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Economia e Finanza

FIAT/ Il giallo incentivi: oltre a coprire i bilanci, salveranno gli impianti in Italia?

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Condizionamenti di politica nazionale che si scontrano con i principi del mercato unico incessantemente invocati dalla Commissione europea: le scelte di produzione in un mercato concorrenziale quale quello europeo dovrebbero essere ispirate da criteri puramente economici.

 

Ma la crisi economica imperversa, gli appuntamenti elettorali sono sempre dietro l’angolo e la Commissione europea è sempre sorvegliata speciale dei governi dell’UE. Per questo motivo il ministro dell’Economia Tremonti ha espresso il desiderio che un’eventuale proroga degli incentivi alla rottamazione sia una scelta europea, ovvero una scelta esplicita e condivisa dei governi, con l’accordo con la Commissione, senza scontri istituzionali.

 

Rimane una questione aperta. Come per gli onerosi aiuti di Stato che Fiat ha ricevuto, ci si chiede se dietro questo sostegno al settore auto vi sia una chiara politica industriale (che privilegia il settore in questione rispetto ad altri tanto importanti per l’economia italiana quanto minacciati da fattori esogeni), una scelta obbligata (dal “o tutti o nessuno” di Marchionne a fine 2008, siamo finiti agli aiuti per “tutti”) oppure altro non meglio identificato che può includere questioni sociali come l’occupazione in aree delicate (vedi stabilimento di Termini Imerese) probabilmente gestibile con altri strumenti, tuttavia non afferenti a quelli propri della politica industriale necessaria per la competitività di un Paese.

 

Infine, ancora secondo Marchionne, un’azienda dovrebbe vendere almeno 5,5 milioni di auto per stare efficientemente su un mercato che nel medio termine vedrà soltanto sei grandi gruppi di livello mondiale. Ad oggi, alcuni marchi sono passati di mano (Chrysler, Hummer, Saturn e Saab) ma nessuna azienda ha chiuso veramente i battenti. Il processo di ristrutturazione non ha preso quindi nessun avvio e rimane un eccesso di capacità, in Europa pari a circa 7 milioni di veicoli, che i governi si troveranno prima o poi ad affrontare nuovamente, guarda caso, ancora con i soldi dei contribuenti.

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