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FAMIGLIA/ Familisti e anti-familisti dimenticano la libertà di scelta delle donne...

Se le donne fossero il più possibile libere di scegliere se e quando andare a lavorare o rimanere a casa aumenterebbe il benessere delle famiglie e della società. Un commento di Giuseppe Porro

famiglia_bambina_paffutaR375.jpg (Foto)

Va bene, lo ammetto: non ho ancora letto L’Italia fatta in casa di Alberto Alesina e Andrea Ichino, e quindi non ne parlerò. Tuttavia, sono rimasto sorpreso dalla piega assunta dal dibattito che il libro ha provocato. Cominciando dall’articolo di Francesco Giavazzi sul Corriere del 29 novembre, per seguire con le repliche apparse su diverse testate nei giorni seguenti, pare che a confrontarsi siano due modelli di società - uno “familista”, l’altro “antifamilista” - che vengono caricati di connotati etici, positivi o negativi, e tra i quali i lettori e i responsabili della politica economica sono invitati a scegliere.

 

Malgrado le dichiarazioni di intenti, le intenzioni delle donne rimangono sullo sfondo, quasi che la priorità fosse il raggiungimento di un obiettivo macroeconomico (l’aumento del tasso di partecipazione femminile) o politico-sociale (la salvaguardia di una società “fondata” sulla famiglia) e non piuttosto il conseguimento del maggior grado di benessere per le donne e, con buona pace di tutti, delle famiglie.

Sorprende un po’, in altri termini, che rimanga ai margini del dibattito la promozione di una effettiva libertà di scelta da parte delle donne (o, per chi lo preferisce, da parte delle famiglie intese come centri decisionali “unitari”) circa le modalità di presenza nel mercato del lavoro.

Eppure, a quel che sembra, è proprio il perseguimento di una vera libertà di scelta che dovrebbe guidare gli interventi di politica per la famiglia. Sconcerta non poco, in proposito, la proposta - mi auguro giocata sul filo del paradosso - che si legge sul Corriere del 1° dicembre, di rendere obbligatorio il congedo di paternità: la strada da percorrere va proprio nella direzione opposta di ridurre i vincoli, e non di introdurne di nuovi.

L’idea è utopica o, peggio, “cerchiobottista”? Non credo: il problema è già stato impostato in questi termini dal dibattito intercorso tra Luca Pesenti e Pietro Ichino (ilsussidiario.net, 14 luglio 2009); in più, la questione è affrontata dai più noti economisti del lavoro. Basta sfogliare The Economics of Imperfect Labor Markets, di Tito Boeri e Jan Van Ours (Princeton University Press, 2008): nel capitolo dedicato alle politiche per la famiglia, gli autori raccontano dei provvedimenti adottati in Norvegia (sì, nel cuore del sistema scandinavo…) per sostenere le famiglie con figli in tenera età.

Alle famiglie vengono assegnate risorse che possono essere destinate alla copertura dei costi degli asili nido oppure trattenute, per consentire a uno dei genitori di ridurre la propria presenza sul lavoro per prendersi cura dei figli. È chiaro che il provvedimento funziona solo se il mercato del lavoro è abbastanza flessibile da consentire allontanamenti temporanei dal posto di lavoro, ed è altresì vero che gli autori fanno notare che sono le donne, in larga maggioranza, a ridurre le ore di lavoro per il mercato.

Ugualmente, dai dati Oecd emerge che, anche grazie a interventi di questo tipo, è stato corretto un circolo vizioso del mercato del lavoro, in base al quale i Paesi con i maggiori tassi di occupazione femminile erano anche i Paesi con i tassi di fertilità più ridotti, e viceversa. Attualmente la correlazione è stata invertita: a tassi di occupazione più alti corrispondono anche tassi di fertilità maggiori [].

[1] Cfr. Boeri T. - Del Boca D. - Pissarides C., Women at work: An economic perspective, Oxford University Press, 2005.

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COMMENTI
11/12/2009 - lavoro femminile e pari opportunità (arnando ermini)

Si parla della libertà di scelta femminile fra lavoro fuori casa e lavoro in casa come possibilità di realizzazione delle proprie aspirazioni. Benissimo! Ma si dovrebbe anche dire che per l'uomo il lavoro è, da sempre, un dovere che si assume per mantenere la famiglia più che la ricerca di realizzazione, spesso anche quando la moglie lavora. Poi alcuni si realizzano anche. Bravi, ma non vale per la maggioranza. Esiste una differenza intrinseca fra il modo femminile e quello maschile di rapportarsi al lavoro. Va bene così, ma lo si dica, e per favore lasciamo perdere le quote e le pari opportunità. Ci chiediamo mai perchè le quote rosa e le pari opportunità sono immancabilmente rivendicate solo per i lavori gratificanti e mai per quelli faticosi e ingrati? Per quello che dicevo prima. Psicologicamente per l'uomo lavorare è un dovere, per la donna è spesso (non sempre, ovvio)ricerca di realizzazione. Se le politiche di welfare fossero orientate tenendo conto di questa elementare verità, cambierebbe tutto.

 
11/12/2009 - Servirebbe un diverso tipo di sostegno? (Francesco Prati)

Mi trovo d'accordissimo con l'autore; la cosa più importante non è imporre un modello piuttosto che un altro, ma lasciare gli individui liberi di scegliere. Lo Stato deve quindi assicurare, che ogni donna sia libera di intraprendere, si spera consapevolmente, la propria strada per l'autorealizzazione personale e familiare. A questo punto però mi chiedo il senso di misure quali le "quote rosa" o altri provvedimenti simili. Infatti una detassazione del lavoro femminile favorirebbe le donne nel trovare lavoro, indipendentemente da quante decidano di cercarlo, che poi è una delle misure proposte da quelli definiti "anti-familisti"!