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LAVORO/ 1. Ecco perché il posto fisso piace alle Pmi ma non a Confindustria

Pubblicazione:giovedì 22 ottobre 2009

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La prima attiene alle caratteristiche del nostro tessuto produttivo, fatto per il 95 per cento di piccole e medie imprese. Per la piccola impresa la persona è un asset fondamentale al quale non è così facile rinunciare. Se in un’azienda con due milioni di fatturato se ne va il commerciale, il rischio è di perdere il 50-60 per cento delle quote di mercato; se ad andarsene è un bravo tecnico, la via più breve è rivolgersi alla concorrenza, perché formarne uno nuovo in proprio è praticamente impossibile. Nelle Pmi la stabilità del posto di lavoro vuol dire poter attingere ad un capitale umano costante, che conosce e condivide gli scopi dell’azienda. Si crede comunemente che le Pmi siano per la flessibilità ad oltranza, la realtà invece è che sono le prime a volersi tenere il lavoratore capace. Non è vero dunque che tutte le imprese amano la flessibilità: la praticano i grandi gruppi perché hanno più quote disponibili a bassa qualifica e cicli produttivi che permettono loro di fare turnover di personale a seconda delle esigenze.

La seconda questione riguarda il lavoratore. Difficilmente un ragazzo che ha cambiato cinque posti di lavoro in cinque anni rappresenta un investimento per l’azienda. Questa volatilità d’impiego anzi in moltissimi casi è un dato negativo, perché ostacola l’acquisizione di una personalità professionale specifica. La versatilità del lavoratore è una dote personale, ma non un valore aggiunto per imprese in cerca di un profilo qualificato.

C’è una terza considerazione importante. Per chi è disoccupato il vecchio sistema rigido - lo stesso sistema che prende come bersaglio polemico chi senza troppa attenzione esalta la flessibilità - rende oltremodo difficile entrare nel mondo del lavoro, mentre un sistema flessibile rivela tutti i suoi vantaggi proprio in fase di ingresso. La flessibilità moltiplica le opportunità ed è meglio avere un’opportunità in più che restare disoccupati.

Tutto questo dimostra come il vero problema stia nella cultura del rapporto che si instaura tra lavoratore e azienda. Si pensa che la flessibilità sia solo a vantaggio dell’azienda e svantaggio del lavoratore. Non è vero: la flessibilità è a svantaggio di entrambi, perché l’azienda non dispone di persone che investono il proprio futuro nel lavoro, e il lavoratore non ha garanzie solide di crescita professionale. Ecco perché il rapporto di lavoro stabile dovrebbe avere il primato. Non come status, ma come paradigma sociale e imprenditoriale e come valore. Solo la certezza del lavoro, è stato giustamente osservato, permette ad un giovane di programmarsi la vita.

Occorre incentivare le aziende disponibili ad instaurare con il lavoratore una soluzione stabile. Questa sarebbe una riforma fondamentale, al pari di quella che deve trovare al più presto forme di tutela per chi si trova in stato di precarietà. I contratti flessibili sono positivi perché incentivano e facilitano l’entrata in azienda, ma una volta che il contratto diviene a tempo indeterminato, è a quel punto che deve esserci un incentivo forte. I cinque anni di assunzione di un lavoratore, per esempio, potrebbero coincidere con forme di defiscalizzazione in favore dell’azienda.

Ma c’è un’ultima considerazione. La cosa peggiore, nel momento in cui il paese dovrebbe pensare alle riforme da fare per consolidare la ripresa e uscire dalla crisi, sarebbe quella di creare stabilità confidando nella tenuta degli ammortizzatori sociali, senza ripristinare le condizioni per far ripartire lo sviluppo. Davvero il paese troverebbe un “posto fisso”; ma nel gruppo dei paesi la cui economia rischia di soccombere, soverchiata dal proprio debito pubblico.

 

 

 



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COMMENTI
22/10/2009 - Commenti (Roberto Pazzi)

Grazie Attilio, l'osservazione su part time e' assolutamente corretta. Lo strumento usato sconsideratamente e' quello del contratto a progetto nelle sue varie 'accezioni' e il cui esito doveva essere di rapporto indeterminato, secondo le indicazioni del povero Biagi. Non e' andata cosi'! Cio' non vuol dire che non sia un ottimo strumento, attenzione. Un altra osservazione pero'. I commenti non dobbiamo farli all'articolo di Tarantini? scherzo ovviamente...e' bello sapere che in questo forum c'e' sempre la massima attenzione ed e' proprio per questo motivo che l'Italia trovera' - con dignita'- una sua nuova strada.

 
22/10/2009 - lavoratori fungibili e non fungibili (attilio sangiani)

Fungibile,per chi non è economista o giurista,vuol dire "generico",facilmente o del tutto sostituibile. Come l'"uomo generico" di Carl Marx. In ogni impresa ci sono uno o alcuni dipendenti che sono "infungibili". Se vengono a mancare,la impresa ne soffre. Altri,invece,quelli meno qualificati,si possono facilmente sostituire. Nelle piccole imprese,mi sembra,prevalgono gli infungibili;nelle grandi,i fungibili. Nelle piccole si creano spesso rapporti che travalicano il semplice scambio: lavoro - salario,e si avvicinano al rapporto di società. Dal punto di vista dei dipendenti,credo che abbia ragione Tremonti. La sua affermazione mi sembra persino ovvia. Poi non bisogna confondere la precarietà con il "part time",che adatta l'orario di lavoro alle esigenze del lavoratore e/o della impresa,senza interrompere il rapporto. Potrebbe essere anche un avvio graduale al pensionamento. Es.: nella scuola,dove ho lavorato per 40 anni.

 
22/10/2009 - Flessibilita' anche in Confindustria (Roberto Pazzi)

Sempre in estrema sintesi - chi non desidera stabilita’ specialmente oggi? Il posto fisso e’ il migliore strumento, senza dubbio. Ma dove indirizzare allora gli sforzi in efficienza per essere piu’ competitivi? All’interno della piccola azienda dove spesso l’imprenditore italiano s’indebita per garantire stabilita’ ai propri operai? Non credo. In verita’ i contratti part-time sono stati spesso strumenti per pagare meno tasse ed aver cura delle medesime persone. Dove allora posso fare efficienza? Cos’e’ la flessibilita’ per il 95% del tessuto industriale italiano? Credo la si possa cercare e trovare nei Club-Consorzi di PMI in cui l’umanita’ viene prima e poi ci si muove insieme verso nuove iniziative, adattando con intelligente flessibilita’ le proprie caratteristiche organizzative e produttive. Il Governo dovrebbe allora –riducendo le tasse- POTENZIARE con 'strumenti' nuovi i queste organizzazioni veramente sensibili all’innovazione. Ma quale innovazione? innanzitutto dell’umano. In una parola: sussidiarieta’(anche per Confindustria).

 
22/10/2009 - Posto fisso mi ci ficco? (claudia mazzola)

Dalle mie parti alle PMI non piacciono i posti fissi. Mio marito micro imprenditore fino al 2001 aveva dipendenti, la pressione fiscale era imponenete e lo stangava. Con la crisi è rimasto solo aiutato da collaboratori esterni, non c'è confronto nè scontro ma solo rapporti umani bisognosi uno dell'altro.