BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LA STORIA/ L’imprenditore di Padova: per l’azienda ho rinunciato al mio stipendio

Pubblicazione:giovedì 26 novembre 2009

operaio_elettronicaR375.jpg (Foto)

 

Ho fatto una scelta drastica, optando per una soluzione che salvaguardasse il maggior numero di posti di lavoro: quella di mettere sul mercato i migliori asset dell’azienda - uno tecnico e l’altro gestionale -, cercando dei compratori. L’operazione sta riuscendo. Ma anche questo, mi sono reso conto, non basta.

 

Perché? Non è convinto di aver fatto la scelta migliore per l’azienda?

 

No, parlo di una posizione personale. Il vero imprevisto è stata la disponibilità che ho incontrato in alcuni soci. Alcuni sono usciti, altri sono rimasti implicandosi in prima persona. Quasi a dire: l’azienda non serve solo a creare benessere, perché è un’opera; è opera nostra. Ecco, l’azienda deve molto a un’amicizia.

 

Un’amicizia?

 

Sì. Si può assumere un manager o trovare la ricetta giusta per limitare i danni, ma il vero valore aggiunto sta in un approccio personale, diverso, al problema che si deve affrontare. Ho avuto la fortuna di poter contare su persone, anche al di fuori dell’azienda ma questo non importa, che mi hanno sostenuto e incoraggiato nelle scelte da prendere. Non si sono messe al mio posto a risolvere i problemi, ma hanno condiviso con me una fase difficile.

 

Sui giornali hanno grande spazio le storie di imprenditori e di aziende, soprattutto di piccole dimensioni, che non ce la fanno e che cercano di mettersi insieme per far sentire la loro voce ai politici. Qual è il rischio più alto per tanti imprenditori in una situazione come la sua?

 

La solitudine e l’individualismo, la pretesa di far tutto da sé. Il rischio è quello che uno viva il fallimento dell’azienda come un fallimento personale. Per me questo rischio non c’è stato, perché nel sostegno degli amici imprenditori ho capito che salvare l’impresa era qualcosa di più di un’operazione riuscita, era innanzitutto un’occasione personale. Naturalmente uno può anche dire: vendo tutto al miglior offerente, è libero di farlo, molti lo fanno. Non mi importa di biasimarli, né ho la pretesa di avere in tasca la ricetta giusta. A me importava di trovare una soluzione, anche a costo di un grosso sacrificio personale.

 

Quale sacrificio?

 

Quello di rinunciare personalmente allo stipendio pur di salvaguardare posti di lavoro. Non è stato masochismo, ma l’unica cosa che mi sono sentito di fare di fronte ad una situazione grave e stringente. Il risultato è stato quello di non appesantire ulteriormente i conti. Se l’imprenditore è colui che trae il maggior profitto quando le cose vanno bene, dev’essere il primo a mettersi in discussione quando non è così.

 

Prima diceva che sta trovando degli acquirenti e che c’è uno sbocco positivo. È così?

 

CONTINUA A LEGGERE L’INTERVISTA, CLICCA IL SIMBOLO >> QUI SOTTO


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
26/11/2009 - Amo lavorare, serve solo una mano. (claudia mazzola)

Stessa cosa mio marito anche se in più piccolo, calo ordini, taglio costi e personale, in banca non si rientra dal fido e giù d'interessi e spese e fideiussioni, di non so cosa. Non siamo nati con la camicia ma ci dobbiamo tirare su le maniche.