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Economia e Finanza

INNOVAZIONE/ Paolucci (Microsoft): così si sconfigge la "crescita zero"

Il Vice-presidente Microsoft Corporation e Presidente Microsoft Italia parla dell’innovazione in un paese a “crescita zero”, che non deve diventare un'alibi per rassegnarsi alla crisi

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Perché è così importante l’innovazione per un’impresa? E quanto conta l’innovazione per il sistema economico italiano? Potrebbe aiutarlo a superare la “crescita zero”?

Tutto cambia, gli organismi viventi di qualunque genere si evolvono; e pure le aziende cambiano, anche se non lo vogliono, semplicemente perché le persone invecchiano. Pertanto il cambiamento è un fatto, esiste: un’azienda deve decidere se vuole subirlo, oppure se vuole guidarlo; così, se vuole essere alla testa del cambiamento per portarlo a proprio vantaggio, deve avere la capacità di formulare per se stessa una visione strategica. In altri termini, occorre rifuggire il pericolo dell’autoreferenzialità, ossia guardare solo vicino a sé, nel proprio mercato. L’impresa deve avere un’idea sostenibile nel tempo delle proprie eccellenze competitive, per evitare che rimangano solo gli spazi dove perde, formulando un piano che combatta i rischi del cambiamento: oltre all’invecchiamento delle persone, c'è la diminuzione dell’appetito e della forza dell’imprenditore. Alcuni rimedi: l’inserimento di nuove forze, l’attivazione di partnership, la cooperazione con l’università, il ricambio generazionale, … tutti elementi che devono comporre un piano strategico per il futuro. In tal modo, può anche capitare che, facendo questo tipo di analisi e dotandosi delle conoscenze necessarie per farlo, ci si renda conto che non c’è futuro senza cambiamenti sostanziali. Allora le risposte possono essere tante: ad esempio, dare un’enfasi maggiore ad una visione internazionale prima localistica. L’impresa non può essere in balia degli eventi: su questo, è molto interessante il lavoro che fa Compagnia delle Opere nel senso di dare una forza e una visione collettive, oltre ad una serie di servizi e di intelligenze trasversali, ad un numero molto alto di imprese, che – da sole – sarebbero diverse.

E questo potrebbe aiutare a superare la “crescita zero”…

È un passaggio necessario, perché la “crescita zero” è una media. In quello zero, ci sono delle aziende che vincono e delle aziende che perdono, ci sono aziende che crescono il 20% e altre invece che perdono il 20%: in ogni scenario, la singola azienda deve avere un’idea di dov’è! La media zero non dev’essere né un alibi né una scusa. E, soprattutto, non è una ragione per rimandare nulla o rassegnarsi a nulla! È uno stimolo ancora più forte all’urgenza di prendere in mano il proprio futuro.

Quindi, un’azienda “protagonista” ha un giudizio chiaro sulla propria situazione.

Certamente, essere protagonista vuol dire decidere di influire sul proprio futuro, piuttosto che subirlo passivamente. Il mondo e il mercato non si fermano.

L’Italia si regge sulle PMI (Piccole e Medie Imprese): per loro conta l’innovazione? E che tipo di innovazione possono fare?

Anzitutto, assicurarsi che la dimensione limitata sia un elemento di forza e non di debolezza, dando il massimo valore a tutte quelle esternalità che possono affiancare l’azienda nel suo percorso: l’università, la rete (come quella messa a disposizione Compagnia delle Opere), ecc. È necessario avere un’idea molto dinamica della propria esistenza, senza dare per scontato niente e accettando di avere alcuni elementi della propria catena del valore – per esempio alcuni elementi del processo produttivo – lontani da sé, in altri paesi; questo, non solo per diminuire i costi e aumentare l’efficienza, ma anche per creare dei mercati di sbocco per i propri prodotti, acquisendo una “visione aperta” che, ormai, è irrinunciabile per tutti. La piccola impresa non si può chiudere dentro il suo essere piccola. Deve trovare una strada che sia compatibile con la sua dimensione, altrimenti cambi dimensione o si metta insieme ad altri. Ricordiamo che a nessuno è risparmiato l’obbligo dell’eccellenza, cioè la capacità di competere o di dare un servizio migliore rispetto ai concorrenti; nessuno ha il diritto divino di continuare a esistere, senza portare i libri in tribunale: i giudici sono i clienti. Altrimenti dobbiamo dar loro buone ragioni, come darci meno soldi.

Per l’esperienza internazionale che Lei ha, ritiene che il nostro paese sia arretrato nell’innovazione rispetto agli altri?

Dal mio punto di osservazione, che è quello dell’IT (Information Technology), il nostro paese è in molti campi arretrato. Nelle piccole imprese, gli investimenti in IT sono la metà di quello che dovrebbero essere, se ci confrontiamo a paesi con noi comparabili; quindi manca alle nostre aziende uno strumento fondamentale di comprensione del mercato, di efficienza produttiva e di motivazione delle persone. Al contrario, le grandi imprese sono allineate al meglio delle grandi imprese dei paesi più avanzati. La Pubblica Amministrazione e la Scuola sono ancora più arretrate: esse sono importanti aree d’intervento, sono cantieri da aprire, e da tenere aperti, per un bel po’: definiscono il nostro futuro e l’appeal futuro del nostro Paese.

 Cosa dovrebbero fare la politica e il sistema imprenditoriale?

La politica in alcuni campi certamente deve fare la sua parte: nella PA, nella Scuola, nella fiscalità, nelle infrastrutture; ci sono dei mercati interi soggetti in maniera molto forte alle decisioni politiche: si pensi al turismo. Putroppo, la politica ha oggi un capitale limitato di risorse e quindi deve fare di più con meno, vedendo dove tagliare. E forse questo può essere un esercizio virtuoso, nel senso che si riuscirà sicuramente a dimostrare che facendo le cose in maniera più strutturata, più organizzata, alla fine si risparmia. È sempre così. Anche l’impresa deve fare la sua parte, così come le associazioni imprenditoriali, che devono guidare la loro base verso modelli sostenibili e influenzare il mondo della politica in funzione della loro rappresentanza collettiva, per farci crescere non troppo di meno di quanto crescono gli altri. Quando nel mondo c’era crescita, da noi ce n’era sempre meno e quando nel mondo c’erano difficoltà da noi ce n’erano sempre di più.

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