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LAVORO/ 1. Ecco perché il posto fisso piace alle Pmi ma non a Confindustria

Per il nostro tessuto produttivo, fatto per il 95% da piccole e medie imprese, i dipendenti sono asset fondamentali. Per questo alla flessibilità, utile per trovare occupazione, si deve accompagnare una stabilizzazione dei rapporti di lavoro

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Gli ultimi giorni ci hanno mostrato un inedito gioco dei ruoli nel quale mai avremmo pensato di vedere il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, difendere il posto fisso, Confindustria difendere la linea del governo senza il governo - perché il premier ieri ha dato ragione al suo ministro -, la Cgil chiedere, senza molta convinzione, di “aprire un tavolo contro la precarietà”. E il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, spiazzato, tacere.

«C’è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile - ha sostenuto Tremonti l’altro giorno al convegno della Bpm - ma la mobilità di per sé non è un valore. Il posto fisso è la base su cui fare progetti e fondare famiglie. La mobilità per altri è un valore in sé, per me no». Il coro è stato unanime: è un passo indietro, perché la flessibilità, hanno ripetuto tutti o quasi, è un dato acquisito.

Ci sono però alcuni elementi sui quali vale la pena riflettere. A ben vedere, Tremonti non ha detto che la flessibilità è da gettare, ma che la stabilità è un valore. E su questo assunto non posso non dirmi d’accordo. I cambiamenti nell’economia reale che hanno segnato gli ultimi quindici anni hanno cambiato anche il lavoro e i contratti vi si sono dovuti adeguare. Flessibilità è diventata una parola d’ordine e la precarietà è oggi comunemente accettata dalle giovani generazioni come un dazio da pagare per entrare nel mondo produttivo. Bisogna però chiedersi se la flessibilità sia il paradigma che esaurisce e fa da guida all’intera tipologia del rapporto di lavoro.

Dieci anni fa si cominciò a teorizzare che in futuro il mondo del lavoro non sarebbe più stato caratterizzato dal posto fisso, ma da una sequenza di rapporti di lavoro più o meno definitivi. L’accento si sarebbe spostato - e occorreva quanto prima prepararsi, anticipando l’approccio che sarebbe venuto - su un percorso segnato da “occasioni” di lavoro. E la stabilità? L’importante, si diceva, era l’accompagnamento del lavoratore con misure di sostegno: sostegno economico nelle fasi in cui c’era la perdita di lavoro prima del reimpiego.

Ma chi conosceva e conosce da vicino il mondo imprenditoriale italiano, non poteva e non può non rimanere perplesso. Occorre, a mio modo di vedere, tenere a mente tre questioni distinte.


COMMENTI
22/10/2009 - Commenti (Roberto Pazzi)

Grazie Attilio, l'osservazione su part time e' assolutamente corretta. Lo strumento usato sconsideratamente e' quello del contratto a progetto nelle sue varie 'accezioni' e il cui esito doveva essere di rapporto indeterminato, secondo le indicazioni del povero Biagi. Non e' andata cosi'! Cio' non vuol dire che non sia un ottimo strumento, attenzione. Un altra osservazione pero'. I commenti non dobbiamo farli all'articolo di Tarantini? scherzo ovviamente...e' bello sapere che in questo forum c'e' sempre la massima attenzione ed e' proprio per questo motivo che l'Italia trovera' - con dignita'- una sua nuova strada.

 
22/10/2009 - lavoratori fungibili e non fungibili (attilio sangiani)

Fungibile,per chi non è economista o giurista,vuol dire "generico",facilmente o del tutto sostituibile. Come l'"uomo generico" di Carl Marx. In ogni impresa ci sono uno o alcuni dipendenti che sono "infungibili". Se vengono a mancare,la impresa ne soffre. Altri,invece,quelli meno qualificati,si possono facilmente sostituire. Nelle piccole imprese,mi sembra,prevalgono gli infungibili;nelle grandi,i fungibili. Nelle piccole si creano spesso rapporti che travalicano il semplice scambio: lavoro - salario,e si avvicinano al rapporto di società. Dal punto di vista dei dipendenti,credo che abbia ragione Tremonti. La sua affermazione mi sembra persino ovvia. Poi non bisogna confondere la precarietà con il "part time",che adatta l'orario di lavoro alle esigenze del lavoratore e/o della impresa,senza interrompere il rapporto. Potrebbe essere anche un avvio graduale al pensionamento. Es.: nella scuola,dove ho lavorato per 40 anni.

 
22/10/2009 - Flessibilita' anche in Confindustria (Roberto Pazzi)

Sempre in estrema sintesi - chi non desidera stabilita’ specialmente oggi? Il posto fisso e’ il migliore strumento, senza dubbio. Ma dove indirizzare allora gli sforzi in efficienza per essere piu’ competitivi? All’interno della piccola azienda dove spesso l’imprenditore italiano s’indebita per garantire stabilita’ ai propri operai? Non credo. In verita’ i contratti part-time sono stati spesso strumenti per pagare meno tasse ed aver cura delle medesime persone. Dove allora posso fare efficienza? Cos’e’ la flessibilita’ per il 95% del tessuto industriale italiano? Credo la si possa cercare e trovare nei Club-Consorzi di PMI in cui l’umanita’ viene prima e poi ci si muove insieme verso nuove iniziative, adattando con intelligente flessibilita’ le proprie caratteristiche organizzative e produttive. Il Governo dovrebbe allora –riducendo le tasse- POTENZIARE con 'strumenti' nuovi i queste organizzazioni veramente sensibili all’innovazione. Ma quale innovazione? innanzitutto dell’umano. In una parola: sussidiarieta’(anche per Confindustria).

 
22/10/2009 - Posto fisso mi ci ficco? (claudia mazzola)

Dalle mie parti alle PMI non piacciono i posti fissi. Mio marito micro imprenditore fino al 2001 aveva dipendenti, la pressione fiscale era imponenete e lo stangava. Con la crisi è rimasto solo aiutato da collaboratori esterni, non c'è confronto nè scontro ma solo rapporti umani bisognosi uno dell'altro.