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SCENARIO/ Fortis: saranno le Pmi “piccole e brutte” a tirarci fuori dalla crisi

Pubblicazione:mercoledì 21 ottobre 2009

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Partiamo dai risultati. Il sistema italiano ha dimostrato finora di saper produrre quello che gli serve per competere sul mercato internazionale. Non va però dimenticato che l’Italia ha saputo produrre quel “quarto capitalismo” così studiato da Mediobanca: medie imprese strutturate e imprese medio-grandi, le cosiddette multinazionali flessibili, leader di nicchia nei loro comparti con posizioni di quasi monopolio nel mercato mondiale per l’eccellenza raggiunta nel loro segmento. L’auspicio è che un’Italia che voglia misurarsi con le difficoltà della crisi attuale - che, per inciso, sta ponendo severi problemi alla piccola e media impresa - possa contare su un sistema bancario più proattivo nel favorire aggregazioni e quindi una crescita del numero di medie imprese strutturate.

 

I distretti tengono?

 

Come tutta l’industria manifatturiera mondiale stanno soffrendo molto. Non credo però che sia corretto, come ha fatto l’Economist, fare l’epitaffio dei distretti italiani per il semplice fatto di essere andati a Matera e nelle Murge a costatare la crisi del mobile imbottito. Sappiamo tutti che a mettere in ginocchio il distretto è stata la concorrenza asiatica. Ma da lì a ricavare la conclusione che il sistema manifatturiero italiano sia obsoleto, ne passa. Anche noi potremmo dirlo dell’economia inglese dopo essere andati a visitare la Northern Rock.

 

Qualche dato?

 

Da giugno 2008 a giugno 2009 l’industria manifatturiera italiana dei beni non alimentari ha avuto un surplus di circa 56 miliardi di euro, mentre il corrispondente valore per la Gran Bretagna è stato di -61 miliardi. È un vezzo britannico quello di dare lezioni agli altri. Italia ed Europa continentale continuano ad avere nell’economia reale il loro punto di forza.

 

Confindustria snocciola dati positivi sulla produzione industriale, ieri escono dati Istat che sembrano la smentita dei primi. A chi dobbiamo credere?

 

Il balletto delle statistiche può dare esiti comici. Ma ci sono elementi che vanno chiariti. I dati di agosto dicono un incremento della produzione industriale del 7 per cento, e fatturato -3 per cento. Se dovessimo attribuire significatività contemporanea a questi indici dovremmo dedurre che ad agosto le imprese italiane hanno aumentato la produzione fisica, +7 per cento, ma venduto i loro beni a prezzi molto più bassi, come dimostra il -3 per cento in termini di fatturato. Lo hanno fatto per mantenere quote di mercato? È una forbice che lascia perplessi.

 

Il calo degli ordinativi pubblicato dall’Istat la preoccupa?

 

Gli ordinativi di agosto potrebbero aver marcato un rallentamento, non credo però nella misura emersa dai dati di ieri. Non posiamo pensare di attribuire già ora un valore universale al dato sugli ordinativi di agosto. E poi il dato mensile in sé vuol dire poco. Se guadiamo ai dati trimestrali, gli ordinativi totali sono diminuiti dell’0,8 per cento. Ma questa è la somma di due opposte tendenze: un -2,9 per cento di ordini nazionali, e un +3,4 di ordini esteri, che rispecchia più da vicino la situazione attuale. Abbiamo avuto un risveglio sia pur debole della domanda estera negli ultimi mesi, mentre la domanda nazionale continua a rimaner abbastanza fiacca.

 

Siamo destinati a rimanere al palo?

 

Prendiamo gli ultimi dati trimestrali del Wto sulle esportazioni dei principali paesi del mondo in dollari, relativi al secondo trimestre del 2009 rispetto allo stesso trimestre del 2008. Italia -35 per cento, Germania -35 per cento. Polonia, anch’esso un paese manifatturiero, -35 per cento. Anche Gran Bretagna e Turchia -35 per cento, Svezia -40 per cento, Finlandia -47. Questi ultimi due paesi, che hanno un’industria più basata sull’hi-tech e sull’elettronica di consumo, risultano penalizzati.

 

Che conclusioni si sente di trarre?

 

Che se guardiamo lo scenario mondiale, la situazione critica non dipende da problemi di competitività dei sistemi nazionali, ma dal fatto che il commercio mondiale si è contratto di un terzo. Il primo semestre del 2009, rispetto a quello analogo del 2008, ha visto sparire in un colpo solo un terzo del volume degli scambi mondiali. Non bisogna dimenticare che siamo di fronte ad una catastrofe che non ha precedenti se si esclude quella del 1929.

 

Qual è la via d’uscita per rilanciare la produttività?

 

La risposta secondo me non può essere nazionale. L’Europa deve pensare ad un grande piano comune a sostegno della produzione dei beni di investimento e di consumo, in modo da rimettere in moto il meccanismo positivo della crescita. E oggi per avere più investimenti c’è un unico modo: finanziarli e incentivarli con vantaggi fiscali. La strada maestra, e più realistica, è un’intesa sull’emissione di titoli di debito pubblico europeo. Oggi l’unica area del mondo che può ancora indebitarsi senza determinare uno sconquasso nelle finanze internazionali, soprattutto nelle proprie, è l’Europa.

 

 



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COMMENTI
21/10/2009 - Pmi piccolo, mai brutta. (claudia mazzola)

Ma il signor Tessadri Andrea da che pianeta arriva? Il suo è un discorso da bar o ne ha fatto esperienza? Mio marito è un micro imprenditore, darei la lista delle tasse da pagare a lui, altro che scaricare, in quanto ad evadere forse è più facile di prigione!

 
21/10/2009 - La famiglia come ingranaggio dell'economia (ANDREA TESSADRI)

Quello che, a mio parere, un giornale cattolico dovrebbe stimolare è un dibattito aperto e sincero sul ruolo della famiglia come ingranaggio fondamentale del sistema economico. Pensiamo oggi a tutto l'insieme di privilegi che un titolare di partita IVA (micro-impresa) ha rispetto ad un lavoratore subordinato: scaricare l'IVA e in parte il costo di beni primari come auto, ristoranti, benzina, telefono, utenze, computer, accessori ufficio... Non solo, pensiamo all'evasione fiscale che puo' permettersi un professionista o un negoziante che lavora a contatto con il pubblico! Perché il cittadino deve continuare a sentirsi dire: paga il 20% in più o vuole lo sconto senza fattura? Ovvio che sceglie lo sconto, che vantaggio ne trarrebbe! L'economista e il legislatore dovrebbero spostare lo sguardo dall'impresa alla famiglia: possiamo considerare una famiglia prospera, numerosa e ben educata un fattore di crescita competitivo? SI! Allora perché non considerare la famiglia alla stregua di un nucleo fiscale con redditi e spese tassabili con gli stessi privilegi? Sono, oggi, l'auto, gli alimenti, le comunicazioni, i trasporti, l'informatica diritti inalienabili del cittadino? SI! Allora potrei rispondere all'evasore: voglio la fattura perché poi la scarico!