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CRISI/ Congiuntura italiana, non sono solo ombre

Nell’attuale congiuntura economica internazionale ridurre la spesa, come ci sta chiedendo la BCE, non sembra politicamente praticabile. Più importante e fattibile, invece, migliorare la qualità della spesa. Leggi il commento di GIANLUCA FEMMINIS, docente di Economia politica alla Cattolica di Milano

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I titoli delle pagine economiche dei principali quotidiani, in questi giorni, sono piuttosto drammatici. In particolare, ci segnalano che l'Europa è sull'orlo di una recessione, che anzi forse è già cominciata. Per quanto riguarda l'Italia, i dati non sono incoraggianti: il prodotto interno è sceso, di tre decimi di punto percentuale, nel secondo trimestre del 2008, rispetto al primo trimestre; anche rispetto al secondo trimestre del 2007 il dato è negativo (-0.1%). Come già nel 2001, l'insediamento dell'esecutivo non è fortunato, dal punto di vista congiunturale.

Per capire meglio i dati italiani – e per guardarli nella giusta prospettiva – è opportuno metterli in relazione con quello che sta accadendo nei principali sistemi economici.

Dagli Stati Uniti giungono segnali contrastanti. È ancora fresca la notizia che la disoccupazione è risalita al 6.1%, mentre è freschissima la crisi di Lehman Brothers, che ha gelato le principali borse a poco più di ventiquattro ore dalla notizia del discusso, ma probabilmente inevitabile, salvataggio di Freddie Mac e Fannie Mae. Tuttavia l'11 Settembre, per la prima volta da quasi un anno, erano necessari meno di 140 centesimi di dollaro per acquistare un euro (138.94), inoltre le esportazioni americane crescono, il deficit di parte corrente si riduce, le previsioni di crescita per il 2008 (1.8% circa) sono superiori a quelle relative a Eurolandia. Le esportazioni americane crescono anche per effetto ritardato del deprezzamento del dollaro, il quale recupera sulle principali valute grazie all'indebolimento del prezzo del petrolio. L'economia degli Stati Uniti è particolarmente energivora, ed è quindi danneggiata da alti prezzi del greggio più di quanto non lo siano quelle europee. Un petrolio meno caro migliora automaticamente il saldo commerciale americano con l'estero, proprio perché riduce la bolletta energetica, ed induce inoltre gli analisti ad essere ottimisti, il che contribuisce all'apprezzamento del dollaro. Il dato sulla produttività è pure buono (+4.3% su base annua nel secondo trimestre), e la crisi dei mutui dovrebbe "iniziare a finire".

Storicamente le insolvenze immobiliari sono decisamente concentrate nei primi due anni a partire dall'inizio della crisi, e tredici mesi sono ormai passati. Su questo fronte quindi le luci superano le ombre: nei prossimi mesi qualche aiuto dovrebbe venirci dalla domanda americana, e dal rafforzamento del dollaro.

Lo stesso apprezzamento del biglietto verde riduce gli effetti della riduzione dei prezzi del greggio, e di altre materie prime, anche alimentari. Tuttavia l'arretramento nei prezzi è forte, per cui l'effetto netto è positivo. A mio avviso però su questo aspetto è bene non illudersi: la riduzione nei prezzi è dovuta più alla riduzione nella domanda che ad una espansione dell'offerta (che pure esiste): al termine del rallentamento dell'economia mondiale ci verranno riproposti i problemi che stavamo affrontando tre/sei mesi fa.

Nel Regno Unito l'economia ha smesso di crescere, in buona parte a causa dello sgonfiarsi della bolla immobiliare: in luglio i prezzi delle abitazioni sono scesi di circa l'11% rispetto all'anno precedente, mentre l'inflazione non è bassa (4.5% circa). Anche Spagna e Francia stanno rallentando, di nuovo a causa della crisi immobiliare e della difficoltà ad ottenere credito per via della sfiducia che la crisi ha generato e sta generando. In Spagna, in particolare, il contributo delle costruzioni edilizie al Pil dovrebbe contrarsi significativamente, anche perché lo scorso anno era incredibilmente elevato (9%). Il Giappone è pure in difficoltà: nell'ultimo trimestre i consumi privati sono scesi di mezzo punto percentuale, e gli investimenti in edilizia residenziale sono diminuiti del 3.4%. Giappone ed Europa non faranno da traino alla domanda mondiale.

Un elemento positivo è costituito dalle esportazioni: al netto di petrolio e gas naturale, le esportazioni avrebbero sopravanzato le importazioni di 22.668; nello stesso periodo del 2007 il dato era 17.193 miliardi. Il dato è confortante, perché conferma la buona performance del sistema manifatturiero italiano, che si sta spostando su beni di più alta qualità e su settori tecnologicamente più pregiati. In questo contesto, il calo del prezzo del greggio ci aiuta significativamente a ritrovare un equilibrio nei conti con l'estero.

In sostanza, la situazione – pur con un prevalere di ombre – presenta anche qualche luce: la recessione potrebbe durare relativamente a lungo, ma non dovrebbe essere particolarmente violenta, se – come sembra – gli Stati Uniti evitano il financial meltdown.

Che fare, in questo contesto? Ridurre la spesa, come ci sta chiedendo la BCE, non sembra politicamente praticabile: i consumi pubblici hanno sostenuto la domanda interna, essendo cresciuti dell' 1.3% rispetto al secondo trimestre 2007, contribuendo a limitare allo 0.1 la riduzione del Pil. Sembra più fattibile, e forse più importante, spendere meglio, riducendo gli sprechi per investire di più in infrastrutture o per sviluppare un welfare to work che renda più flessibile il mercato del lavoro senza gravare sulle fasce deboli. Non è un caso, infatti, se gli Stati Uniti, nonostante gli strascichi della crisi subprime, stanno meglio dell'Europa: la loro capacita di reazione in termini sia di produttività sia di flessibilità è decisamente superiore. Migliorare la qualità della spesa è il modo per trasformare un inizio congiunturalmente sfortunato in una opportunità di crescita.

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