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RIPRESA/ Credito, fisco e lavoro: le tre strade da seguire per uscire dalla crisi

Posto che è opportuno che il nostro Governo - di concerto con gli altri - si muova con decisione maggiore rispetto a quella fino ad ora mostrata, è necessario decidere in quali campi intervenire

ScacchiR375_2ott08.jpg (Foto)

Le prime notizie del nuovo anno a riguardo della situazione economica non sembrano troppo negative: in dicembre, le immatricolazioni di automobili sono scese “solo” del 13% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il fabbisogno statale segnala aumenti tutto sommato contenuti (è inferiore al dato del 2005), non si è verificato il temuto crollo dei consumi natalizi.

 

Tuttavia l’Istituto di Studi di Analisi Economica segnala che, a Dicembre, la fiducia delle imprese manifatturiere è scesa ulteriormente. Si tratta di un dato di rilievo, ed è purtroppo interessante notare che la fiducia si riduce soprattutto nelle regioni più industrializzate, e caratterizzate da un più alto tasso di esportazioni. Inoltre, sempre nel rapporto ISAE, si nota che scende il rapporto tra i prezzi praticati dalle nostre imprese all’estero e i prezzi interni. Infine, tra i mercati di sbocco, si riduce il peso della Germania e degli Stati Uniti, mentre aumenta quello degli altri paesi Europei.

La difficoltà nelle esportazioni è sicuramente uno dei dati più rilevanti, anche se certo non sorprendente: un Paese come il nostro, ben posizionato nella produzione di beni strumentali, e in quella di generi di consumo di lusso o comunque di qualità medio-alta, è destinato a soffrire significativamente una recessione globale. Una riduzione nell’attività economica internazionale non può che scaricarsi in misura proporzionalmente maggiore su questi settori.

Il quadro internazionale è abbastanza fosco. Le difficoltà della Gran Bretagna sono testimoniate dalla discesa del valore della sterlina contro l’euro, in Germania il clima è pesante per il settore manifatturiero (l’indice di fiducia delle imprese è al livello più basso da dodici anni), gli Stati Uniti sono in decisa difficoltà: la crisi delle istituzioni finanziarie ha amplificato il rallentamento dell’attività economica iniziato nel primo trimestre del 2008.

La crisi bancaria è connessa a quella del settore immobiliare, testimoniata da una riduzione dell’indice S&P Case-Shiller dei prezzi delle abitazioni del 24% dal Maggio 2006 al Dicembre 2008. Poiché negli USA esiste un mercato future basato su questo indice, è facile farsi un idea delle aspettative di mercato sui prezzi futuri delle abitazioni. In sostanza si ricava che la discesa continuerà per tutto il 2009 e fino a tutta la metà del 2010, le perdite per i prossimi diciotto mesi dovrebbero ammontare a un ulteriore 11%.

Difficilmente l’economia americana potrà riprendersi pienamente prima della soluzione dei suoi problemi nel settore immobiliare (e di conseguenza in quello bancario). Ricordiamo infine le difficoltà di molti Paesi emergenti, in primis della Cina, dove si sta assistendo ad una frenata della produzione industriale causata sia dal rallentamento delle esportazioni, sia dalla riduzione degli investimenti, che negli anni del boom costituivano una proporzione abnorme del Pil.

Siamo quindi di fronte a una recessione destinata a durare almeno per tutto il 2009.

L’appello all’ottimismo, che nel nostro Paese viene rivolto dai più alti livelli politici e istituzionali, non può risultare molto efficace. Investire, o mantenere i livelli di produzione, non significherebbe “essere ottimisti”, ma fondare le decisioni di impresa sull’ottimismo altrui, un ottimismo che non sembra esistere.

È necessaria una risposta di politica economica, e una risposta articolata. Le banche centrali sono già intervenute, Bernanke ha ormai utilizzato tutte le munizioni a sua disposizione, le BCE si appresta a ridurre ancora i tassi a metà gennaio. L’ulteriore impulso necessario a ridurre gli effetti della recessione deve quindi essere necessariamente fiscale.

Non a caso recentemente il Fondo Monetario Internazionale ha invitato i Governi dei Paesi più sviluppati a procedere in questa direzione. Due sono le misure richieste. Da un lato, si invocano provvedimenti che riparino il sistema finanziario. Dall’altro, misure, coordinate a livello internazionale, che sostengano la domanda e ripristinino la fiducia.

La ricetta sembra corretta. La lezione da trarre dall’esperienza giapponese degli anni ’90 riguarda proprio la necessità di risanare il sistema del credito come pre-condizione per una ripresa duratura. Inoltre, data la natura “globale” della crisi, è opportuno che le politiche di stimolo della domanda aggregata siano concordate a livello internazionale. Presi individualmente, i Governi hanno scarsi incentivi ad intervenire. Infatti, l’intervento di un singolo governo è benefico per la domanda aggregata del suo Paese, ma, oltre ai costi dell’aumentato deficit pubblico, causa difficoltà per i conti con l’estero, in quanto l’aumento della domanda si rivolge anche a beni importati. L’intervento coordinato supera questa difficoltà, in quanto l’espansione degli altri sistemi economici aumenta le esportazioni.

Posto che è opportuno che il nostro Governo - di concerto con gli altri - si muova con decisione maggiore rispetto a quella fino ad ora mostrata, è necessario decidere in quali campi intervenire.

Sembra importante non solo investire in infrastrutture, ma anche sviluppare un welfare to work, prevedendo una tutela più vasta per la disoccupazione.

Nei prossimi mesi dobbiamo aspettarci un incremento del numero dei disoccupati, in larga parte connesso al mancato rinnovo di contratti a tempo determinato da parte di piccole imprese. Si noti che, nel contempo, possiamo attenderci una riduzione degli oneri del debito, grazie alla diminuzione nei tassi di interesse, i quali, come già accennato, dovrebbero ulteriormente ridursi già a partire dalla prossima riunione del Consiglio della Bce.

Tutelare i disoccupati significherebbe contrapporre spese temporanee a minori esborsi, per interessi, pure temporanei, il che - dal punto di vista del bilancio pubblico - non è certo un male. Soprattutto, oltre che a contenere un problema sociale non piccolo, misure di questo tipo servirebbero a sostenere la domanda aggregata, e a favorire - dal punto di vista politico e di contrattazione con i sindacati - l’introduzione di misure di flessibilità del mercato del lavoro (nel suo complesso e non al suo margine) che ci aiuterebbero a sfruttare al meglio la ripresa che verrà.

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