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Economia e Finanza

BANCHE/ 1. La strategia di Unicredit e Intesa dietro il no ai Tremonti bond

Tremonti ce l’ha con le banche perché Unicredit e Intesa non hanno usato i bond. Ma le due maggiori banche italiane hanno intuito che c’era dell’altro e hanno voluto evitare, a tutti i costi, di finire “vassalle” dello stato. Ora possono dire “no” al governo quando vogliono

profumo_passeraR375.jpg(Foto)

Nella prima risposta data ai telegiornali televisivi, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha cercato di essere flemmatico, mettendo a freno quel suo carattere che talvolta lo ha portato a fare delle dichiarazioni un po’ brusche, fuori tono. «Il fatto che le banche abbiano deciso di non utilizzare i bonds non deve essere considerato uno sgarbo al governo. Certo che quei fondi, se li avessero presi, avrebbero potuto essere utilizzati per dare più credito alle imprese, soprattutto quelle medie e piccole che sentono più delle altre la crisi». Quindi una reazione tranquilla, misurata di fronte alla scelta delle due principali banche italiane, Unicredit e Intesa, di andare sul mercato, autonomamente, a cercare le risorse necessarie ad aumentare la propria capitalizzazione. Ma la notte, evidentemente, non ha portato consiglio (almeno non senso della prudenza) al ministro, perché la mattina dopo ha rincarato la dose: «Se le banche pensano di ritornare a fare soldi con la finanza - ha dichiarato - allora vuol dire che si preparano alla prossima crisi».

Il che è un po’ come dire: è probabile che in un futuro non molto lontano avrete di nuovo bisogno di me, del governo, della politica. E allora faremo i conti. Questi conti in realtà il ministro avrebbe voluto farli un anno fa quando, con l’esplosione della grande crisi che ha travolto prima i mercati e poi l’economia di tutto il mondo, le banche sono state sull’orlo del crollo e hanno chiesto aiuto ai governi. Quello italiano, come gli altri in Europa e in America, non è stato insensibile al grido di dolore e ha escogitato i Tremonti bonds. Un meccanismo certo non gratuito, che però ha esercitato un effetto psicologico molto positivo sui mercati e sui risparmiatori, perché conteneva un segnale implicito assai rassicurante: il governo, lo Stato, non lasceranno fallire il sistema bancario, sono pronti a fare la loro parte per sostenerli.

È stata un’operazione politica corretta, indispensabile. Ma sotto sotto conteneva anche un po’ di veleno. In quella fase, mentre lanciava il salvagente agli istituti di credito in difficoltà, Tremonti si è lasciato scappare qualche battuta sulla validità del management che aveva portato le banche in quella situazione di crisi; alcuni personaggi a lui vicini sono arrivati a sostenere, senza molti giri di parole, che il governo avrebbe in futuro dovuto dire la sua sulle nomine dei vertici bancari visto che, di fatto, stava per diventarne azionista. Queste esternazione, è ovvio, hanno spaventato i diretti interessati (i manager), ma anche i loro azionisti, a partire dalle fondazioni che sono i soci principali delle grandi banche e che sono sì sottoposti a vincoli politici, ma di tipo diverso.


COMMENTI
03/10/2009 - Srategia di Potere e di Autoreferenzialità (Michele Tamburri)

La STRATEGIA delle Grandi Banche è dettata essenzialmente dal POTERE e dall'AUTOREFERENZIALITA' dei PATTI di SINDACATO tra FONDAZIONI (connotate "politicamente" ed appunto - al di là dei loro meriti - espressioni dell'influenza politica negli Istituti). Diversa sarebbe forse la situazione se potessero essere adottati Strumenti di Organizzazione dei voti della miriade di piccoli azionisti. Detto questo, a mio avviso, NON é propriamente vero che le Banche siano IMPRESE COME TUTTE LE ALTRE e ciò riaffiora in tutta evidenza nei PERIODI di CRISI. In effetti, le BANCHE trattano una MATERIA particolarmente SENSIBILE: il RISPARMIO dei CITTADINI / DEPOSITANTI. ESSE sono tra le IMPRESE PIU' INDEBITATE dato che ricorrono essenzialmente alla LEVA rappresentata appunto dalla FONTE di DEBITO dei suddetti DEPOSITI. In un certo senso, si potrebbe affermare per assurdo come i veri azionisti siano i DEPOSITANTI. Inoltre, mentre per le PICCOLE / MEDIE IMPRESE si delega l'erogazione creditizia per lo più a parametri di rating ( avendo perso, del resto, buona parte della Sana Capacità di Selezione Creditizia lungo la strada delle ristrutturazini Mc Kinsey), per il LARGE CORPORATE si assiste alla lievitazione di PRATICHE/POSIZIONI DEBITORIE di dimensioni faraoniche (ZUNINO, TASSARA, ecc.), generate sulla base di criteri diversi e di tipo relazionale.Come sono stati finanziati questi "Crediti monstre", se non con i DEPOSITI? E se lo Stato escludesse la propria garanzia in caso di nuova Crisi ?

 
02/10/2009 - Però si sente il bisogno di banche diverse. (forno lodovico)

Avrei voluto, come commento al suo articolo, inserire una memoria di un mio cliente imprenditore (piccolo per dimensioni di azienda) che ha invano cercato aiuto dalle banche. Le quali, anzi, hanno proceduto a stringergli il cappio al collo diminuendogli i fidi. Ma è troppo occupato a tenere a bada i propri creditori-fornitori, le banche, a reggere botta tutti i giorni con i sindacati e con alcuni clienti che visto la sua situazione hanno pensato di levargli gli ordini. Mi basterebbe parlare di alcun esperienze personali da correntista con impiegati di agenzie di banche tra le più grandi in italia, e testimoniare dell'arroganza con la quale sono abituati a rapportarsi anche con la loro clientela. Ometto tutto e dico che c'è il bisogno in Italia di banche che siano espressione del mondo della media e piccola impresa, magari a capitale appartenente a queste sulla linea delle casse di risparmio dell'inizio del secolo '900. Queste banche, le attuali, a mio modo di vedere, aldilà della pur giusta ricostruzione dei fatti relativi a questa crisi, così non servono. Cordiali saluti Lodovico Forno