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Profumo: banche profittevoli con governance sana, agli interessi generali pensi la politica

A margine dell’incontro tenuto ieri al Meeting di Rimini, dal titolo “Arrivare alla quarta settimana”, l’ad di Unicredit Group Alessandro Profumo ha affrontato in questa intervista a ilsussidiario.net alcuni nodi essenziali dell’attuale situazione finanziaria: il rischio del «credit crunch», la legittimazione sociale della banche, l’esigenza di una «governance sana»

profumo_sedutoR375_27ago08.jpg (Foto)

Scenario internazionale: la crisi finanziaria ha come fattore centrale la scarsità di capitale, che può «portare al rischio del credit crunch». Scenario nazionale: le banche devono avere una «governance sana, con una pluralità di soggetti che si interfacciano con regole chiare». Questo in sintesi il pensiero dell’amministratore delegato di Unicredit Group Alessandro Profumo, intervenuto ieri al Meeting di Rimini. Concetti chiari, utili per riprendere le fila di molti degli argomenti economici e finanziari discussi durante l’estate. 

Profumo, partiamo innanzitutto dalle recenti dichiarazioni di Bernanke e di Draghi sui timori di ulteriori sviluppi dell’attuale crisi. Dobbiamo aspettarci altri clamorosi fallimenti di istituti di credito? 

Io non credo che il presidente della Fed e il governatore di Bankitalia abbiano voluto riferirsi ad ulteriori possibili fallimenti. Può in effetti essere ipotizzabile che qualcosa accada negli Stati Uniti, dove, come abbiamo visto, sono fallite essenzialmente banche medio-piccole, e ci sono stati problemi rilevanti per alcune investment bank, entità che sono chiamate banche ma che non sono regolate dalla Fed. Non vedo invece problemi particolari per grandi banche commerciali.

Qual è allora secondo lei l’entità di questa crisi?  

È una crisi abbastanza particolare: è partita dai mercati finanziari, e aveva già dei prodromi di rallentamento nell’economia reale; oggi sta rallentando l’economia reale, e questo avrà dei riflessi sul mercato finanziario. Tutto questo può provocare la riduzione di valore di altri portafogli creditizi. Poco importa poi se questi siano stati cartolarizzati o siano nei portafogli delle banche: se la gente incomincia a pagare mutui non sub-prime meno di quanto non li pagasse prima, questo è un elemento comunque positivo. Il problema è quando i risultati delle aziende di credito si deteriorano.

Un deterioramento che arriva però dopo anni di guadagni forse eccessivi… 

Il vero tema però è se poi c’è capitale sufficiente per continuare a finanziare la crescita. Si sono fatte tante analisi, e certamente sono stati riscontrati fenomeni patologici; però il fatto che i rischi creditizi venissero condivisi tra diversi soggetti – il fenomeno delle famose cartolarizzazioni – è una cosa potenzialmente sana, perché ha consentito di finanziare una grande crescita mondiale che altrimenti non avrebbe trovato finanziamenti sufficienti. Attenzione al rischio di buttare via il bambino con l’acqua sporca. 

In definitiva, quali sono i veri timori che preoccupano le autorità finanziarie? 

Oggi il vero timore è questo: innanzitutto le perdite che ci sono state hanno richiesto aumenti di capitale in una serie di banche, e, come tutti sanno, il capitale non è infinito, e diventa sempre più costoso; in secondo luogo, le potenziali ulteriori perdite legate al deterioramento dell’economia reale possono ridurre il capitale del sistema in misura tale da generare il credit crunch. A quel punto, se accadesse, non ci sarebbero più quattrini per finanziare la crescita. Il timore delle autorità, di cui parlavamo all’inizio, è legato a questi elementi. 

Un altro argomento di cui si è parlato molto quest’estate riguarda l’autonomia delle banche e il rapporto tra manager e azionisti. Le banche, secondo lei, hanno il solo scopo di creare profitto per i loro azionisti, o hanno anche altre finalità? 

Io ho sempre detto che le banche non hanno l’obiettivo di creare profitto, bensì valore per gli azionisti. C’è una differenza fondamentale, e su questo credo che si debba essere estremamente chiari: il valore per gli azionisti significa un profitto che è sostenibile nel tempo. E questo obiettivo secondo me lo devono avere tutte le aziende. Certo, per avere un profitto sostenibile nel tempo bisogna avere legittimazione sociale, avere cioè un rapporto positivo con i principali portatori di interessi, che sono i clienti, i dipendenti, le comunità locali, e nel caso di un’azienda i fornitori. 

Dal punto di vista delle banche, come si costruisce questa legittimazione sociale?  

Attraverso un difficile equilibrio, perché capire quante risorse vanno sottratte agli azionisti per gestire la legittimazione sociale è una cosa complessa. Per attuare questo è secondo me necessaria una governance sana, cioè una pluralità di soggetti che si interfacciano con regole chiare tra loro per discutere di queste problematiche. Non credo che le banche debbano occuparsi istituzionalmente degli interessi generali, di cui si deve occupare la politica. Ritengo che una banca, come una qualsiasi azienda, se ben gestita faccia automaticamente gli interessi generali: porta la crescita, seleziona risorse eccellenti, applica criteri rigorosi per finanziare le imprese evitando di finanziare laddove creerebbe solo disastri, gestisce bene i risparmi delle famiglie etc. Dopodichè ho sempre detto anche che noi facciamo un lavoro che ha un alto impatto sociale, perché gestiamo il futuro dei nostri clienti, e in quanto aziende con un grande impatto sociale dobbiamo avere una regolazione e dei regolatori forti. Non tutte le industrie hanno la regolazione che abbiamo noi. 

Possiamo però dire che un po’ di legittimazione da parte delle banche si sia persa anche a causa del difficile rapporto con i piccoli clienti e le famiglie. A che punto siamo secondo lei sotto questo profilo? 

Io credo che si possano riconoscere alcuni elementi sicuramente positivi, in relazione soprattutto al fatto che le famiglie ora sono più informate, e che c’è un rapporto banca-clienti sempre più adulto. Certo, se si sono verificate determinate tensioni, certi errori li abbiamo fatti, e dobbiamo avere la capacità di dire dove abbiamo sbagliato e cosa possiamo fare per rimediare quanto fatto prima. Credo che sia fondamentale valutare, nelle diverse aree di rapporto banche-clienti, dove si possono trovare delle soluzioni per “raffreddare” la tensione. 

Secondo lei l’accordo tra banche e governo sui mutui è stato un passo significativo in questa direzione? 

Credo che l’accordo banche-governo sia stato positivo: non si è intervenuti in meccanismi di formazione dei prezzi, ma si è trovato un modo per risolvere i problemi nella capacità di rimborso delle famiglie, laddove le rate dei mutui sono diventate insostenibili, portando di fatto in coda al mutuo originario un ulteriore pagamento. 

Rimane il fatto che i piccoli clienti si sentono spesso “ingannati” dalle banche, e si trovano a pagare servizi e commissioni di cui non capiscono il significato. 

Il tema chiave è quello della assoluta trasparenza: dobbiamo uscire dalla visione della fornitura gratuita di servizi, visione in qualche caso un po’ semplificatoria. Qualche anno fa ci siamo riorganizzati per segmenti di clientela, e abbiamo creato sistemi di incentivazione legati ai gradi di soddisfazione della clientela, così da avere il cliente stesso al centro di tutte le nostre strategie. Noi quest’anno facciamo 400mila interviste ai clienti per avere un indice di soddisfazione della clientela a ogni singolo sportello. Chi ha esperienza in questo campo sa che le indagini di mercato si fanno sulla base di 2mila interviste; se ne facciamo 400mila, un motivo ci sarà.

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