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ECONOMIA/ Un fondo sovrano europeo per lo sviluppo del Continente

Pubblicazione:mercoledì 10 settembre 2008

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Nella prima settimana di settembre si è tenuta un'agitata e curiosa assemblea: quella della Vedanta Resources, società inglese controllata dal gruppo Tata (ovvero dal consigliere Fiat Rajan Tata) quotata alla City, ma attiva nelle miniere del subcontinente indiano. Nel mirino degli azionisti attivisti, tra cui Greenpeace, c'è l'apertura di una miniera, la Dongria Kondh, nel cuore di una montagna consacrata al dio Vedanta nello Stato di Orissa, un’operazione mineraria ad alto rischio ambientale. Tra i critici più severi dell'operazione, vuoi per motivi ambientali vuoi per il rispetto dei diritti delle popolazioni, figurava il Fondo sovrano della Norvegia, uno dei più antichi. Già, una volta diventata una grande potenza petrolifera e del gas grazie ai giacimenti del Mare del Nord, Oslo ha elaborato per prima un’istituzione in cui incanalare le risorse così raccolte senza scaricarle nell’economia, provocando inflazione (cosa che, dall’arrivo dell’oro e dell’argento nella Spagna del ‘500, ha sempre accompagnato gli afflussi di ricchezza improvvisa). Al fondo, però, è stata affidata un’importante missione pubblica: garantire le pensioni dei norvegesi attraverso investimenti giudiziosi e sostenibili nel tempo in tutti i mercati e in tutti i rami di attività, purché eticamente leciti. Nella commissione che valuta l’operato dei gestori siede addirittura un filosofo, docente di Etica all’università, chiamato a valutare la legittima ambientale, sociale e morale delle aziende scelte per gli investimenti.

Sempre nella prima settimana di settembre, il fondo sovrano del Qatar ha deciso di investire massicce cifre ad Hollywood e in una squadra di calcio, il Manchester City. C’è una logica, dietro l’apparente frivolezza. Tutte le economie del Golfo, memori della lunga fase di depressione dei prezzi del greggio tra la metà degli anni Ottanta e la fine del Millennio, puntano a trasformare la propria economia da estrattiva ad industriale (creazione di raffinerie, industrie chimiche, eccetera) e a metter le basi per un solido settore terziario, nelle attività finanziarie ma anche nel turismo, e i fondi sovrani mirano a gettar le basi di alleanze stabili nell’economia dello sport e dell’immagine, dai parchi tematici (il Bahrein controlla la catena di madame Tussaud) ai grandi musei (vedi l’accordo con il Louvre). La cronaca di una settimana qualsiasi di settembre ci sottopone iniziative dei fondi sovrani di Singapore, soci di Benetton in Sintonia (e, di riflesso, pure in Alitalia), ma soprattutto lanciati verso posizioni strategiche in Ubs, Merrill Lynch o Citigroup. Intanto la Germania ha deciso di dire no a China Development Bank, il gigantesco fondo pubblico di Pechino, che pure ha fatto la miglior offerta per Dredsner Bank.

Queste pillole aiutano a spiegare la natura e la funzione dei Sovereign Wealth (o Swr) promossi dagli Stati che vantano forti surplus commerciali legati all’attività mineraria o all’efficienza dell’import/export. Oppure, ed è il caso del Brasile, che decidono di affidare ad una struttura autonoma protetta dalle contingenze della politica (anche a Brasilia si fanno le finanziarie…) per mettere metaforicamente in cassa le risorse da valorizzare in futuro, come gli immensi giacimenti scoperti nelle acque territoriali di fronte a Rio. Ma servono anche a capire la differenza con l’iniziativa che, da Cernobbio, ha lanciato il ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti: affidare ad un fondo sovrano europeo risorse finanziarie ed autonomia di raccolta per promuovere quelle infrastrutture di cui il Vecchio Continente ha assoluto bisogno per competere contro avversari che possono contare su risorse a basso costo (la Russia), costo del lavoro molto più contenuto (Asia), leadership tecnologica e militare (Usa), oppure in pieno decollo in attività un tempo riservate all’Europa (vedi Brasile, Turchia o altri concorrenti aggressivi nella meccanica, l’aeronautica e così via). A differenza di quanto avviene nei Swr tradizionali, l’investimento sarà così concentrato sul mercato interno con l’obiettivo di stimolare l’economia (la preoccupazione è la crescita, non l’inflazione) e i capitali non saranno il frutto di un surplus (una sorta di super-tesoretto), ma il sacrificio di Stati per lo più indebitati, Italia in testa, e alla ricerca di opportunità per dribblare i vincoli imposti dal trattato di Maastricht. Più che di fondo sovrano, insomma, si può parlare in termini finanziari di un nuovo veicolo in cui far confluire soldi pubblici e privati per finanziare (a leva) infrastrutture destinate a ripagarsi nel tempo e a creare ricchezza sociale per tutti, all’insegna di una solidarietà politica internazionale.

Si tratta di una proposta praticabile? Non è la prima volta che Tremonti solleva l’idea di un grande piano comune di crescita finanziato dai Paesi Membri. Finora l’accoglienza è stata tiepida: sì dal punto di vista dei principi; no, quando si è trattato di individuare nuove risorse da sottrarre ai budget nazionali o all’escamotage della vendita delle riserve d’oro. E poi, dicono i critici, il rischio è di creare una nuova burocrazia sopranazionale. Proprio quello che Tremonti vuol combattere. Il rischio c’è, ma val la pena di correrlo per restituire ai cittadini una prova concreta dei vantaggi dell’Europa, un sentimento messo a dura prova dalle fatiche dell’euro o dai disagi dell’emigrazione dall’Est. Non è una semplice sfida materiale, ma una lezione dell’importanza di una struttura comune che, di fronte a minacce internazionali sempre più tangibili, ha bisogno di affermare la propria identità forte, politica e culturale, prima che militare.

Altra obiezione: un fondo di quelle dimensioni segna una nuova avanzata dell’economia di Stato. Dall’Alitalia ai salvataggi delle banche americane ed inglesi, il mondo è traversato da un’ondata di “più Stato” che affascina lo stesso Tremonti. La risposta è che non c’è nulla di male nell’intervento temporaneo dello Stato, quando necessario, purché s’accompagni al rispetto delle regole. Alla guida dei fondi sovrani più solidi ci sono ormai board in cui la presenza dei funzionari di Stato si combina con i migliori advisor internazionali e, come abbiamo visto, c’è spazio pure per i filosofi, espressione consapevole di una governance che deve avere al centro il principio di sostenibilità, nella convinzione che, a tempi lunghi, gli investimenti eticamente corretti sono i più protetti da disavventure politiche o giudiziarie. Ben venga il fondo sovrano, insomma, se saprà garantire l’indirizzo della presenza mista nell’economia secondo i principi dello Stato sociale. Guai se servirà a metter una pezza all’incuria dei governi o dei privati, magari modificando le regole volta per volta, come è accaduto per Alitalia piuttosto che per Fannie Mae o Freddie Mac. La democrazia ha bisogno di regole. L’arbitrio dei principi si nutre di eccezioni.



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