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LAVORO/ La ripresa e la contrattazione: sono davvero due priorità inconciliabili?

In un contesto economico in forte mutamento l'impegno a rilanciare l'economia non può essere svincolato da una maggiore tutela dei lavoratori

epifani_R375.jpg (Foto)

La riforma della contrattazione collettiva era attesa da anni. Fin dal 1998 la Commissione Giugni indicava la necessità di riordinare il sistema concordato con il patto sociale del 1993. Le linee di riforma sono state poi discusse a più riprese, sotto il governo Prodi e sempre più intensamente negli ultimi anni, coinvolgendo tutte le parti sociali. Le mediazioni si sono succedute per tener conto delle diverse esigenze, comprese quelle della Cgil, il cui consenso è stato ricercato fino all’ultimo dalla stessa Confindustria. Non si può dire dunque che si tratti di un accordo improvvisato, anche se è vero che in questo momento le urgenze immediate sono altre, come sostiene Epifani (ma non solo lui). L’urgenza maggiore è ridare fiducia al sistema per rilanciare la crescita e tutelare i lavoratori varando una riforma degli ammortizzatori sociali che protegga tutti, a cominciare dai più deboli. Anche questa è purtroppo una riforma che si aspetta da anni. Ma una cosa non esclude l’altra. La riforma della contrattazione, come del resto ogni vera riforma, serve non solo per superare crisi specifiche ma per evitare che si ripetano in futuro. 

Il metodo di concertazione è stato seguito fino in fondo, anche se la mancata firma della Cgil ne indebolisce il risultato. Nel merito molte soluzioni erano mature da tempo e largamente condivise: conferma dei due livelli contrattuali fra loro complementari, riduzione del numero dei contratti nazionali e loro vigenza contrattuale (entrambi elementi che semplificano il sistema), decorrenza dei rinnovi dalla scadenza del precedente contratto (che permette una più regolare dinamica contrattuale e contribuisce alla migliore tutela del potere d’acquisto dei lavoratori).

Un altro punto condiviso, almeno in principio, riguarda la valorizzazione delle contrattazione decentrata o di secondo livello. Questa è una novità decisiva per il futuro perché il decentramento è necessario a rendere più dinamico il sistema, a stimolare la produttività aziendale e a far partecipare il lavoratori ai risultati. E oggi stimolare la produttività e la crescita è una priorità evidente, a differenza dal 1993, quando l’accordo sociale servì soprattutto a stabilizzare l’inflazione.

Naturalmente serve anche sostenere il reddito dei lavoratori. A questo fine ognuno deve fare la sua parte. Il governo deve sostenere col fisco i salari, come chiedono tutte le parti sociali (unitariamente) e l’opposizione. D’altra parte i contratti nazionali devono essere rinnovati puntualmente, non con i ritardi degli ultimi tempi.

Questo della tutela del reddito è un punto critico sollevato dalla Cgil; ma mi sembra che l’accordo appena siglato offra garanzia adeguate. Il nuovo indice costruito sulla base del cd. IPCA (indice dei prezzi al consumo armonizzato su base europea) è meglio dell’inflazione programmata utilizzata finora; e secondo tutte le simulazioni, anche retrospettive, è in linea con la inflazione effettiva. Ciò vale anche se l’indice si depura dei prezzi energetici importati. La depurazione, prevista in termini simili anche nell’accordo del 1993, serve a stabilizzare l’andamento dei redditi, evitando la dipendenza dalle possibili forti oscillazioni dei prezzi energetici (peraltro oggi la questione non è attuale dato il crollo di tali prezzi).

Un altro punto critico riguarda la base retributiva cui applicare l’indice. La sua definizione è stata rinviata ai singoli accordi di settore, anche per tener conto delle preoccupazioni della Cgil (e del resto così è nella prassi attuale). Inoltre per valutare l’effetto complessivo dell’accordo occorre tener conto della contrattazione di secondo livello, che le parti chiedono al governo di incentivare con la detassazione e con la decontribuzione dei salari negoziati a questo livello. Spetta al governo di farlo veramente. Per i lavoratori non coperti dalla contrattazione aziendale, specie nelle piccole imprese, un’altra novità dell’accordo prevede che si definisca, sempre in sede di accordi di settore, un elemento salariale compensativo. Questo è un ulteriore fattore di garanzia a tutela del reddito dei lavoratori.

L’accordo contiene dunque importanti aspetti innovativi. C’è da augurarsi che il confronto con la Cgil resti aperto, come permette la struttura a maglie larghe dell’intesa. E che le parti lavorino insieme sulle altre questioni urgenti: per affrontare i prossimi rinnovi contrattuali, che devono concretare anche le linee guida dell’accordo, e anzitutto per ottenere la riforma degli ammortizzatori sociali. Questo sarà un test decisivo per verificare la volontà del governo di dare risposta all’emergenza di tante famiglie e di tante imprese e anche di favorire l’unità del paese.

 

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