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BANCHE/ L’ultimo attacco di Tremonti-Colbert a Unicredit e Intesa

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Certo un po’ di risentimento nei confronti di Alessandro Profumo e di Corrado Passera c’è, ed è comprensibile. Di fronte alla crisi dei mercati, il ministro, come tanti suoi colleghi in giro per il mondo, ha predisposto misure di soccorso per le banche a rischio di default, e non c’è da sorprendersi che ci sia rimasto male vedendo che a utilizzarle sono stati solo pochi istituto minori.

 

Però non è solo questo. Le privatizzazioni comportano - è un’ovvietà - che ci sia un gran numero di privati ansiosi di comperare a prezzi di mercato quanto lo Stato mette in vendita e soprattutto capaci di gestire tutto questo. Da questo punto di vista, la cronaca economica è scoraggiante. A confermarlo basterebbe un dettaglio: Tremonti lunedì scorso ha parlato, come si è detto, al Consiglio dell’Assolombarda, la prima associazione imprenditoriale-territoriale italiana.

 

E chi è il presidente di questa associazione di industriali? Alberto Meomartini, un manager pubblico, avendo fatto tutta la sua carriera nell’Eni, azienda ancora oggi controllata dal Tesoro. Meomartini è degnissimo di ricoprire la poltrona di numero uno dell’Assolombarda. Ma questo non toglie che i privati non siano riusciti a trovare al loro interno qualcuno in grado di rappresentarli.

 

Ed è anche innegabile che i privati, quando sono subentrati allo Stato nella proprietà e nella gestione di imprese, abbiano dato spesso prove sconfortanti. Il caso di Telecom Italia, ormai svuotata e destinata prima o poi a passare sotto controllo estero, non ha bisogno di molti commenti. È stata una grande occasione mancata.

 

Però nel settore bancario le cose sono andate in maniera diversa. Per anni si è detto che il settore bancario italiano era fatto di nani e che anche noi avremmo dovuto avere dei gruppi di dimensioni adeguate alla concorrenza internazionale. Questi gruppi, oggettivamente, sono nati dopo le privatizzazioni e hanno saputo reggere alla crisi come molti altri all’estero. E ora non ricorrono agli aiuti dello Stato, ai Tremonti bond, semplicemente perché costano cari, e sul mercato si trovano risorse a prezzi più convenienti. E francamente è difficile rimpiangere i tempi in cui i banchieri preferivano (o dovevano) ignorare il mercato e ascoltare invece le segreterie dei partiti.

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COMMENTI
15/10/2009 - Concentrazioni Bancarie e Cultura "Comit" (Michele Tamburri)

Convengo sulla onerosità dei Tremonti Bonds, ma allora perché, in caso di emergenza, dovrebbero valere le garanzie statali su depositi/obbligazioni degli istituti che non vi ricorrono? Penso poi che anche sulle Concentrazioni Bancarie in Italia ci sia qualcosa da ridire. Da premettere, in generale, come la CRISI GLOBALE abbia dimostrato che le Grandi Dimensioni poggino su Basi di Argilla bisognose di Supporti Pubblici ("Too Bigs to fail") e del resto l'attività bancaria attinge essenzialmente alla Leva debitoria dei Depositi talche la "Patrimonializzazione" si rivela assai Fragile rispetto alla Degenerazione dei Rischi, in Congiunture Negative. Il Punto cruciale non é tanto la Dimensione bensì l' Efficienza e la Selezione del Rischio. Venendo alle Grandi Aggregazioni in Italia, ebbene esse sono state anche, se non per lo più, dettate da Strategie di Potere. Ad esempio INTESA (prima della Fusione S. Paolo) é nata da un Processo piuttosto "Insolito" che ha visto il più piccolo BAV incorporare Istituti ben più corposi, prima CARIPLO e poi COMIT (la maggiore delle ex Bin). Ne é seguita la Ristrutturazione Mc Kinsey con copiosi Tagli di Personale e adozione di Strutture Organizzative improntate a Finanza e spasmodica Vendita di Prodotti. Si sono persi per strada Cultura Creditizia e Rapporto col Territorio. Ebbene, penso che oggi più che mai si senta la mancanza di una Banca come la COMIT e di quella Cultura che sapeva elaborare ed esprimere attraverso i suoi UOMINI/MANAGERS.