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Economia e Finanza

FAMIGLIA/ Familisti e anti-familisti dimenticano la libertà di scelta delle donne...

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Rimane vero che il nostro Paese, in queste classifiche, continua a occupare posizioni di retroguardia. Il che fa sorgere un dubbio: il successo delle politiche di sostegno alla libertà di scelta non dipenderà dalla “generosità” delle risorse che vengono destinate alle politiche familiari, piuttosto che dagli stigmatizzati pregiudizi ideologici dell’uno o dell’altro segno?

 

E, per fugare ogni sospetto di cerchiobottismo, vorrei essere chiaro: se fossi convinto che un tasso di attività femminile contenuto fosse l’esito della struttura delle preferenze esercitate dalle donne, probabilmente lo difenderei, quale che fosse la matrice culturale, politica, religiosa che lo avesse ispirato. È che ho il dubbio che a orientare le decisioni delle donne verso il mercato del lavoro (sia nel senso di una partecipazione “forzata” che di una astensione “forzata”) siano una serie di condizionamenti economici e istituzionali per rimuovere i quali il policy maker non ha fatto abbastanza.

 

Il dibattito sulle diverse proposte di politica fiscale (la riduzione delle aliquote sul lavoro femminile piuttosto che l’adozione del quoziente familiare) è ovviamente benvenuto, purché abbia come obiettivo una società in cui le donne siano effettivamente libere di scegliere il proprio grado di coinvolgimento nel mercato del lavoro.

 

Non “libere di andare a lavorare”, come sostengono i paladini del modello “antifamilista”, né “libere di rimanere a casa”, come suggerirebbero i sostenitori del modello “familista”, ma semplicemente, il più possibile, libere di scegliere se e quando andare a lavorare o rimanere a casa, per realizzare le proprie aspirazioni e valorizzare le proprie valenze, umane e professionali. O non è questa la via per massimizzare il benessere sociale?

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COMMENTI
11/12/2009 - lavoro femminile e pari opportunità (arnando ermini)

Si parla della libertà di scelta femminile fra lavoro fuori casa e lavoro in casa come possibilità di realizzazione delle proprie aspirazioni. Benissimo! Ma si dovrebbe anche dire che per l'uomo il lavoro è, da sempre, un dovere che si assume per mantenere la famiglia più che la ricerca di realizzazione, spesso anche quando la moglie lavora. Poi alcuni si realizzano anche. Bravi, ma non vale per la maggioranza. Esiste una differenza intrinseca fra il modo femminile e quello maschile di rapportarsi al lavoro. Va bene così, ma lo si dica, e per favore lasciamo perdere le quote e le pari opportunità. Ci chiediamo mai perchè le quote rosa e le pari opportunità sono immancabilmente rivendicate solo per i lavori gratificanti e mai per quelli faticosi e ingrati? Per quello che dicevo prima. Psicologicamente per l'uomo lavorare è un dovere, per la donna è spesso (non sempre, ovvio)ricerca di realizzazione. Se le politiche di welfare fossero orientate tenendo conto di questa elementare verità, cambierebbe tutto.

 
11/12/2009 - Servirebbe un diverso tipo di sostegno? (Francesco Prati)

Mi trovo d'accordissimo con l'autore; la cosa più importante non è imporre un modello piuttosto che un altro, ma lasciare gli individui liberi di scegliere. Lo Stato deve quindi assicurare, che ogni donna sia libera di intraprendere, si spera consapevolmente, la propria strada per l'autorealizzazione personale e familiare. A questo punto però mi chiedo il senso di misure quali le "quote rosa" o altri provvedimenti simili. Infatti una detassazione del lavoro femminile favorirebbe le donne nel trovare lavoro, indipendentemente da quante decidano di cercarlo, che poi è una delle misure proposte da quelli definiti "anti-familisti"!