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FINANZA/ Il futuro della ripresa si gioca a Pechino

In Italia, come negli Usa, famiglie e imprese sentono forte il peso della crisi. Per sapere se ci sarà la ripresa, più che ai dati Ocse, bisognerà guardare alla visita di Obama in Cina

Cina_CrescitaR375.jpg (Foto)

Nei primi nove mesi del 2009 più di 50mila esercizi al dettaglio hanno chiuso i battenti a causa della crisi e a fine anno «si prevede un saldo negativo tra aperture e chiusure di circa 20 mila unità». È il calcolo fatto da Confcommercio in uno studio presentato ieri.

 

Tra i motivi della crisi vi è l'aumento dei costi a carico delle imprese e la «debolezza di lungo periodo dei consumi»: Confcommercio segnala poi come tra il 2000 e il 2008 i consumi pro-capite siano cresciuti di appena lo 0,5% all'anno, mentre le “spese obbligate” (affitti, luce, gas, ecc.) assorbono quasi il 40% della spesa complessiva.

 

Se a questo uniamo il dato sulla produzione industriale presentato martedì che vede il paese ai livelli del 1990, viene da chiedersi - come ha fato l'altro giorno in un’intervista a ilsussidiario.net l'economista Francesco Forte - quanto siano ancora credibili le stime e i criteri di valutazione dell'Ocse che tanto hanno fatto gonfiare il petto al governo.

 

Lo scollamento totale tra finanza, mondo bancario ed economia reale ha ormai travalicato l'Atlantico e ci presenta il conto: le Borse corrono e le imprese chiudono, un mondo che difficilmente si può definire il migliore possibile. Soprattutto perché dimostra di non aver fondamenta su cui basarsi. Ma c'è di più. E peggio.

 

Con la crisi le imprese in Italia diventano più piccole e gli imprenditori più poveri, visto che se prima della crisi un'impresa italiana aveva in media circa 4 addetti, il dato scende oggi a 3,5. Un'impresa italiana su cinque ha ridotto il proprio personale e a perdere il posto di lavoro sono indistintamente uomini e donne. È quanto emerge da una stima dell'Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza su dati Registro Imprese, Asia Istat, Camera di commercio di Milano.

 

In particolare, nel 2009, oltre il 40% degli imprenditori lombardi ha chiesto nuovi finanziamenti alle banche ma l'11,7% ha lamentato difficoltà nell'ottenere anticipazioni dagli istituti di credito. E il 60% degli imprenditori lombardi, per portare al di là della crisi la propria azienda, ha messo mano al portafoglio, sottraendo nel 2009 dai propri risparmi personali quasi 1,5 miliardi di euro.

 

Questo significa che nel 2009 un piccolo imprenditore su due (artigiano e commerciante, ad esempio) ogni mese in media deve prelevare dai propri risparmi oltre 500 euro per mantenere la propria attività. Questa, al di là delle vetuste valutazioni di industrialismo anni Sessanta dell'Ocse, è la situazione attuale della regione più ricca e florida d'Italia.

 

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COMMENTI
12/11/2009 - xx (GIORGIO TOSOLINI)

Interessante questo articolo. Speriamo corrisponda al vero che la Cina, finalmente, cominci a pensare seriamente che è necessario rivedere il tasso di cambio estremamente favorevole dello YUAN. La situazione attuale è che in Cina con 1.000 Yuan (circa 100 EUR)al mese di stipendio si vive, conducendo una vita dignitosa e risparmiando pure una buona percentuale, come usano fare i cinesi. In Europa invece 1.000 EUR al mese sono ormai un minimo vitale. C'è qualcuno che sa dire come si fa a competere nel mercato internazionele con uno squilibrio simile?

 
12/11/2009 - cina tutto oro quello che luccica ? (michele fortunato)

allego un commento interessante ma la capacità della cina di passare dalla funzione di vagone a quella di locomotiva deve essere ancora testata. nè catastrofismo nè ottimismo : solo sano realismo !! http://www.politico.com/news/stories/1109/29330.html