto di più lontano dalla visione sociale di questo governo.

(foto: imagoeconomica)
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