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INDAGINE/ Campiglio: la nuova povertà finisce dietro ai banchi

Viene presentata quest’oggi la ricerca “La povertà alimentare in Italia” condotta dalla Fondazione per la Sussidiarietà. Tra i realizzatori Luigi Campiglio che ci spiega la portata del fenomeno “povertà” e le forme efficaci di risposta

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Viene presentata quest’oggi la ricerca “La povertà alimentare in Italia” condotta dalla Fondazione per la Sussidiarietà. Tra i realizzatori il pro-rettore dell’Università Cattolica di Milano Luigi Campiglio che ci spiega la portata del fenomeno “povertà” e le forme efficaci di risposta a questo bisogno.

La questione della povertà alimentare, sia nella quantità che nella qualità del cibo, rappresenta un clamoroso paradosso delle società economicamente avanzate, nelle quali gli scaffali ricolmi segnalano, se mai, problemi di sovraccapacità produttiva, mentre la cultura di un alimentazione sana pare ancora rappresentare un formidabile ostacolo per la società della conoscenza.

 

Al tempo stesso, e non sorprendentemente, la maggioranza dei cittadini ritengono che una buona alimentazione rappresenti una componente centrale del vivere civile, che non dovrebbe essere negata a nessuno, al pari di un’adeguata assistenza sanitaria nel caso di necessità. Ciononostante le statistiche recenti documentano che il 5,3% delle famiglie italiane dichiara di aver avuto problemi economici, almeno una volta nell’anno passato, ad acquistare cibo, mentre il 3,7% delle famiglie non era in grado di garantire carne, pollo o pesce in tavola almeno una volta ogni due giorni: il problema è evidentemente quello di un’inadeguata capacità di spesa, piuttosto che quello di un’offerta insufficiente.

La povertà assoluta è un concetto elusivo, che richiede comunque di essere contestualizzato sul piano economico e culturale: la soglia di povertà assoluta può essere infatti definita come il costo fisso (minimo) del vivere civile e di conseguenza deve includere almeno le spese legate al cibo e alla casa. Ma per il 10% delle famiglie con il reddito più basso la quota di spesa per beni alimentari è pari al 45-50%, mentre il costo dell’affitto rappresenta un ulteriore quota del 25%: in totale alimentazione e casa rappresentano quindi il 70-75% del consumo totale.

Per queste famiglie, molto spesso anche indebitate, l’opportunità di scelta sul mercato è ridotta quando non inesistente. A ciò si deve aggiungere che quando casa e alimentazione entrano in conflitto, perché non ci sono abbastanza soldi per entrambi, ad essere sacrificata è molto spesso l’alimentazione. I danni che possono derivare da un’alimentazione inadeguata o mediocre nella qualità, possono essere elevati per la salute delle persone e influenzare negativamente lo sviluppo equilibrato dei bambini e degli adolescenti.

L’epidemia dell’obesità negli Stati Uniti dimostra con evidenza a quali conseguenze, a volte irreversibili, possa condurre la mancanza di cibo e soprattutto di cibo sano. È evidente che in queste situazioni la “mano invisibile” del mercato porta in tavola solo un piatto vuoto ed è per questo che, proprio negli Stati Uniti, i programmi federali che hanno come obiettivo un’alimentazione adeguata e corretta sono particolarmente impegnativi, a partire dal programma dei Food Stamp, la cui straordinaria diffusione in alcuni stati si associa, non casualmente, ad un elevata incidenza della povertà. E soprattutto il programma Women, Infant and Children (WIC) che ha dimostrato di essere particolarmente efficace.