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IMPRESE/ Doing Business, quando la classifica non dice tutto

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Il ranking di Doing Business, un progetto della World Bank e dell’International Finance Corporation, retrocede l’Italia dal 59° al 65° posto nella classifica sulla facilità nel promuovere l’iniziativa di una nuova impresa. Il ranking, pur condotto da un’autorevole istituzione, ha diversi aspetti problematici dal punto di vista delle metodologie e della raccolta dei dati, che si basa su corrispettivi locali non sempre abituati al rigore delle attività di ricerca, tuttavia rappresenta un elemento sintetico di comparazione tra Paesi e, per la sua periodicità, all’interno di un singolo Paese nel tempo. Se la “retrocessione” in sé non può, dal punto di vista rigorosamente statistico, essere interpretata come un dato significativo, desta preoccupazione il fatto che indipendentemente dai limiti testé rilevati l’Italia si collochi stabilmente lontana dagli altri paesi Ocse su quasi tutti gli indicatori. Il sito web rende disponibili tutte le informazioni ed anche un file in Excel che consente di simulare l’andamento della classifica al variare delle singole dimensioni. Proprio utilizzando questo file è possibile scoprire alcuni aspetti interessanti che riguardano gli assunti alla base del ranking, ma in qualche modo anche le debolezze del sistema Italia nel sostenere lo sviluppo delle imprese.

Ad esempio, si scopre come a fronte di una retorica sullo svantaggio competitivo legato alla rigidità del mercato del lavoro che ha caratterizzato il dibattito degli ultimi dieci anni, nel complesso questo aspetto non assuma una rilevanza particolare, tanto che un miglioramento della flessibilità rappresenta un minimo contributo al ranking complessivo (è d’altra parte evidente a tutti come il costo del lavoro e la sua rigidità siano condizioni vincolo iniziali per un imprenditore, ma, considerate le condizioni di vita nel nostro Paese, non possano più rappresentare un vantaggio competitivo a fronte del costo del lavoro delle economie emergenti). Le aree che invece emergono come determinanti sono tutte quelle che hanno a che fare non con il mercato, ma con il rapporto con la Pubblica amministrazione e i servizi pubblici in generale, quali ad esempio il sistema fiscale e quello giudiziario.

Gli elementi che più pesano sono i ritardi, la numerosità e i tempi di gestione delle procedure che chiamano in causa la Pubblica amministrazione, l’entità complessiva del prelievo fiscale, l’assenza di una legislazione moderna sul credito e sulla gestione dei fallimenti, tutti elementi che porterebbero, se migliorati, a collocarci nei primi venti paesi. È evidente che il peso dei diversi fattori è in parte arbitrario; tuttavia riporta ancora alla luce il tema di una riforma radicale del sistema dei servizi pubblici. Se la crociata sulla produttività della Pa del ministro Brunetta è condivisibile ed ha portato alcuni primi risultati, è evidente come per produrre una discontinuità effettiva debba essere affrontato non solo (e non tanto) il problema di far lavorare di più le persone, ma di cambiare il modello organizzativo che ispira tutto il settore.

L’attuale modello è costruito sul dominio della procedura e della certificazione cartacea degli atti, sull’articolazione gerarchica delle funzioni e sulla sostanziale subordinazione del cittadino al potere pubblico le cui esigenze di rendicontazione sono sovrane. I tentativi di scardinare questo modello a livello governativo sono stati principalmente ispirati a due filosofie, sebbene non esclusive. Il centro-sinistra ha operato attraverso un’azione di semplificazione soprattutto nell’ambito dei provvedimenti promossi dall’allora Ministro Bassanini, mentre il centro-destra ha utilizzato più un modello di incentivazione all’introduzione di nuove tecnologie (il cosiddetto e-government) soprattutto sotto la regia del Ministro Stanca.

In entrambi i casi, tuttavia, non si è considerato come sia necessario operare sui comportamenti a livello di singoli e specifici processi, ribaltando la logica dalla semplice ottimizzazione dell’esistente (quello che in ambito di management viene definito re-engineering o re-ingegnerizzazione dei processi) alla promozione di un vero e proprio ridisegno dei processi (il cosiddetto rethinking) che spinge a rivedere gli obiettivi, i valori ispiratori e i modelli impliciti dell’azione della Pubblica amministrazione. Qualcosa di più è accaduto solo a livello di amministrazioni decentrate anche sotto la spinta di condizioni di contesto molto specifiche (si pensi alla sussidiarietà nel modello lombardo o alla gestione dei servizi pubblici in alcune Regioni come l’Emilia Romagna o il Trentino-Alto Adige).

In un clima di fatto di recessione, il miglioramento delle condizioni di contesto per lo sviluppo di nuove imprese può contribuire ad evitare che l’azione di Governo si limiti a provvedimenti simbolici di grande effetto mediatico, ma di scarsa sostanza, o a politiche draconiane che rischiano, come nel caso dell’università, di gettare il bambino con l’acqua sporca. In un’evidente tensione tra modelli di rapporto tra Stato e cittadino di ispirazione diversa all’interno dell’attuale maggioranza, scegliere una strada di riforme a partire dalla semplificazione di alcuni ben identificati processi (un po’ come proposto nella precedente legislatura dall’allora onorevole Capezzone) con un forte impatto sullo sviluppo delle attività produttive può rappresentare un atto concreto, sebbene meno eclatante dal punto di vista mediatico.



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