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FINANZA/ Tre grossi rischi smentiscono l’ottimismo di Tremonti

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A determinare la revisione sono state spese per consumi meno solide di quanto inizialmente stimato, così come un andamento più debole del previsto nel settore delle costruzioni. Inoltre le imprese hanno continuato a ridurre le scorte. Il dato comunicato oggi non coglie di sorpresa gli analisti, che in media prevedevano una revisione al più 2,9% del Pil.

 

Di positivo c'è la conferma dell'uscita ufficiale della prima economia mondiale dalla peggiore recessione dagli anni Trenta ma allo stesso tempo la revisione al ribasso rafforza i timori di una fase di ripresa a rilento, tenuto anche conto che in buona misura il recupero del Pil poggia sulle misure di sostegno pubblico all'auto e al settore immobiliare. La sfida ora per l'amministrazione Obama, come per i governi degli altri paesi avanzati, sarà favorire un recupero della domanda del settore privato e dei consumi delle famiglie, per garantire basi solide e sostenibili alla ripresa generale.

 

Anche qui, però, c'è da fare i conti con la disoccupazione che aumenta e richiama alla memoria un precedente poco incoraggiante per l'economia Usa: nel 1980, infatti, l'attività delle imprese trainò in ripresa tutta l'economia ma si trattò di un recupero di breve vita e il paese ripiombò in una fase di recessione che proseguì tra il 1981 e il 1982. In quegli anni la disoccupazione toccò il massimo storico del 10,8%, livello a cui ora si sta pericolosamente riavvicinando: a ottobre ha toccato il 10,2%.

 

Ecco spiegato, insieme ai timori per un nuovo scivolone del settore bancario, l'apertura in negativo di Wall Street in contemporanea con una prima ripresa del dollaro sul mercato dei cambi, ipotesi che avevamo adombrato già nelle scorse settimane e che entro primavera potrebbe portare un’inversione al rialzo del biglietto verde anche del 20%. E che, combinata con un possibile obbligo del rialzo nel medio termine dei tassi di interesse ora a zero, adombra il rischio di iper-inflazione.

 

Il terzo e ultimo elemento di instabilità giunge dalla vicina Germania, dove il settimanale Der Spiegel lunedì metteva in guardia dalla nuova super-bolla che si sta creando, dettata dall'eccesso di liquidità e dal ritorno a pratiche di finanza iper-creative che ha rivisto partire a razzo il mercato dei derivati. Insomma, c'è poco da stare allegri. E per una questione sistemica, non certo per l'effetto “correzione”, parola cari lettori che vi conviene tenere a mente perché diverrà il mantra delle prossime settimane, potete scommetterci.

 

D’altronde la BaFin, l’ente regolatore di Borsa e mercati in Germania, ha reso noto da tempo - nel silenzio generale - che i bad debts in pancia alle banche tedesche «stanno per scoppiare come una granata» avendo toccato quota 816 miliardi di euro, 268 dei quali in conto solo a Hypo Real. Senza dimenticare che il deficit tedesco sta toccando il 6%, portando il debito su Pil all’86%. Gli esperti della Bce, d’altronde, hanno parlato chiaro: ci sono almeno altri 203 miliardi di euro di svalutazioni da fare entro l’anno nei bilanci delle banche Ue e questo nonostante proprio la Banca centrale europea abbia recentemente iniettato la cifra monstre di 442 miliardi di euro nel sistema per rilanciare il credito.

 

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COMMENTI
25/11/2009 - Quale crisi stiamo attraversando? (Silvano Rucci)

Il danno alla finanza ed all’economia è venuto dall’applicazione di un modello politico “illegittimo”! Innanzitutto nell’uso del credito, consentito a chiunque, anche a coloro che non potevano permetterselo o garantirlo! In secondo luogo avendo eliminato i vari paletti e le regole stabilite dopo la crisi del 1929, che hanno allargato la emissione legalizzata di carta straccia, trasformando il credito in porcherie tossiche, diffuse sull’intero pianeta con la New Economy! Negli Stati Uniti il credito allargato a tutti per i mutui e per il consumismo, apparentemente sembrava portare sviluppo ed occupazione ma è stata solo una illusione! Nel breve volgere di qualche decennio l’accumulo del debito è stato insostenibile, “non essendo garantito” e l’economia è scoppiata generando la crisi insieme alla miseria! Quale crisi stiamo attraversando? Una crisi diversa perché nel 1929/30 esisteva soltanto l’economia reale! Per riprendersi era sufficiente ricominciare a lavorare, magari più di prima, ma c’era solo da lavorare! Ora invece per potersi riprendere è necessario accollarsi il debito tossico enorme, poi superare una disoccupazione ambigua come una pandemia, poi lavorare di più! Ma dove lavorare se le Aziende chiudono? Sul PC? In definitiva c’è da convivere con una doppia economia: una reale ed una virtuale! Prima di fare altri danni riflettiamo e cerchiamo di capire l’intero imbroglio in cui ci siamo cacciati! Poi ragionare sulla soluzione più giusta possibile!

 
25/11/2009 - Una domanda (Roberto Alabiso)

Secondo Lei, che tipo di idea hanno in mente i nostri ministri dell'Economia, li cito al plurale nella speranza che l'On. Tremonti abbia modo di consultarsi con qualcuno nel compito grande di tenere insieme "capre e cavoli", verso le piccole, medie o microscopiche imprese. Sacconi, riguardo alla questione disoccupazione e cassa integrazione, ha risposto intervistato, che era già nel conto, cioè la situazione di grave crisi è sotto controllo, perchè prevista. Vorrei capire sino a che punto possiamo spingerci nell'accettare come poco influenti nel sistema economico generale, la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, conseguente alla chiusura di un numero innumerevole di imprese. Queste ultime infatti, non sono too big to fail, se chiudono, tranne a non fare troppo rumore, non verranno neanche considerate un problema. Basta il solito strombazzamento dell'aumento , pur misero del Pil a tenere a bada i disoccupati? Per tutti gli altri c'è la comunicazione tranquillante o almeno contraddittoria, come il titolo di una trasmissione Rai dal titolo " Come abbiamo fatto ad uscire dalla crisi? " Per tornare alla domanda quante chiusure: il 20% il 30% il 40% ? Oppure il 70%? Cordiali Saluti